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29 aprile 2010
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Il titolo dell'anno
"Non ho niente da dire, ma so come dirlo". Al geniale libretto di Claudio Nutrito assegniamo in via autocratica il premio per il miglior titolo di libro dell'anno.

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2 agosto 2009
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Dieci libri sulla politica italiana
Sono molti coloro che hanno dedicato analisi e riflessioni in forma di libro alla transizione politica italiana, guardando sia a sinistra sia a destra ma sempre trattando quest’ultimo quindicennio della nostra vita politica come un periodo ricco di fallimenti. È ancora di grande attualità quel Riformisti per forza (il Mulino 2002) con cui Nicola Rossi ha fotografato per primo le insufficienze della stagione di governo dell’Ulivo degli anni Novanta. Rilette adesso, quelle pagine non perdono forza nel raccontare “la difficoltà del centrosinistra di leggere la società italiana e di intenderne le aspirazioni” soprattutto in campo economico. Luca Ricolfi si è poi chiesto nel 2005 Perché siamo antipatici? (Longanesi) riferendosi non tanto all’insieme degli italiani ma a quella parte della sinistra che coltiva “il complesso dei migliori”. E dunque “disprezza l’elettorato di centrodestra, crede di rappresentare la parte migliore del paese e si autoattribuisce una missione salvifica”, finendo anche per questa via per allontanarsi dal consenso popolare. Più di recente, con  A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio 2009), Biagio De Giovanni ha dedicato un ritratto illuminante all’incapacità di capire il berlusconismo nella sua vera consistenza sociale e culturale.

Se poi ci si volesse applicare al non facile compito di comprendere il garbuglio del PD, i testi più utili sono di Emanuele Macaluso (Al capolinea. Controstoria del PD, Feltrinelli 2007) e Marco Damilano (Lost in PD, Sperling & Kupfer 2009): il primo più attento alle responsabilità degli ultimi esponenti del PCI nell’impedire il rinnovamento, il secondo molto abile nel rendere il clima di naufragio collettivo. Nessuna speranza a sinistra, dunque? Non proprio, perché a leggere Nostalgia del futuro (Marsilio 2009) del giovane esponente del PD Giuseppe Civati si ha motivo di credere che una nuova generazione radicata sul territorio sia in grado di assumerne la guida.

Il panorama dei libri dedicati alla destra è meno fitto, ma  non certo più roseo. Magistrale la capacità abrasiva di Alessandro Giuli nel raccontare i tormenti identitari di AN (Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei postfascisti, Einaudi 2007), mentre l’universo culturale e immaginario dell’ex partito di Gianfranco Fini è stato molto ben raccontato da Angelo Mellone in Dì qualcosa di destra (Marsilio 2007). Dagli scaffali manca ancora una seria analisi del fenomeno politico Berlusconi, al di là delle più scontate fenomenologie giustizialiste. Nell’attesa, è utile la lettura di quello che può essere considerato il manifesto dell’ultima stagione ideologica del berlusconismo: La paura e la speranza dell’attuale ministro dell’economia Giulio Tremonti (Mondadori 2008).

Ma al di là delle svolte e controsvolte di destra e sinistra, dove potrebbe guardare in libreria il lettore interessato a capire cos’è davvero accaduto nelle urne? Da anni la migliore bussola per la comprensione dei nostri comportamenti elettorali è fornita da Itanes – Italian Election Studies – gruppo di ricerca avviato nei primi anni Novanta dall’Istituto Cattaneo. E anche il loro ultimo rapporto (Il ritorno di Berlusconi, il Mulino 2009, a cura di Paolo Bellucci e Paolo Segatti) spiega con esattezza, ad esempio, come il PD sia ancora fortemente legato alle tradizionali zone rosse e come l’elettorato moderato sia rimasto impermeabile al fascino di Veltroni.

24 gennaio 2009
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Se lo dice Orwell


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8 gennaio 2009
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Gadi Luzzatto Voghera - Antisemitismo a sinistra


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6 gennaio 2009
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Le Speranze di Paolo Rossi, piccolo manifesto riformista

I libri più preziosi, sostengono i sapienti ma anche coloro che ne sanno quanto basta, sono quelli che riescono a parlare a tutti pur essendo scritti da autori di forte competenza specifica. Ed è un libro piccolo e prezioso quello che Paolo Rossi ha voluto titolare “Speranze”, perché le parole di uno dei più celebri storici della scienza arrivano facilmente a quanti cercano la vera ragione del loro sentirsi riformisti. Sarà infatti capitato a molti lettori di questo quotidiano, com’è capitato anche a chi scrive, di domandarsi se fosse poi vero quel che ogni tanto si sente in giro. “Che mestizia questo riformismo, che triste mancanza di prospettive. Vuoi mettere il fascino dell’utopia, le promesse del cambiamento radicale!”. Ecco: è proprio questo il nodo che Rossi prende di petto, in quello che è di fatto un libro classicamente politico. Perché la sua è una riflessione che muove dalla critica al conformismo apocalittico, che oggi pervade tanta parte del nostro discorso pubblico, per delineare le ragioni per cui uno sguardo riformista al mondo è molto più ricco di speranza di qualunque formula radicale. Una speranza ragionevole, come la definisce Rossi con Francesco Bacone, ma proprio per questo più attrezzata del massimalismo a guidarci nel futuro sopravvivendo alle imperfezioni della realtà “con una sopportabile dose di angoscia”. Che è poi il piccolo, eroico obiettivo di chiunque non si sia rifugiato nel riformismo solo per stanchezza d’animo.

Un libro politico e molto italiano, che non nasconde gli obiettivi nostrani di un’irresistibile fenomenologia polemica. “Nei momenti di sconforto mi viene da pensare che non avesse poi tutti i torti McLuhan quando scriveva che l’indignazione morale è la strategia adatta per rivestire di dignità un imbecille”, dichiara l’autore in apertura. Chi siano le vittime di tanta corrosione è presto detto. Innanzitutto gli “esibizionisti dell’Apocalisse”, tra cui gli Asor Rosa alla perenne ricerca di una via d’uscita dall’Occidente (“Ma per andare dove?”, chiosava Bobbio) che per Rossi è essenzialmente “il trionfo di tutto il Male o il trionfo di tutto il Bene”, o i Citati che in Bin Laden hanno visto “un genio della politica come oggi nessuno al mondo”. Più in generale i molti opinionisti afflitti da “largamente studiate tendenze masochistiche”, armati di uno “spirito critico che si rivolta contro se stesso e tende a divorarsi in una sorta di autocannibalismo”, cittadini riluttanti di “un’Europa che si crede (e si vanta) all’origine di tutti i mali che affliggono il genere umano ed esibisce la sua malvagità come altri le proprie decorazioni”. È la trama comune alle molte narrazioni millenaristiche della realtà in cui oggi siamo avvolti, il cui impianto è secondo Rossi identico alle grandi narrazioni che profetizzavano un futuro armonicamente risolto e che di recente si sono ribaltate nel loro apocalittico contrario.

Ad entrambi, ai profeti di un tempo e ai più diffusi “sciamani della catastrofe travestiti da filosofi”, Paolo Rossi ricorda il Montale de La Storia ( che “non si snoda come una catena di anelli ininterrotta ... non procede né recede, si sposta di binario e la sua direzione non è nell’orario”) ma soprattutto la sostanza del metodo scientifico. Dunque “l’inutilità della celebre notte in cui tutte le vacche sono nere”, perché “la civiltà alla quale apparteniamo non è né un’unità indifferenziata né una totalità omogenea e in essa si sono svolte e si svolgono alienazioni e lotte per la libertà, cedimenti morali e combattimenti per la verità, conformismi e ribellioni”. E dinanzi ad uno scenario tanto mosso e lontano dall’essere predeterminabile, l’unica bussola è la convinzione di procedere in condizioni di indeterminazione. Sicuri che “la ragione è fatta per esplorare soltanto limitati pezzi di mondo e che non esistono telescopi per guardare nel futuro”. Ma comunque convinti di poter camminare. E camminando talvolta progredire, passo dopo passo, come abbiamo fatto fin qui. Nelle condizioni della vita materiale come nell’integrazione sovranazionale, nella moltiplicazione dei paesi democratici come nella consapevolezza sempre più diffusa dei diritti umani.

Esempi concreti di un percorso che smentisce “il sogno di un grande, univoco, sensato racconto che attinga alla verità delle origini e che sia, insieme, profetico”. Soprattutto, esempi di una speranza ragionevole perché possibile. Realistica piuttosto che moderata, proiettata verso il futuro piuttosto che sepolta dall’autocommiserazione del catastrofismo, ispirata solo dall’immanenza delle condizioni nelle quali si trovano a vivere le nostre diverse civiltà. Insomma, una laica speranza di sinistra come quelle che la sinistra ha saputo alimentare nei suoi momenti migliori. Perché in fin dei conti, ricorda Rossi con un’ultima provocazione, era stato niente altro che Marx a sostenere che “indignarsi invece di capire era poco elegante, era roba da socialisti umanitari o da moralisti astratti o da anime belle”.

Paolo Rossi, “Speranze”, Il Mulino, pp.146, € 9,00


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6 settembre 2008
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Malvestite

E siccome non si vive solo di politica, oggi ci siamo concessi un po’ di tempo con le grandiose Malvestite. Che tra l’altro leggono e scrivono di libri e industria culturale molto, molto, molto meglio di tanti recensori. Si veda ad esempio come discutono qui le memorie di Valeria Marini.


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