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2 settembre 2010
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Tony Blair e i Duran Duran
Forse è tutta colpa dei Duran Duran se Tony Blair ha finito per essere l’emblema della rivoluzione culturale che nel corso degli ultimi vent’anni ha diviso e trasformato la sinistra occidentale. Come ricorda uno dei passaggi più curiosi delle sue memorie, sul finire degli anni Ottanta il futuro primo ministro britannico si trovò a commentare una campagna filo-laburista organizzata da un collettivo di musicisti capitanati da Paul Weller (il geniale creatore dei Jam e degli Style Council) e dal rocker militante Billy Bragg. Tutto molto bello e sofisticato, disse l’allora trentenne Blair, ma “dovremmo cercare di raggiungere anche quella fetta di pubblico che ascolta i Duran Duran o Madonna”.
La battuta può far sorridere, anche se all’epoca contrariò non poco gli animatori del Red Wedge (“Il cuneo rosso” dei musicisti anti-thatcheriani), ma ancora oggi racconta per intero l’aspirazione populista e democratica che ha animato la parabola biografica di questo strano personaggio. Strano perché arrivato tardi alla politica, che non aveva mai frequentato negli anni dell’università e che scelse solo dopo aver avviato una normale carriera da avvocato. Ma strano soprattutto perché è arrivato a guidare il Labour perseguendo una meticolosa strategia di demolizione dei capisaldi di quel partito, almeno nella forma che avevano assunto nel corso degli anni Ottanta. La bussola di questa strategia è stata la ricerca di una nuova connessione con la “gente normale”. Il tentativo di ricostruire quel legame con i desideri e le aspirazioni dei cittadini comuni che la sinistra aveva certamente avuto nel suo bagaglio di partenza (perché “la sua finalità è stata sempre di occuparsi dell’individuo, aiutare il singolo a ottenere prospettive e opportunità migliori, permettergli di superare le limitazioni imposte dalla povertà”), ma che dinanzi alla sfida culturale del neoconservatorismo reaganiano e thatcheriano era stato sepolto sotto il tappeto della “correttezza politica” e dell’estremismo minoritario.
Il Blair politico è nato dal tentativo di comprendere perché, sul finire degli anni Ottanta, quella “gente comune” votasse compattamente a destra. Non perché fosse “stupida o confusa”, secondo la spiegazione d’ordinanza che egli ricorda di aver ascoltato negli ambienti laburisti, ma perché non trovava più a sinistra le parole che riconoscessero legittimità alle aspirazioni di sicurezza, benessere, opportunità e mobilità sociale. Da qui la sua pressione per spostare il Labour in un’altra direzione. Non tanto verso destra, secondo l’antica caricatura del “Blair thatcheriano”, ma verso il ritorno alle origini di un movimento laburista che era nato fuori dalle ideologie e dentro la rappresentazione pragmatica di bisogni popolari e democratici. E dunque i nuovi approcci sui temi della piccola criminalità (fenomeno devastante per la qualità di vita dei ceti più bassi ma normalmente trascurato dalla sinistra tradizionale), dell’ampliamento della facoltà di scelta nei servizi pubblici e nelle politiche educative che la prima parte della sua autobiografia racconta con abbondanza di enfasi e dettagli. Fino alla conquista della leadership di partito nel 1994 e al trionfo elettorale della primavera 1997, il momento più promettente di quella che allora sembrava “una storia d’amore” tra il giovane leader e una nazione perdutamente sedotta: “Tutto sembrava irreale perché era irreale. Era naturale pensare che insieme saremmo divenuti una forza inarrestabile. In realtà si trattava di un reciproco inganno, seppure fosse un raggiro inconsapevole e non dettato dalla malafede ma dalla speranza che i futuri successi non avrebbero comportato scelte dure e drastiche”.
Inevitabile l’arrivo del momento delle “scelte dure e drastiche”, che la seconda parte delle memorie racconta con un passo che non sceglie mai l’autocritica ma pratica largamente il tono del tormento individuale rispetto alle conseguenze delle decisioni. È un tono familiare per un personaggio che fin dai suoi primi passi nel partito ha intrecciato fede religiosa e militanza politica, ma non di meno colpisce leggere che “i miei rimorsi non servono a riportare in vita chi è morto … posso solo sperare di redimere in parte la tragedia di quelle morti con le azioni di una vita”. Sono parole che colpiscono molto di più di ogni retroscena su Gordon Brown o sugli altri leader che Blair ha incontrato nel corso del suo “Viaggio”, e anche al di là delle nostre diverse opinioni sul Kosovo o sull’Iraq. Perché vi si legge come la consapevolezza della dimensione tragica della politica possa convivere, almeno nei casi di leadership destinata a passare alla storia com’è certamente quello di Tony Blair, con la convinzione di avere agito “secondo i propri convincimenti morali e secondo gli interessi della propria nazione”.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 2/9/2010 alle 19:30 | Versione per la stampa

12 maggio 2010
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Dopo Gordon Brown, morto un Labour se ne fa un altro
Nelle dimissioni di Gordon Brown - a cui ha fatto seguito l'incarico a David Cameron - si coglie qualcosa di più di un atto di nobiltà solitaria, per quanto indotto dalla pesante sconfitta elettorale. C'è anche un segnale di fiducia nella solidità del partito laburista e nella sua capacità di sopravvivere in sostanziale equilibrio alla vittoria dei Tories, così come una scommessa sulla vitalità della politica britannica dopo l'ondata di antipolitica e dopo un'elezione che ha incrinato il bipolarismo di Westminster. Con l'uscita da Downing Street, Gordon Brown conclude più che onorevolmente una carriera spettacolare e sfortunata, che fin da ragazzo lo ha visto prepararsi a quel ruolo di leader laburista che gli sarebbe poi stato scippato con enorme successo da Tony Blair. Salvo tornare nelle sue disponibilità troppo tardi, nel giugno 2007, quando la proverbiale lucidità del suo mandato da ministro dell'economia si era appannata e quando le stesse sorti del Labour al governo erano ormai declinanti.

La definitiva uscita di scena della coppia Blair-Brown, che ha segnato la storia della sinistra britannica nell'ultimo ventennio, non è comunque destinata ad aprire una crisi al buio dentro il Labour. Perché la particolarità di questa lunga stagione di governo laburista è anche nell'aver fatto crescere dentro il partito una generazione formata non solo da "giovani promesse" ma da politici anagraficamente giovani, che già da molti anni sono alle prese con responsabilità di primissimo piano. Non soltanto gli ormai celebri fratelli Ed e David Miliband, ma anche gli ex ministri del lavoro James Purnell o della sanità Andrew Burnham o l’ex viceministro dell'economia Liam Byrne e altri ancora. Tutti quarantenni che hanno percorso i primi passi della loro carriera nella seconda metà degli anni 90, prima riempiendo di contenuti il cantiere riformista del New Labour blairiano e poi cimentandosi direttamente con il mestiere del governo. Non si tratta di storie miracolose di “enfants prodiges” catapultati dal nulla a ruoli di responsabilità nazionale, ma del prodotto naturale di un partito che non ha mai smesso di funzionare come un'organizzazione nella quale le doti per emergere erano e rimangono il merito personale, la raccolta del consenso e la capacità di applicare l'immaginazione alle migliori soluzioni politiche. Come accade in ogni partito democratico che si rispetti e come d'altra parte è accaduto anche nel Partito conservatore, dove la storia di David Cameron è quella di chi già nei primi anni 90 era attivo nello staff di John Major e ha poi percorso tutte le tappe di un cursus honorum classicamente politico che lo ha condotto dove si trova ora.

Sarebbe fin troppo facile indulgere a un confronto con la situazione italiana, dove i partiti hanno smesso di funzionare nella prima metà degli anni 90 per essere sostituiti da organizzazioni dove le regole sono l'avanzamento per meriti di fedeltà personale e l'ostinata impermeabilità di grandi o piccoli leader alla sconfitta elettorale. Ma ogni paese ha i partiti che la propria storia gli ha fornito e sta di fatto che nel Labour britannico, dietro la prima linea di un Gordon Brown che dopo la sconfitta si avvia com'è naturale alla pensione, esiste un'abbondanza di risorse politiche e intellettuali che ne accompagnerà il passaggio all'opposizione.

In che direzione si muoverà da domani il partito laburista? A guardarne la storia meno recente non si potrebbe escludere una ritirata verso il tradizionalismo più radicale, come accadde nei primi anni 80, quando il successo della stagione thatcheriana spinse il Labour a cercare conforto nell'isolazionismo antieuropeo e nel welfarismo più antiquato. Il risultato fu catastrofico, anche in termini elettorali, lasciando spazio al pieno trionfo di Margaret Thatcher. Ma questo accadeva prima che il New Labour cambiasse in profondità la costituzione politica e culturale della sinistra britannica, che anche laddove fosse destinata a molti anni di opposizione rinuncerà difficilmente ai temi e alle argomentazioni che le hanno permesso di governare la Gran Bretagna per il periodo più lungo della propria storia.



3 ottobre 2008
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Mandy colpisce ancora

È stato il vero inventore del New Labour. Lo stratega che ha rivoluzionato la comunicazione politica in Gran Bretagna, colui che ha capito prima degli altri chi erano Tony Blair e Gordon Brown facendone il doppio perno di uno storico rinnovamento del partito e trasformando il Labour Party nel modello di gran parte della sinistra europea.
Insomma, Peter Mandelson è stato l’architetto del più lungo periodo di governo della sinistra britannica. Oggi torna a far parte dell’esecutivo laburista come ministro dell’industria, nel pieno di una gravissima crisi di consensi per Gordon Brown e della tempesta economica globale di cui leggiamo ogni giorno. 
Mandelson è un vero combattente politico, di quelli che non smettono di credere nelle proprie idee e di mettersi in gioco senza camuffamenti. Ha un unico difetto: la cittadinanza britannica. Peccato davvero.


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