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14 giugno 2010
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Il più e il meno di Spataro
Armando Spataro è uno dei magistrati italiani più autorevoli e ascoltati, dal 1976 in servizio presso la Procura di Milano e regista di inchieste fondamentali sul terrorismo milanese e sulla criminalità organizzata. La voluminosa autobiografia professionale che ha di recente pubblicato con Laterza (“Ne valeva la pena”, pp.613, euro 20) si presenta dunque al lettore di oggi e di domani come una preziosa fonte interna, che molto racconta sia sugli ambienti giudiziari che Spataro ha animato in questi anni sia sull’autorappresentazione che la magistratura offre di sé stessa. Una fonte di valore soprattutto perché una carriera come quella di Spataro, dalla metà degli anni Settanta ad oggi, si sovrappone in modo cronologicamente perfetto alle mutazioni che hanno investito la politica italiana e in particolare i rapporti tra la politica e la magistratura.

È qui che Spataro ci dice al contempo di più e di meno. Di più, perché oltre al racconto spesso appassionante di tante pagine investigative vissute da protagonista è proprio su questo tema che Spataro espone con maggiore franchezza il suo punto di vista: sulla qualità della politica e dei politici italiani, sulle magagne della nostra democrazia repubblicana e persino su alcuni protagonisti della politica internazionale come Barack Obama e Tony Blair ai quali riserva rimbrotti in abbondanza. Di meno, perché le risposte che lo stesso Spataro offre alle ragioni del conflitto crescente tra politica e magistratura risultano quanto meno semplicistiche. E comunque incapaci di spiegare in maniera convincente, anche ad un lettore che non appartenga ad una delle due tifoserie contrapposte dei giustizialisti ad ogni costo e degli insofferenti al protagonismo della magistratura, quali siano i motivi che nell’ultimo ventennio hanno condotto l’Italia (più di altri paesi occidentali) a vivere sulla propria pelle una tensione tra potere politico e potere giudiziario che in più di un’occasione ha minato la stabilità delle nostre istituzioni.

Alcuni diranno che il motivo è uno solo e si chiama Silvio Berlusconi. Ma se questa risposta non bastasse – e certamente non basta a Spataro, che non la sottoscrive – neanche troveremmo in queste pagine le risposte agli interrogativi che si pone un qualsiasi osservatore esterno a quel conflitto. Perché secondo l’autore è la politica italiana come tale, sia di destra che di sinistra, a contenere in sé un’irriducibile propensione al conflitto con le toghe: “cambiano i governi, nessuno dei quali – sia ben chiaro – sarà mai disposto ad accettare fino in fondo il ruolo che la Costituzione affida alla magistratura”.

Che la Costituzione stessa nasca dalla sovranità della rappresentanza democratica potrebbe essere obiezione sufficiente alla sentenza di Spataro. Così come gioverebbe ricordare che quel codice che con tanta efficacia narrativa l’autore raffigura accanto al corpo del giudice Guido Galli, appena assassinato il 19 marzo 1980 da Prima Linea davanti ai suoi studenti della Statale di Milano, nasce anch’esso nei luoghi dove la rappresentanza democratica si fa legge. Naturalmente Armando Spataro lo sa bene. Eppure in questo libro non rinuncia ad una rappresentazione monocorde e autocelebrativa della purezza della magistratura di contro alla decomposizione morale della politica, lungo una parabola storica nella quale niente sembra essere cambiato dai tempi della lotta al terrorismo a cavallo tra anni Settanta e Ottanta a quelli più vicini a noi dove gli interrogativi sul rapporto tra politica e magistratura sono nuovi e scivolosi.

Questi interrogativi ricevono da Spataro una risposta tanto lapidaria quanto poco soddisfacente, soprattutto da chi ha avuto un ruolo fondamentale nella vita giudiziaria italiana dell’ultimo trentennio: “i rapporti tra politica e giustizia … si sono incrinati quando una larga parte della classe politica italiana è finita sotto processo”. Di più non è dato sapere, almeno dal libro di Spataro. Che forse meriterebbe di essere letto con l’aiuto di un breviario più utile a comprendere quanto è accaduto tra politica e magistratura negli ultimi anni: il libretto che nei mesi scorsi ha pubblicato con il titolo “Magistrati” un altro protagonista della storia giudiziaria italiana, Luciano Violante, e nel quale si racconta con qualche certezza moralistica in meno la difficoltà di “conciliare il crescente potere dei giudici con il principio democratico inteso come principio elettorale”.

6 dicembre 2008
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Partito democratico questione morale magistratura Berlinguer
Questione morale? No, la questione è politica. E non saranno i giudici a salvarci

La guerra per bande in corso tra le procure di Salerno e Catanzaro è molto più di un colpo al prestigio della magistratura. Rappresenta la pietra tombale sulla narrativa della rivoluzione giudiziaria, l’illusione che la politica italiana potesse essere rinnovata facendo leva sull’iniziativa dei giudici. Quella narrativa ha accompagnato gli ultimi due decenni di storia nazionale lungo le linee di un inedito bipolarismo politico-giudiziario. Da una parte, nella sinistra post-azionista e post-comunista, coloro che hanno creduto di far vidimare la propria patente di diversità morale nelle aule di tribunale. Dall’altra, una destra berlusconiana che si è fatta vanto e forza anche elettorale di un pregiudizio anti-magistrati a sfondo qualunquistico assai più che garantista.

Tra queste due trincee uguali e contrarie, parti della magistratura si sono fatte prendere in mezzo troppe volte e ogni volta con criteri sempre meno comprensibili dal mondo esterno. Fino allo spettacolo di questi giorni, di fronte al quale la reazione non può che essere quella riassunta da una firma tradizionalmente vicina alle ragioni della magistratura come Giuseppe D’Avanzo: “Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente”.

Se il prestigio della magistratura è tutelato dagli organismi di autogoverno e dall’iniziativa quanto mai opportuna del Presidente della Repubblica, oltre che dal comportamento quotidiano della maggioranza dei giudici, la politica è lasciata da sola a fare i conti con la fine di quell’illusione. La questione è di ben poco conto per la destra berlusconiana, che può serenamente continuare a vestire i panni antigiudiziari che le hanno portato tanta fortuna in un paese dove la piccola illegalità è anche un costume antropologico. Diventa invece spinosissima per la sinistra e per il Partito democratico, che di quella falsa credenza continua ancora oggi a campare come si campa di un’abitudine adolescenziale con la quale non si sono mai fatti i conti fino in fondo. Perché l’adolescenza del PD (o meglio, quella del personale politico che si trova concretamente a dirigerlo) è inscritta nel paradigma berlingueriano della diversità morale. Lo stesso paradigma a cui ancora ieri l’Unità dedicava la sua prima pagina, con una citazione dalla celebre intervista di Berlinguer a Scalfari del luglio 1981, e che racconta l’Italia come un paese conteso tra una maggioranza di giusti e una minoranza di ingiusti con la magistratura sullo sfondo a fare da arbitro supplente.

Ma se per il Berlinguer dei primi anni Ottanta la diversità morale fu l’ultima e disperata risposta alla crisi storica del comunismo, per i suoi eredi è diventata una cura palliativa all’assenza di una politica. Da anni si lotta in suo nome contro il berlusconismo, dipinto fin dall’inizio come un’espressione moralmente degenerativa della nazione. Appena ieri si è definita in suo nome un’alleanza con Di Pietro, che del moralismo giustizialista ha fatto un uso assai più spregiudicato ed efficace. Oggi ci si prepara, ancora una volta in suo nome, ad evitare un autentico confronto democratico sulle prospettive politiche e personali del principale partito d’opposizione. Sostituendo quel confronto con una lamentazione sulla caduta della tensione morale tanto generica da accontentarsi di qualche capro espiatorio e da non poter essere declinata nei termini assai più stringenti di coerenza e responsabilità. Perché in politica l’immoralità è di tutti e di nessuno, ma la coerenza e la responsabilità portano necessariamente un nome e un cognome. Mentre su quel binario l’etica pubblica continua ad essere sequestrata a scopi di parte, in un’operazione doppiamente immorale che non dice la verità su chi la promuove e priva la collettività di risorse etiche che dovrebbero restare condivise.

Nei giorni in cui tra Salerno e Catanzaro la magistratura perde definitivamente la facoltà di essere strumento di rinnovamento politico, una nuova retorica della “questione morale” può essere il colpo di grazia alle ambizioni del Partito democratico. Con colpe equamente suddivise tra le sue varie fazioni, più o meno legate all’eredità del berlinguerismo ma tutte complici di un patto del silenzio che continua a nascondere la responsabilità politica sotto il tappeto della morale.


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