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14 dicembre 2008
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I malanni e i battutisti

Sì, d’accordo. Il catalogo dei malanni del PD pubblicato ieri da Michele Salvati sul Riformista è quello giusto. Ci sono tutti. La debolezza di un “patriottismo democratico” di contro alle “vecchie appartenenze organizzative”. La scelta di un modello di partito, tra quello liquido-primatista e quello solido-tradizionalista. La definizione di un percorso di alleanze e di un registro di opposizione, con la previsione del tutto ragionevole che non basterà certo una burrosa “conferenza programmatica” a risolvere tutto il garbuglio.

Benissimo, ci siamo. Ma c’è come la sensazione che manchi qualcosa. Non tanto l’indicazione di questo o quel malanno, ma quello che un tempo avremmo definito “il soggetto storico” capace di tradurre la diagnosi in cura. E quindi le persone, il gruppo dirigente, la leadership. Perché se ci aspettiamo che i Veltroni (o i D’Alema, i Rutelli, i Marini, i Rosibindi) si sottopongano a dure e dolorose cure per i malanni che hanno inflitto da soli a se stessi e al centrosinistra italiano, non usciremo mai dalla corsia d’ospedale. Sì, lo so anch’io che è il solito discorso sui gruppi dirigenti. Ma è anche vero che sono i soliti malanni dei soliti malati. E che auspicare che ci siano uomini buoni per tutti le stagioni è quantomeno eccesso di ottimismo.

Allora, il miglior commento (involontario) all’analisi di Salvati è quello scritto da Christian Rocca
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"Quando Huckabee faceva la campagna elettorale, i giornalisti lo amavano non solo perché diceva cose bizzarre (voleva abolire le tasse sul reddito), ma anche perché non parlava in politichese e sapeva sintetizzare messaggio evangelico e battute da vero comico. Qualcuno aveva scritto che  la candidatura di Huckabee in realtà non era una corsa alla Casa Bianca, ma ad accaparrarsi uno show televisivo. Così nessuno s’è stupito del suo finale approdo a Fox News, anche se magari tornerà a fare politica. Massimo D’Alema è quanto di più lontano ci possa essere da Huckabee, ma è il più formidabile battutista del mondo politico italiano. Se scegliesse il modello Huckabee, invece di presiedere una Fondazione, D’Alema sarebbe un fantastico conduttore di un’imperdibile trasmissione politica televisiva"


25 settembre 2008
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. tremonti salvati
Marxismo-tremontismo
In Italia abbiamo finalmente un ministro filosofo. Di più, un ministro profeta. Perché già nel 1995 (dicasi 1995!), nel suo preveggente saggio “Il fantasma della povertà”, Giulio Tremonti aveva previsto quanto si sarebbe puntualmente verificato tredici anni dopo. E oggi può serenamente godere della catastrofe che incombe sul capitalismo speculativo globalizzato. Richiesto di un parere su quanto accade afferma parcamente “Non commento, dixi”. Provocato dai soliti professorini intima “Tacete, economisti”, rifacendosi umilmente a Carl Schmitt. Insomma, tranne lui, “Nessuno ha parlato di crisi finché non è arrivata la crisi”.
Passi per l’ego di chi vuol sentirsi filosofo anche quando viene pagato per fare il ministro dell’economia. Passi per l’assenza di quei messaggi politici chiari che dal suddetto ministro dell’economia vorremmo sentire, in merito ai provvedimenti che il governo intende adottare per rassicurare i mercati e i risparmiatori italiani. Passi per tutto questo, ma davvero non si capisce l’entusiasmo che il marxismo tremontismo sta suscitando in una parte della sinistra. Quella che scopre nel ministro-filosofo un alleato nuovo, potente e più efficace di qualsiasi proprio esponente nella comune battaglia contro il mercato. Ecco, è questa la parte più insopportabile della storia. Ma su questo ha detto benissimo Michele Salvati oggi sul Corriere. E per ora tanto basta.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 25/9/2008 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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