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27 luglio 2010
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George Orwell, gli intellettuali e i partigiani della chiacchiera
La vera malattia di George Orwell fu sempre la politica, prima ancora della debolezza polmonare che l’avrebbe ucciso nel gennaio 1950. Non la politica di partito, come diremmo oggi in epoca di trionfo dell’antipolitica, ma la militanza civile come incrocio tra convinzioni individuali, responsabilità personale e congiuntura storica. Una malattia da cui fu contaminato già prima di diventare Orwell. Quando ancora si firmava con quel suo vero nome, Eric Arthur Blair, che oggi lo rende irresistibile agli occhi di ogni nostalgico blairiano (come il sottoscritto).

Blair diventa Orwell quando decide di abbandonare la vita moderatamente agiata che aveva condotto fino ai venticinque anni di età, rampollo di un medio funzionario dell’impero destinato a seguire la carriera del padre dopo gli studi a Eton. E in Birmania, dove lavora qualche anno come supervisore giuridico e amministrativo, Blair-Orwell si spoglia dell’abito imperiale e torna in Gran Bretagna per dedicarsi alla narrazione politica. “Ero consapevole di un immenso senso di colpa che dovevo espiare” – avrebbe scritto qualche anno dopo – “sentivo di dovermi sottrarre non soltanto all’imperialismo ma ad ogni forma del dominio dell’uomo sull’uomo. Volevo sommergermi, scendere in mezzo agli oppressi, essere uno di loro e schierarmi al loro fianco contro i loro tiranni”. Era il nucleo di un sentimento primordiale che nel corso degli anni non l’avrebbe più abbandonato, spingendolo alle scelte di vita radicali da cui sarebbe nata la sua particolarissima scrittura civile: barbone e lavapiatti per raccontare la vita quotidiana dei diseredati di Francia e Inghilterra (“Senza un soldo a Parigi e a Londra”), testimone tra i lavoratori delle miniere inglesi in crisi (“La strada di Wigan Pier”), combattente antifascista in “Omaggio alla Catalogna” e militante antistalinista per la “Fattoria degli Animali”, fino al ruolo di grande architetto antitotalitario di “1984”.

Dobbiamo allora immaginare uno scrittore facile all’indignazione, che se per miracolo si trovasse ad essere paracadutato nell’Italia del 2010 non potrebbe che ingrossare le file antiberlusconiane del “Popolo viola” o quelle berlusconiane dei “Promotori della libertà”? Un classico intellettuale engagé, insomma, pronto a farsi partigiano della chiacchiera nell’Italia delle tifoserie immobili? Niente di più improbabile. E non certo perché Orwell predicasse un distacco bipartisan da quelle passioni del mondo nelle quali si buttò sempre a capofitto. La vera ragione per cui Orwell si troverebbe a disagio nella nostra Italia, ma anche quella per cui proprio oggi ci servirebbe la sua voce, è nel disprezzo che ostentò sempre per le convenzioni diffuse tra gli “intellettuali pubblici” che lo circondavano. Perché Orwell fu certamente un intellettuale, ma proprio alla sua specie di appartenenza dedicò la maggiore energia distruttiva. Convinto com’era che le malattie del suo tempo, e in primo luogo comunismo e fascismo, fossero rese ancora più letali dal silenzio o dalla colpevole connivenza degli intellettuali.

I maiali della “Fattoria”, ad esempio, sono naturalmente i capi stalinisti del comunismo sovietico. Ma prima ancora sono “lavoratori della mente”, come spiega magistralmente il maiale Piffero: “Noi maiali lavoriamo con il cervello, tutta la conduzione e l’organizzazione di questa fattoria dipendono da noi. Giorno e notte noi vegliamo sul vostro benessere”. Veri protagonisti della svolta autoritaria della rivoluzione animalista, gli intellettuali di Orwell sono anche coloro che “si sono opposti a Hitler solo al prezzo di accettare Stalin”, come avrebbe scritto nel 1943, perché “la maggior parte di loro è perfettamente pronta per metodi dittatoriali, polizia segreta, falsificazione sistematica della storia, etc. Purché sentano che è dalla ‘nostra’ parte”. Ma sono anche i “poeti-finocchietti” (“nancy-poets”) che “amano comprare le proprie stoviglie a Parigi e le proprie opinioni a Mosca”, o “gli opportunisti attirati in massa dall’odore del progresso come mosche da un gatto morto”.

La galleria delle immagini dissacratorie che l’Orwell anti-intellettuale ha dedicato ai suoi compagni di classe è sconfinata e spesso urticante per il gusto troppo corretto di noi contemporanei. Eppure potrebbe dire moltissimo agli “intellettuali pubblici” italiani del 2010. E quindi a coloro che hanno indossato abiti sacerdotali per gridare al “regime” – non importa se berlusconiano o antiberlusconiano – senza mai riuscire con tutto il peso della propria indignazione a spostare di un grammo il bilancio reale dei consensi degli italiani e soprattutto senza mettere in discussione una sola misura del proprio privilegio. A costoro probabilmente Orwell apparirebbe vestito da guerrigliero antifranchista, con i tratti vagamente ridicoli con i quali apparve all’amico Philip Mairet prima di partire per la Barcellona repubblicana: “Vado in Spagna. Perché questo fascismo qualcuno dovrà pur fermarlo!”

Ma non è l’Orwell con zaino e bandoliera a sembrarci più vicino, quanto piuttosto lo scrittore civile che agli intellettuali indignati e impotenti del suo tempo contrappone il naturale senso della giustizia che riconosceva nella gente normale. Era la “decency” popolare nella quale confidò sempre, anche nei momenti di maggiore sconforto, perché “la mia principale speranza per il futuro è il fatto che la gente comune non si è mai separata dal suo codice morale”. Su questo avrebbe costruito la parte positiva e propositiva della sua scrittura civile. Guardando ad esempio alla “gente comune” come principale risorsa morale della nazione britannica rimasta sola di fronte all’attacco nazista, quando le leadership nazionali erano nel massimo discredito per non aver saputo contenere il progetto hitleriano. E quando la fonte di un nuovo patriottismo era da ritrovare, come scrisse in “Il leone e l’unicorno”, nella tempra morale di quello che Napoleone aveva considerato un “popolo di bottegai” incapace di combattere. Perché l’Inghilterra di Orwell era “una famiglia in cui comandano i membri sbagliati”, ma anche una nazione che di fronte alla guerra può “assumere la propria vera forma, quella che sta appena sotto la superficie”. Da qui anche la sua entusiastica partecipazione alla “Home Guard”, la milizia popolare che avrebbe dovuto contrastare strada per strada una possibile invasione tedesca: “La Home guard – scrisse nel 1941 – potrebbe esistere solo in un paese in cui gli uomini si sentono liberi. Gli stati totalitari possono fare grandi cose, ma c’è una cosa che non possono permettersi: dare un fucile ad un operaio e dirgli di portarselo a casa. Quel fucile appeso al muro nell’appartamento dell’operaio o nella casupola del bracciante è il simbolo della democrazia. È compito nostro fare in modo che ci rimanga”.

Oggi il combattivo patriota popolare che fu Orwell non sarebbe andato troppo d’accordo né con i sentimenti pacifisti tanto diffusi dalle parti dei nostri progressisti (“il pacifismo è obiettivamente filofascista”, scrisse sulla Partisan Review) né con la rivendicazione di Berlusconi di una visibilità guadagnata all’Italia dalle sue frequentazioni con Putin e Gheddafi. E forse proprio sul Cavaliere si sarebbe interrogato a lungo. Non già per confonderlo sbrigativamente con un Grande Fratello dei nostri giorni, perché subito gli sarebbe apparsa evidente la distanza tra quel suo simbolo di potenza assoluta e questo nostro leader in perenne campagna elettorale, ma piuttosto per studiarne i lati più bizzarri. Come ad esempio il ricorso allo spauracchio dei comunisti, di cui ormai neanche Vendola riesce a parlar bene. E qui Orwell avrebbe forse ricordato la formula preferita dai maiali della fattoria nei momenti di difficoltà, quel “Non vorrete mica che torni il signor Jones?” con cui riuscivano sempre a sopire i dubbi degli altri animali. O forse avrebbe guardato incuriosito agli slogan del “Partito dell’amore”, immaginandoli come nuovi vocaboli di quella “neolingua” che in “1984” doveva cancellare la possibilità stessa di pensare il male e la ribellione. Ma più probabilmente nell’Italia di oggi Orwell non avrebbe fatto né una cosa né l’altra, applicandosi invece al difficile compito di ritrovare nella sua amatissima “gente comune” le risorse morali per restituire senso ad una nazione confusa e priva di speranza.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 27/7/2010 alle 14:56 | Versione per la stampa

24 gennaio 2009
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Se lo dice Orwell


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permalink | inviato da Andrea Romano il 24/1/2009 alle 10:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

9 dicembre 2008
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Orwell e il disfattismo della questione morale
Ognuno si sceglie i modelli che preferisce, spesso senza confessarlo nemmeno a se stesso. E chiunque si trovi a scrivere qualcosa (non necessariamente un romanzo, basta una notizia d’agenzia o una rubrichetta come questa) in cuor suo vorrebbe incarnare qualche penna molto più celebre. Io ho sempre voluto essere George Orwell. Né più né meno che lui: l’autore della Fattoria degli Animali e di 1984, ma soprattutto il saggista immortale che ha raccontato il socialismo, gli intellettuali e l’Inghilterra del Novecento. Tra me e me l’ho sempre saputo e oggi voglio confessarlo pubblicamente. So bene di espormi al ridicolo ma non posso farci niente. Ho anche un’attenuante, che spero verrà tenuta in debito conto. Il vero nome di Orwell era Eric Arthur Blair e si capisce che la mistica circostanza mi ha impedito da tempo di resistere alla tentazione.

In ogni caso avevo quasi dimenticato questa mia perversione, come fortunatamente tendo a fare di tanto in tanto, quando mi sono imbattuto in alcuni passaggi dei suoi scritti di guerra. In particolare le sue corrispondenze per la Partisan Review, rivista della sinistra libertaria e anticomunista statunitense per la quale scrisse dal 1941 al 1946. Nel gennaio 1941, sotto le bombe tedesche e ben prima che le sorti del conflitto volgessero a favore della Gran Bretagna, Orwell raccontava ai suoi lettori americani l’umore che si respirava nelle strade di Londra e nei circoli che si trovava a frequentare.
 
E in una pagina scriveva: “La principale attività degli scrittori di sinistra è un criticare cavilloso che si trasforma in una sorta di delusione quando l’Inghilterra ottiene una vittoria, perché contraddice le loro previsioni. Durante l’estate l’intellighenzia di sinistra era totalmente disfattista, molto più di quanto si permettesse di dimostrare sulla stampa. Nel momento in cui sembrava probabile l’invasione dell’Inghilterra, un noto intellettuale di sinistra in realtà avrebbe voluto scoraggiare la resistenza di massa, sostenendo che i tedeschi sarebbero stati più indulgenti se non avessero incontrato opposizione. Era anche allo studio una mossa, in previsione della futura occupazione nazista, che avrebbe convinto la sezione speciale di Scotland Yard a distruggere i dossier politici che sicuramente possiede su molti di noi. Tutto questo in forte contrasto con la gente comune, che o non si era resa conto del pericolo incombente sull’Inghilterra o era determinata a resistere fino all’ultima trincea” (da George Orwell, “Diari di guerra”, Mondadori 2007, p.246).

Non so cosa ne avrebbe pensato Eric Blair, ma quel disfattismo mi ricorda da vicino la retorica della questione morale che si respira in questi giorni ai vertici della sinistra italiana. Soprattutto nel suo contrastare il buon senso della “gente comune”, che nell’Inghilterra del 1941 era pronta a resistere in trincea contro un’eventuale invasione tedesca e che nell’Italia di oggi si accontenterebbe del rinnovamento politico e personale del principale partito d’opposizione. Sarebbe tra l’altro un’operazione assai meno rischiosa del combattere con le armi in pugno contro i nazisti, ma come quella avrebbe in sé il potere di contrastare una deriva impotente. Perché continuare a dirsi diversi e a reclamare la dimostrazione di quella diversità contro i guasti prodotti dalla mancanza di ricambio equivale ad attendere la catastrofe con le mani in mano.

Come gli “intellettuali di sinistra” che Orwell tanto detestava, e che oggi chiamiamo “opinion makers”, abbondano coloro che bacchettano il Partito democratico per la mancanza di discontinuità dal berlusconismo e per la contiguità con le perversioni del potere. Senza accorgersi che la più autentica discontinuità sarebbe il coraggio di non dare niente di scontato per quanto riguarda la propria indole morale (imponderabile e ininfluente se non in privato) ma di pretendere il massimo della responsabilità nell’esercizio della leadership politica. E dunque il coraggio di mettersi in discussione e di restituire la parola alla vita democratica di un partito che si dice democratico, lasciando la sedia quando si è stati sconfitti o quando non si ha più niente da dire. Il risultato è invece il disfattismo di chi, ai vertici del PD, vorrebbe lasciare le cose esattamente come stanno, cavandosela con qualche ramanzina personale unita alla promessa che prima o poi sarà ritrovata la strada della superiorità morale. Pensando ancora una volta che è meglio perdere che perdersi, mentre si avvicinano le bombe della prova elettorale.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 9/12/2008 alle 13:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa

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