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18 luglio 2010
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Peter Mandelson, lo special one
Chiunque coltivi una passione per la politica, o anche solo un interesse per le arti del consenso democratico, dovrebbe ammirare Peter Mandelson. Al contrario, mentono sapendo di mentire coloro che ostentano disprezzo per il suo magistero. Soprattutto se hanno a che fare con un mestiere politico. Perché non c’è leader politico, piccolo o grande, che non vorrebbe avere un Mandelson al suo fianco. Un personaggio capace di inventarsi la coppia Blair-Brown quando il partito laburista era al fondo di una depressione senza uscita, Margaret Thatcher macinava successi e la sinistra britannica era prigioniera di una spirale autodistruttiva, scommettendo su due futuri primi ministri che all’epoca non erano che giovani matricole parlamentari. Uno stratega mediatico che ha capito prima degli altri, e soprattutto degli altri progressisti europei, l’importanza che una comunicazione efficace riveste per qualsiasi proposta o leadership politica. Ma anche un militante coraggioso che non si è fermato alla superficie comunicativa, investendo sui contenuti e sull’innovazione della proposta laburista. Il rumore provocato dal suo libro di memorie, “The Third Man”, non si spiega solo con i contenuti abrasivi delle rivelazioni su Blair, Brown e su molti passaggi fondamentali dei tredici anni di governo laburista ma soprattutto con il significato che nel corso degli anni ha accumulato questa celeberrima figura di advisor politico. Una figura neanche troppo originale, se guardata con attenzione, perché nel suo profilo ritroviamo l’incarnazione contemporanea dell’eterno consigliere del principe. Con l’aggiunta di una tendenza all’esposizione in prima persona che lo ha reso tre volte ministro e due volte dimissionario, ma ogni volta capace di tornare sulla scena con maggiore influenza e visibilità.

Eppure la parte più interessante della vita di Mandelson è quella che precede la sua notorietà, quando muove i primi passi nel partito da figlio d’arte della tradizione laburista (suo nonno materno fu Herbert Morrison, tra i principali ministri del governo Attlee). In verità da quel partito il giovane Mandelson era brevemente fuggito nei primi anni Ottanta, deluso dalla china estremistica assunta dal Labour dopo la vittoria della Thatcher e deciso a cimentarsi con un lavoro “normale” nel mondo televisivo. L’esperienza da produttore presso il canale privato London Weekend Television fu breve ma utilissima al suo ritorno nei ranghi del Labour, dove nel 1985 viene reclutato da Neil Kinnock con la funzione di “direttore della comunicazione”. Una carica che nascondeva un vuoto di strategie, visioni e persino risorse come ha raccontato lo stesso Mandelson rievocando i suoi primi giorni da “comunicatore” laburista: “L’atmosfera era deprimente e mi trovavo ogni giorno a sbattere la testa contro la più compatta incomprensione di quello che dicevo, mentre ciò che nel mondo reale era naturale e scontato suonava strano e persino minaccioso per la cultura del partito laburista … Gli strumenti di cui disponevo all’epoca consistevano di una sedia traballante, un tavolo a cui mancava una gamba, una pianta d’edera in agonia e un telefono in puro stile Seconda Guerra Mondiale”. Da lì Mandelson si sarebbe mosso velocemente, dando nuova definizione all’immagine del partito già per le elezioni del 1987. E soprattutto investendo su Gordon Brown e Tony Blair, la coppia di giovani parlamentari che meglio di altri avrebbe incarnato la modernizzazione della proposta laburista. Lo avrebbe fatto utilizzando strumenti oggi di uso comune, come i focus group e la gestione spregiudicata dei retroscena giornalistici, ma sempre guardando alla sostanza di una strategia politica volta a consolidare la più lunga stagione di governo progressista della Gran Bretagna.

C’è infine un’altra ragione per guardare con ammirazione all’ennesimo passo dello “spin doctor number one”. Ovvero il confronto tra la franchezza con cui queste sue memorie descrivono la battaglia quotidiana di idee e personalità che alimenta qualsiasi strategia politica e la patetica dissimulazione con cui i politici italiani si applicano ai propri libri. Se a Londra Mandelson racconta la carne e il sangue di tredici anni di governo laburista, in Italia siamo alle prese tra gli altri con i Veltroni che si travestono da romanzieri o con i Tremonti che si presentano come filosofi della storia. Non c’è poi troppo da sorprendersi della differenza nei risultati dei due sistemi politici.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 18/7/2010 alle 18:19 | Versione per la stampa

24 marzo 2009
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Policy Network Cile Mandelson progressisti
I progressisti tristi al tempo della crisi

I tempi di crisi economica non sono i più adatti al morale dei progressisti. Soprattutto di quei progressisti che hanno vissuto lunghe stagioni di successo e consenso sospinti dalla fiducia nelle capacità espansive della globalizzazione. Ed è un clima malinconico quello nel quale a giorni si riunirà in Cile il mondo politico-intellettuale progressista nella conferenza annuale promossa da Policy Network, il think tank britannico di Peter Mandelson che da tempo anima e coordina il circuito della Progressive Governance. Sarà tra l’altro l’occasione per il debutto internazionale di Dario Franceschini, scortato da Francesco Rutelli e Piero Fassino nella prima missione di presentazione all’estero del PD post-veltroniano. Ma sarà soprattutto il momento nel quale, a pochi giorni dal G20 di Londra, la sinistra riformista internazionale proverà a fare il punto sulla propria agenda dinanzi alla crisi globale. Ammesso che un’agenda comune esista davvero, il che appare tutt’altro che scontato guardando al programma e ai materiali preparatori del seminario in calendario tra giovedì e sabato a Vina del Mar sulla costa cilena del Pacifico.

I colori che dominano sono quelli cupi dell’incertezza. Sulle risposte politiche da dare alla crisi ma anche sui capisaldi ideali che hanno sorretto il progressismo nell’ultimo quindicennio, oggi scossi quanto e più delle borse dalla turbolenza economica globale. Nell’introduzione generale al seminario non si nasconde la dimensione del pericolo. È vero, scrive il direttore di Policy Network Olaf Cramme, che “la forza della politica socialdemocratica è sempre stata la capacità di prendere atto della nuova realtà”. Ma ancor più vero è che “il movimento progressista avrà bisogno di una revisione radicale delle proprie politiche, capace di riconoscere non solo la gravità della crisi ma anche la relazione nuova e complessa che oggi lega la richiesta di maggior giustizia sociale al bisogno di dinamismo economico e sviluppo sostenibile. Se i partiti di centro-sinistra non riusciranno ad offrire un’alternativa credibile e capace di incrociare gli interessi della maggioranza della popolazione, il rischio che incombe su di noi è quello dell’irrilevanza politica”.

La minaccia viene direttamente dalla risorgenza del nazionalismo, sulle ceneri della fiducia nella globalizzazione che aveva animato gli anni migliori del progressismo. Ricorre in più di un contributo l’espressione “de-globalizzazione”, ad indicare la miscela di populismo e protezionismo che sta ispirando alcune delle risposte nazionali alla crisi economica. Così come è ampiamente condivisa la percezione che dinanzi a questo mix non sia più adeguata la risposta tradizionale del “progressismo redistributivo”, come lo definisce l’ex consigliere per le politiche europee di Blair Roger Liddle: “Occorre andare oltre quanto abbiamo sempre detto: ‘i mercati facciano pure il proprio mestiere e noi ci occuperemo di renderlo politicamente accettabile, con politiche di redistributizione e protezione sociale”.

Se questa è la diagnosi, le risposte che il seminario si prepara a formulare appaiono molto diversificate. Nel tono, nella sostanza e anche nel criterio geografico che sembra ispirarne l’articolazione. Gli europei più sfiduciati e presi dagli interrogativi piuttosto che dalle risposte, con Will Hutton che vagheggia “una risposta regolativa internazionale di grande impatto da associare ad un nuovo sistema finanziario internazionale” o il direttore della  London School of Economics Howard Davies che si domanda (senza rispondere) “come ricostruire il contratto sociale tra lo stato e i mercati finanziari?”. Con gli esponenti della sinistra di governo sudamericana, come il consigliere di Lula Marco Aurélio Garcia, che si entusiasmano per la nuova fortuna dello Stato come attore economico: “Perché lo Stato è tornato, come unica risposta affidabile all’irrazionalità economica del sistema di libero mercato”. E gli statunitensi nel mezzo, unici a mostrare segni di ottimismo e indizi di reale innovazione politica forse per l’effetto ancora vitale della vittoria dei Democratici. Come nel contributo di John Podesta, fondatore del Center for American Progress e tra i principali consiglieri di Obama, che indica un futuro politico per il progressismo nelle politiche ambientali come duplice chiave di ripresa economica e giustizia sociale: “perché negli Stati Uniti e in altre economie avanzate, la trasformazione della nostra antiquata infrastruttura energetica potrà essere motore di innovazione, crescita economica e creazione di occupazione per molti decenni a venire”. O come nella riflessione di Robert Reich, già ministro del lavoro nella prima amministrazione Clinton, che disegna uno scenario di “strutturalismo progressista” nel quale al di là della contingenza delle misure anticicliche sarà fondamentale “aumentare gli investimenti pubblici in beni collettivi come le fonti di energia rinnovabile, politiche formative per l’intero ciclo di vita e il miglioramento radicale dei sistemi sanitari”.

Tra molti interrogativi e qualche sparso segno di vitalità, il seminario di Policy Network si sovrapporrà al vertice internazionale dei capi di stato e di governo progressisti in programma sabato a Vina del Mar. Un summit al quale è prevista la partecipazione, tra gli altri, dell’australiano Kevin Rudd, del vicepresidente statunitense Joe Biden, di José Zapatero e Gordon Brown. In gran parte gli stessi protagonisti che si ritroveranno la settimana successiva a Londra con Barack Obama, per la riunione del G20 che avrà il compito di passare dalla teoria alla pratica della cura.


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