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11 aprile 2009
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Discarica Europa
In teoria l’europeismo dovrebbe essere il fiore all’occhiello della sinistra italiana, l’emblema più puro della visione progressista del mondo e della nazione. Perché noi sì che crediamo davvero all’Europa e alla sua superiore dignità. Diversamente da quei beceroni di destra, s’intende, che non perdono occasione per farsi beffe delle istituzioni comunitarie meritandosi tanto spesso il rimprovero di Bruxelles. Tutto questo molto in teoria. Perché poi nella pratica il parlamento europeo è trattato dal PD come una discarica politica di lusso. Dove inviare a spese nostre un corposo mix di trombati, stelline purificatrici e strateghi di rovinose sconfitte.

È questo il senso delle candidature europee che si vanno preparando, ben rappresentato dai casi di Sergio Cofferati, Goffredo Bettini e Debora Serracchiani. Quest’ultima di certo la più incolpevole, avendo avuto il merito di svolgere almeno un intervento lucido e veritiero sulla falsa partenza del Partito democratico. Ma subito diventata nelle mani di Franceschini la pezza con cui coprire la voragine di idee e credibilità dell’immortale gruppo dirigente, aggiornando al 2009 il topos della giovane e appassionata militante che apriva ogni congresso del PCI con l’accorato appello della base. Personalmente voterei volentieri Debora Serracchiani. Ma ancor più volentieri la vedrei contribuire insieme ad altri, con le ottime armi retoriche e intellettuali di cui dispone, a scalzare una leadership da tempo inadeguata invece di accettare il piattino di lenticchie che le è stato gentilmente offerto. Niente di eroico, solo quello che avviene nei partiti normali. Dove chi ha idee e capacità per esprimerle si coalizza per puntare al controllo della ditta, soprattutto se ridotta a brandelli, senza accontentarsi di un posticino in portineria.

Molto più serio il caso di Cofferati e Bettini, entrambi reduci da sconfitte e per questo ricompensati con un posto in Europa. Lo stratega principe del veltronismo si appresta a portare a Strasburgo la sua esperienza esclusivamente e orgogliosamente romana, forte dei luminosi risultati raggiunti alla guida spirituale del PD. Si tratta forse di un ultimo colpo di coda dei veltroniani, dovunque siano ancora annidati? Non esattamente. Perché secondo il battagliero capo dei cosiddetti “dalemiani romani”, qualunque cosa s’intenda con quest’appellativo tribale, Bettini “va candidato ed eletto come riconoscimento alla carriera politica che ha svolto” (Claudio Mancini intervistato da Repubblica del 5 aprile). L’importante, va da sé, è che prosegua altrove la sua carriera togliendosi finalmente di mezzo.

È un buon esempio dell’uso del Parlamento europeo come strumento di rottamazione, a cui la candidatura di Cofferati è destinata ad aggiungere del suo. Non solo per il clamoroso effetto che fanno oggi i toni con cui lo stesso Cofferati escluse pochi mesi fa qualsiasi ipotesi di candidatura (“Sarei cialtrone e io non sono un cialtrone”, “Se andassi in Europa potreste dire che sono un ciarlatano”, etc.) ma soprattutto per la leggerezza con cui viene rappresentata all’opinione pubblica la responsabilità di parlamentare europeo. Proprio ieri, provandosi a parare qualche critica, Cofferati ha esposto in questi termini la sua alta visione del mandato: “Un conto è fare il sindaco di Bologna, che è un impegno sette giorni su sette. Un conto è l’Europa. Lì posso conciliare”.

Non c’è nessun dubbio che Cofferati sia un gran lavoratore, capace di combinare vita privata e attività politica. Ma l’idea che Strasburgo sia un compito da svolgere con la mano sinistra, e comunque di tutto riposo rispetto alla responsabilità di sindaco, merita di essere illuminata in tutto il suo valore. Perché confligge con la tradizionale rivendicazione di europeismo della sinistra italiana tanto quanto con la realtà dei fatti europei, laddove il parlamento di Strasburgo è un’istituzione che richiede professionalismo e dedizione. Lo hanno capito da tempo altri partiti della sinistra europea, tra cui in particolare i socialisti spagnoli e i laburisti britannici, che a Strasburgo inviano pattuglie di quadri politici che legislatura dopo legislatura qualificano il proprio difficile mestiere. Riuscendo a comprenderne a fondo i meccanismi e a influenzarne i risultati, valorizzando anche i propri interessi nazionali.

Come ha ben scritto Sandro Gozi sull’Unità del 19 marzo, firmando un appello collettivo al PD: “Il Parlamento europeo ha bisogno di persone … per le quali il futuro e non il passato sia un elemento decisivo della propria prospettiva politica, desiderose di impegnarsi e mettersi in gioco piuttosto che trovare un sereno e confortevole ambito di rappresentanza”. Ad oggi non sembra proprio che il PD voglia distaccarsi dal modello che ha permesso in passato di spedire a Strasburgo autentici giganti dell’Europa come Enrico Montesano (1994-1996) o Michele Santoro (2004-2005). O anche una corposa pattuglia di big della politica nazionale che ha interpretato il seggio europeo come una sistemazione provvisoria, abbandonandola appena possibile e riducendo la delegazione del centrosinistra italiano ad una pattuglia di sostituti e sopravvissuti.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 11/4/2009 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

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