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1 novembre 2009
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I limiti di Bersani e i conservatori di centro
Tra le virtù di Pierluigi Bersani la più apprezzabile è forse il senso della misura. A differenza di alcuni dei suoi predecessori, il nuovo leader del partito democratico non annuncia alcuna roboante trasformazione nel DNA della politica (in stile veltroniano) né si presenta come un sopraffino stratega di geometrie cartesiane (in stile dalemiano). Più semplicemente, ma con effetti assai più rassicuranti su tutti coloro che hanno a cuore la buona salute della democrazia italiana, Bersani promette di essere l’onesto amministratore di un capitale politico che appare fortemente ridimensionato rispetto a quelle che furono le ambizioni di partenza del Partito democratico ma che rimane comunque indispensabile al buon funzionamento dell’alternanza elettorale.

Al contempo, questa sua virtuosa assenza di velleitarismi deriva dalla presa d’atto di cos’è davvero rimasto in quel risicato patrimonio politico: il senso di realismo, un pragmatico mestiere di contrattazione politica e la capacità di rappresentare gli interessi di alcuni minoritari insediamenti geografici, anagrafici e sociali. Tutto questo insieme alla consapevolezza, primo di tutto dello stesso Bersani, di non poter essere lui il prossimo candidato alla guida del governo. Si tratta, in sintesi, di ciò che resta delle migliori spoglie del postcomunismo italiano. Non poco, ma nemmeno molto.

In questo senso l’uscita di Francesco Rutelli dal PD non può essere spiegata esclusivamente con ragioni di carattere soggettivo, e dunque come l’esito della sconfitta di un ex leader che ritiene di non trovare più alcuno spazio di manovra nel partito. C’è anche la presa d’atto che con la vittoria di Bersani si è compiuto un ciclo breve ma intenso, che aveva fatto immaginare a molti che il PD potesse essere la casa comune ad una pluralità di culture politiche. E insieme la constatazione che la strada che percorrerà il PD di Bersani non potrà che essere quella, già ampiamente battuta con esiti mai decisivi negli equilibri politici della nostra storia recente, della declinazione più tradizionalista possibile del più classico welfarismo post-comunista.

Tuttavia la scelta di Rutelli è gravata da un tradizionalismo speculare e altrettanto pernicioso. Quello che rappresenta il fantomatico “centro” come un luogo da sempre e per sempre immobile, da presidiare con una forza che sia insieme centrista e moderata. Un partito che realizzi alleanze parlamentari di volta in volta diverse e che per questo sia decisivo nella formazione di qualsiasi maggioranza di governo. Si tratta di fatto dell’accezione di centro che prevale nei paesi ancora prigionieri di forte fratture ideologiche. Quelli nei quali, secondo la nota distinzione di Maurice Duverger, il parlamento è governato “par le centre” attraverso un piccolo o grande partito di centro capace di stabilizzare l’intero sistema politico. Laddove nei sistemi maturi, che al contrario sono governati “au centre”, si vince sì con il consenso degli elettori di centro ma conquistandoli ogni volta con offerte politiche diverse.

È quanto accaduto negli anni Novanta alle socialdemocrazie avanzate di Germania e Gran Bretagna, con il “Neue Mitte” di Gerhard Schroeder e il “Left of Centre” di Tony Blair. Ed è anche quanto accaduto più di recente a Nicholas Sarkozy e Angela Merkel, che hanno rifondato i rispettivi conservatorismi passando per linee molto lontane da quelle di un centrismo inteso secondo i canoni italiani. In entrambi questi scenari storici il risultato è stato l’avvio di stagioni di riforme profonde, dove il centro dell’elettorato è stato sedotto da partiti capaci di definire proposte politiche dai tratti culturali espansivi e innovatori.

Anche in Italia il centro reale e mobile dell’elettorato è stato conquistato da soggetti in apparenza lontani dal moderatismo centrista. C’è già riuscito Berlusconi e ci sta riuscendo la Lega, che ha ormai dismesso l’aspetto più rumoroso della sua propaganda per diventare un più classico soggetto di mediazione di interessi e visioni. Eppure nella nostra discussione pubblica domina ancora l’accezione tradizionalista di “centro”, che ipoteca negativamente l’apertura di un autentico ciclo riformatore.

Perché il ritorno ad un sistema classicamente proporzionale, qual è quello che il nuovo centrismo italiano richiede come suo corollario, condannerebbe il paese a governi ogni volta ricontrattati in parlamento. E dunque privi della forza di realizzare alcuna vera innovazione delle politiche pubbliche perché prigionieri dei reciproci poteri di ricatto. Con il risultato paradossale di cercare Blair tornando invece a Gava.


17 dicembre 2008
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Un cadavere collettivo da sgombrare
Dopo il tonfo d’Abruzzo sulla strada del PD c’è un cadavere da sgombrare, ma non è quello del solito Veltroni. È il corpo inerte e collettivo di quello che dovrebbe essere un gruppo dirigente, se solo mostrasse di reagire agli eventi come un qualsiasi essere vitale. Al vertice del PD si attende invece il compiersi della catastrofe nella più totale passività, perché ognuno è convinto di poter ricavare il proprio piccolo tornaconto dal corso naturale degli eventi.

Entro un anno, forse meno, Veltroni sarà accompagnato alla porta ma potrà dire di essere stato proditoriamente sconfitto dalla “vecchia politica”. D’Alema avrà insediato alla guida dei resti del PD un suo fedele, se non sarà diventato lui stesso il capo di una nuova, piccola formazione di postcomunisti vecchi e nuovi. Rutelli sarà uscito dalla sezione italiana del PSE per riunirsi con popolari e centristi, e via di questo passo. Naturalmente questo venerdì, alla riunione della Direzione, ascolteremo riflessioni completamente diverse. Da Veltroni la fantasia del Lingotto 2, da D’Alema la litania del “solido investimento” su Veltroni, da Rutelli chissà. Ma fuori dalle stanze nelle quali si reciterà l’ennesimo episodio di una fiction ormai surreale, resterà di fronte agli occhi di qualsiasi elettore o simpatizzante lo spettacolo di un partito che si avvia a frantumarsi entro pochi mesi.

Un cadavere collettivo da sgombrare, dunque, per impedire che la storia del Partito democratico resti quella brevissima di un esperimento di giustapposizione oligarchica naufragato dopo pochi mesi. Sì, ma chi dovrebbe provvedere alla rimozione? Nei partiti normali, quelli dove si coltiva con cura la crescita delle nuove leve, sono gli aspiranti dirigenti che ad un certo punto sollevano di peso i responsabili dei fallimenti. Nel PD nostrano dobbiamo invece ascoltare la predica sul “rinnovamento dei dirigenti” venire ieri da D’Alema e oggi da Goffredo Bettini, colui che per vent’anni ha presidiato immobile la sinistra romana e che più di recente ha scolpito le regole auree della catastrofe veltroniana. Cominciasse da se stesso a rinnovare i dirigenti, viene naturalmente da dire. Ma un secondo dopo occorre pensare a soluzioni pratiche e realistiche, che facciano immaginare un esito diverso dall’autodistruzione del PD programmata per il giorno dopo le elezioni europee.

Quella soluzione esiste e Veltroni la conosce benissimo. Consiste nell’annunciare già oggi che il prossimo candidato premier espresso dal PD non sarà lui né D’Alema, né Rutelli né qualsiasi altro esponente di un gruppo che ha da tempo esaurito la propria capacità di apprendimento e innovazione. E nel dare a questo PD un anno di tempo per discutere a fondo della propria linea e soprattutto della persona che dovrà incarnarla. Perché nella politica occidentale non esistono leader per tutte le stagioni né linee che possano essere disgiunte da una leadership in grado di difenderle e rappresentarle. Sarebbe un anno per permettere al PD di trovare una guida adeguata, affidando al conflitto politico aperto la funzione di far emergere alla luce del sole quella personalità che certamente esiste tra i molti suoi dirigenti nazionali e periferici. Un anno che potrebbe essere impiegato molto più utilmente che non alternando all’infinito, come avviene in queste settimane, un conflitto impolitico e tribale all’esortazione bacchettona e stucchevole a “non farsi del male”. Un anno, infine, che gli stessi Veltroni e compari potrebbero utilizzare per dedicarsi al confronto politico liberi dall’ingombro della leadership. Non gli si chiede di andare in pensione (anche se non sarebbe un’idea poi così pessima) ma di dedicarsi alla politica dalle seconde file, come qualsiasi ex prim’attore rimasto notabile disarmato.

Sarebbe una scelta ragionevole e realistica per qualsiasi gruppo dirigente che volesse garantire un futuro al partito che si trova a guidare. Ma c’è un solo, grande impedimento. Rischia di non esserlo affatto per chi ha ormai fatto della propria sopravvivenza l’unico criterio di ragionevolezza. Ed è appunto questa la ragione per cui discutiamo di cadaveri da sgombrare, invece che di prospettive politiche.



7 novembre 2008
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Obama e la cupola del PD, le biografie parallele
Non si dovrebbe mai dire “l’avevamo detto”. Ma in questo caso l’avevamo proprio detto. Con una sola inesattezza. Veltroni non ha convocato una conferenza stampa ma un più classico comizio di piazza per prendersi anche lui un po’ della vittoria di Obama. C’è da capirlo. Come ha spiegato nell’intervista a Repubblica di ieri: “Obama è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico”. Aggiungendo poi che “la mia formazione è dentro l’esperienza democratica e il suo sistema di valori”.

Ci si potrebbe anche fermare qui. Ricordando che la formazione di Veltroni non è esattamente “dentro l’esperienza democratica e il suo sistema di valori”. Oppure che la corsa veltroniana al copyright obamiano ricorda quella altrettanto confusa che qualche anno fa lo vide travestirsi da Tony Blair, “forse perché io e lui abbiamo fatto le stesse letture” (quali fossero di preciso quelle letture, poi, è rimasto per sempre un mistero). Ma fin qui sarebbe il solito, inutile esercizio di retorica antiveltroniana.

Dinanzi alla novità di questi giorni vale invece la pena allargare lo sguardo. Lasciando il “pensiero democratico” ai filosofi della politica e concentrandosi sul nostro e più concreto PD. Perché al momento quel partito – per come è nato, per come è diretto da questo specifico gruppo dirigente e per come si manifesta agli elettori italiani – non è in grado di assorbire alcunché dalla novità che la storia straordinaria di Obama ci segnala. Quella storia racconta che la politica occidentale è ancora mossa da forze carismatiche, capaci di dare consistenza alle idee di volta in volta più convincenti. Sulla carta, i Democratici avevano in mano da tempo le idee e gli strumenti per battere i Repubblicani. Ma con Barack hanno trovato la vera arma letale, in grado di neutralizzare la carta McCain e di trascinare alle urne milioni di cittadini che sarebbero probabilmente rimasti a casa. Quell’arma non è solo la retorica di Obama, né solo il colore della sua pelle. Quell’arma si chiama credibilità personale. La credibilità che nasce da una narrazione biografica fatta di coerenza e coraggio. E la forza evocativa di chi ha sfidato il proprio destino prima ancora di sfidare il clan dei Clinton.

Vogliamo davvero infliggerci un esercizio di comparazione tra il percorso di Obama e quello dell’attuale leadership del PD? D’accordo, proviamoci. Per esempio ricordando che nell’anno 2000 – quando Obama non riusciva neanche ad entrare alla convention democratica – Veltroni era già il segretario dei DS e si apprestava a guidare il “correntone”; D’Alema era già stato segretario dei DS e presidente del consiglio; Marini era già stato segretario dei Popolari; Rutelli si apprestava ad essere sconfitto alle elezioni del 2001. E via di questo passo. Ognuno dei personaggi che oggi ci chiedono di essere identificati come l’incarnazione collettiva dell’obamismo italiano ha già avuto la sua possibilità e l'ha persa. Il che è perfettamente legittimo, ma svuota di credibilità qualsiasi pretesa di incarnare l’innovazione rimanendo uguali a sé stessi e senza mai rischiare niente in proprio.

Questo è quanto è successo finora al PD di Veltroni, D’Alema, Marini etc. Un partito nato come misura di autoconservazione oligarchica e percepito dagli elettori (ce lo spiega il rapporto Itanes 2008) come il residuo di un passato che non vuole passare. Un segretario che non solo non ha tratto alcuna conseguenza personale dalla sconfitta elettorale, ma che ha già annunciato di non volerne trarre neanche in futuro. E un gruppo dirigente nel quale la qualità condivisa è la capacità di vegliare su una leadership consumata, nell’attesa di dividersene le spoglie al momento opportuno senza alcuna intenzione di innescare già oggi quella competizione di idee e personalità che rappresenterebbe l’unica e vera salvezza del partito.

Non si dovrebbe mai citare il direttore del proprio giornale, ma in questo caso è proprio vero quanto ha scritto domenica scorsa Antonio Polito: gli effetti della rivoluzione obamiana arriveranno dalle nostre parti solo con il successore di Veltroni, chiunque sia colui che vorrà provare a mostrarsi finalmente credibile attraverso i metodi della politica. E dunque con gli strumenti del coraggio, del rischio e del carisma.



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