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28 settembre 2010
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Ed Miliband e i partiti che funzionano
La storia di Ed Miliband, il nuovo leader laburista, non è sorprendente né miracolosa. Come prima di lui non era stata miracolosa la storia dell’arrivo di David Cameron alla guida dei Conservatori o quella di altri politici appena quarantenni che hanno conquistato la leadership del proprio partito, dopo avere svolto per alcuni anni una carriera di tutto rispetto tra rappresentanza territoriale e responsabilità nazionali. Nelle democrazie in buona salute funziona così. Con partiti normali che del tutto normalmente vedono avvicendarsi le generazioni politiche attraverso le normali procedure della contesa politica. Tutto molto normale, insomma. D’altra parte sulla stampa britannica di questi giorni non troveremo un solo commento nel quale la vittoria di Miliband viene raffigurata in chiave di “giovanilismo”: la categoria tutta italiana nella quale si condensa la frustrazione di un paese condannato a sorprendersi per ogni manifestazione di buon funzionamento della politica (quella degli altri), mentre subisce ogni giorno lo spettacolo di una politica (quella nostrana) che sembra aver cominciato a scavare dopo aver già da tempo toccato il fondo.
La storia di Ed Miliband è normale anche per un altro motivo. Perché segnala la naturale trasformazione delle categorie che definiscono le stagioni politiche. Categorie e stagioni tutt’altro che immutabili, ma che cambiano sotto la spinta dei risultati e del tempo. Anche qui il confronto con l’Italia è inevitabilmente frustrante. Perché se un paese come il nostro è condannato da quasi un ventennio a rivivere un unico e ripetitivo “Giorno della marmotta” (come nel geniale film del 1993 con Bill Murray) scandito da berlusconismo e antiberlusconismo, veltronismo e dalemismo, giustizialismo e conflitto d’interessi, non è detto che la cattiva regola italiana valga per tutti. Certamente non vale per la sinistra britannica, dove persino una categoria di peso come il New Labour (che è valsa al partito laburista un decennio ininterrotto di governo e risultati) può essere serenamente ripensata sotto la spinta del cambiamento politico. Senza che questo significhi un ritorno del Labour a ciò che esisteva prima del 1994, quando la coppia Blair-Brown avviò un’imponente operazione di trasformazione della cultura politica laburista.
Nessuno potrebbe confondere Ed Miliband con uno dei tanti vecchi arnesi del nostalgismo dirigista che in questi anni si sono affannati nel dipingere Tony Blair come un traditore dei “veri ideali della sinistra”. E non solo per ragioni di età. Com’è noto, Ed Miliband ha svolto tutto il proprio cammino politico dentro il laboratorio strategico del New Labour. Prima accanto al Gordon Brown che trasformava il welfare britannico da “rete di protezione” in “trampolino delle opportunità”, poi misurandosi con i temi nuovi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Ma anche in questo caso da innovatore, e quindi lontanissimo dal catastrofismo antisviluppista che ancora affanna il Partito democratico e che affligge da sempre i nostri ecologisti (fortunatamente scomparsi dalla scena politica). E dunque impegnandosi a fondo per la riduzione delle emissioni ma al contempo sostenendo il nucleare e liberando investimenti per tecnologie all’avanguardia, come quelle “smart grids” (reti elettriche intelligenti) che saranno in grado di accogliere senza sprechi l’energia prodotta da impianti di natura diversa.
Il New Labour viene dunque superato andando avanti e non tornando indietro, com’è del tutto naturale per un fenomeno politico che ha segnato una stagione storica svolgendo brillantemente il proprio compito. E se è vero che l’elezione di Ed Miliband “è forse l’ultimo successo della vecchia generazione laburista … che ha assunto fino in fondo la responsabilità di far crescere i propri successori senza paternalismi”, come ha ben scritto Marco Simoni sull’Unità di ieri, a noi resta il triste spettacolo di una folla di quarantenni che si agitano in gabbia come tanti rivoluzionari senza rivoluzione.


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18 luglio 2010
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Peter Mandelson, lo special one
Chiunque coltivi una passione per la politica, o anche solo un interesse per le arti del consenso democratico, dovrebbe ammirare Peter Mandelson. Al contrario, mentono sapendo di mentire coloro che ostentano disprezzo per il suo magistero. Soprattutto se hanno a che fare con un mestiere politico. Perché non c’è leader politico, piccolo o grande, che non vorrebbe avere un Mandelson al suo fianco. Un personaggio capace di inventarsi la coppia Blair-Brown quando il partito laburista era al fondo di una depressione senza uscita, Margaret Thatcher macinava successi e la sinistra britannica era prigioniera di una spirale autodistruttiva, scommettendo su due futuri primi ministri che all’epoca non erano che giovani matricole parlamentari. Uno stratega mediatico che ha capito prima degli altri, e soprattutto degli altri progressisti europei, l’importanza che una comunicazione efficace riveste per qualsiasi proposta o leadership politica. Ma anche un militante coraggioso che non si è fermato alla superficie comunicativa, investendo sui contenuti e sull’innovazione della proposta laburista. Il rumore provocato dal suo libro di memorie, “The Third Man”, non si spiega solo con i contenuti abrasivi delle rivelazioni su Blair, Brown e su molti passaggi fondamentali dei tredici anni di governo laburista ma soprattutto con il significato che nel corso degli anni ha accumulato questa celeberrima figura di advisor politico. Una figura neanche troppo originale, se guardata con attenzione, perché nel suo profilo ritroviamo l’incarnazione contemporanea dell’eterno consigliere del principe. Con l’aggiunta di una tendenza all’esposizione in prima persona che lo ha reso tre volte ministro e due volte dimissionario, ma ogni volta capace di tornare sulla scena con maggiore influenza e visibilità.

Eppure la parte più interessante della vita di Mandelson è quella che precede la sua notorietà, quando muove i primi passi nel partito da figlio d’arte della tradizione laburista (suo nonno materno fu Herbert Morrison, tra i principali ministri del governo Attlee). In verità da quel partito il giovane Mandelson era brevemente fuggito nei primi anni Ottanta, deluso dalla china estremistica assunta dal Labour dopo la vittoria della Thatcher e deciso a cimentarsi con un lavoro “normale” nel mondo televisivo. L’esperienza da produttore presso il canale privato London Weekend Television fu breve ma utilissima al suo ritorno nei ranghi del Labour, dove nel 1985 viene reclutato da Neil Kinnock con la funzione di “direttore della comunicazione”. Una carica che nascondeva un vuoto di strategie, visioni e persino risorse come ha raccontato lo stesso Mandelson rievocando i suoi primi giorni da “comunicatore” laburista: “L’atmosfera era deprimente e mi trovavo ogni giorno a sbattere la testa contro la più compatta incomprensione di quello che dicevo, mentre ciò che nel mondo reale era naturale e scontato suonava strano e persino minaccioso per la cultura del partito laburista … Gli strumenti di cui disponevo all’epoca consistevano di una sedia traballante, un tavolo a cui mancava una gamba, una pianta d’edera in agonia e un telefono in puro stile Seconda Guerra Mondiale”. Da lì Mandelson si sarebbe mosso velocemente, dando nuova definizione all’immagine del partito già per le elezioni del 1987. E soprattutto investendo su Gordon Brown e Tony Blair, la coppia di giovani parlamentari che meglio di altri avrebbe incarnato la modernizzazione della proposta laburista. Lo avrebbe fatto utilizzando strumenti oggi di uso comune, come i focus group e la gestione spregiudicata dei retroscena giornalistici, ma sempre guardando alla sostanza di una strategia politica volta a consolidare la più lunga stagione di governo progressista della Gran Bretagna.

C’è infine un’altra ragione per guardare con ammirazione all’ennesimo passo dello “spin doctor number one”. Ovvero il confronto tra la franchezza con cui queste sue memorie descrivono la battaglia quotidiana di idee e personalità che alimenta qualsiasi strategia politica e la patetica dissimulazione con cui i politici italiani si applicano ai propri libri. Se a Londra Mandelson racconta la carne e il sangue di tredici anni di governo laburista, in Italia siamo alle prese tra gli altri con i Veltroni che si travestono da romanzieri o con i Tremonti che si presentano come filosofi della storia. Non c’è poi troppo da sorprendersi della differenza nei risultati dei due sistemi politici.


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9 aprile 2010
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Cameron e il ritorno al futuro dei Tories
All'inizio del 2005 Geoffrey Wheatcroft, tra i decani del giornalismo conservatore britannico, concludeva così un libro dedicato alla "strana morte dell'Inghilterra conservatrice" (“The Strange Death of Tory England”, Penguin Books, 2005): «Oggi i Tories potrebbero essere arrivati alla fine della loro storia. Nel corso di molti decenni il partito ha mostrato un feroce istinto di sopravvivenza e un'infinita capacità di reinventarsi, che ora sembrano scomparsi. In questi ultimi anni i conservatori sono sopravvissuti ripetendosi che prima o poi sarebbe tornato il loro turno. In realtà non c'è alcuna necessità che le cose vadano così. Perché non c'è alcuna legge della storia che obbliga un partito a sopravvivere».

Cinque anni dopo, a meno di un mese dalle elezioni del 6 maggio, i Tories si trovano largamente favoriti da sondaggi e bookmaker nella corsa per Westminster. Cos'è accaduto dal 2005 a oggi per ribaltare una percezione tanto negativa? Non bastano a spiegarlo, da soli, né l'elezione di David Cameron a nuovo leader né il durissimo impatto della crisi finanziaria sulla società del Regno Unito e dunque sulla credibilità di Gordon Brown. Molto di più ha contato la capacità del "partito naturale di governo" (come è stato definito il partito conservatore per gran parte del Novecento britannico) di liberarsi da quel trauma post-thatcheriano che lo aveva tenuto per tredici anni lontano da Downing Street, impedendogli fin dal 1997 di offrire all'elettorato una ricetta appetibile.

Il merito di questa rinascita ideologica prima che politica è in grande misura di David Cameron. Ma si deve solo in parte al tratto glamour e mediatico di questo giovane leader, che sembra avere imparato alla perfezione i riti della società televisiva (avendo tra l'altro lavorato per sette anni nel gruppo Carlton Communications) e che ama condividere in pubblico le gioie e i dolori della sua dimensione familiare. Assai più di questo, nella resurrezione dei Tories ha contato il riposizionamento strategico di un partito che ha finalmente compreso il profondo cambiamento che ha investito la Gran Bretagna negli anni di Blair e che non vagheggia più un ritorno all'età dell'oro di Margaret Thatcher. Quella stessa Thatcher che nel novembre 1990 fu estromessa dal governo non dall'elettorato ma dal suo stesso partito, in un colpo di mano che è poi tornato negli incubi dei suoi eredi come torna la maledizione di un matricidio. Perché i Tories si liberarono della Thatcher, imputandole un grado ormai intollerabile di chiusura al dialogo e di ostilità all'Europa, ma fino a Cameron non sono mai riusciti a liberarsi del thatcherismo come visione del mondo alla quale tornare.

Ci provò per primo William Hague, che tra il 1997 e il 2001 fronteggiò senza grandi speranze il primo e più forte ciclo di governo blairiano ricorrendo alla carte (thatcheriane) dell'euroscetticismo e della lotta al crimine. Dal 2001 al 2003 fu il turno del disastroso Iain Duncan Smith, la cui inconsistente leadership cercò di sorreggersi alla retorica (thatcheriana) dei tagli ai servizi sociali e alla spesa pubblica. Andò meglio con Michael Howard che dal 2003 riuscì ad avviare un disimpegno parziale dal nostalgismo thatcheriano, che tuttavia non gli impedì di scommettere sull'allarme sociale contro l'immigrazione clandestina in una campagna elettorale dai toni sostanzialmente xenofobi. La lunga traversata del deserto percorsa dai Tories è ben ricostruita da una monografia dello storico Tim Bale, appena uscita in Gran Bretagna (“The Conservative Party from Thatcher to Cameron”, Polity Press 2010). Un libro che ha il merito di andare sotto la superficie del "personaggio Cameron", e dunque oltre il suo indiscutibile capitale comunicativo, per guardare ai nodi che la sua leadership ha affrontato con gli strumenti di un navigato mestiere politico. Non è vero, infatti, che Cameron sia un novizio della politica. I suoi primi passi nel partito risalgono agli inizi degli anni Novanta, come funzionario del Conservative Research Department e poi come assistente speciale di Norman Lamont: il ministro dell'Economia di Major il cui nome sarà per sempre legato alla catastrofe del "mercoledì nero" del settembre 1992, che vide il crollo della sterlina e la sua fuoriuscita dal sistema monetario europeo.

L'innovazione fondamentale che Cameron ha introdotto nel partito conservatore è il diverso atteggiamento verso il ciclo di governo neolaburista: dal 2005 ad oggi, come spiega Bale, alla guida dei Tories vi è stato «chi ha compreso come Tony Blair, con il suo mix tra crescita economica e giustizia sociale, fosse riuscito a modificare il terreno sul quale l'opposizione doveva muoversi». Il blairismo come trasformazione strutturale del campo politico britannico, dunque, analogamente a quanto era accaduto vent'anni prima con la rivoluzione thatcheriana. Di qui la decisione di Cameron, come ha scritto Lorenzo Valeri, di scommettere su «quei nove milioni di elettori sotto i trent'anni che sanno poco o niente di Thatcher e Major ma tutto di Blair». Questo ha significato importare nel linguaggio politico conservatore la piena accettazione del National Health Service, il servizio pubblico sanitario, insieme a una nuova sensibilità verso i temi dell'ambiente (la green economy come leva di crescita) e dei diritti civili di nuova generazione (il sostegno alle civil partnerships anche tra persone dello stesso sesso). Così come ha importato una trasformazione radicale dello sguardo tory su immigrazione e multiculturalismo, che fa perno sui valori condivisi per costruire un nuovo amalgama nazionale. Nelle parole di Cameron: «Poche nazioni sono più attrezzate di noi a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isola in una comune identità civile. La Gran Bretagna non può limitarsi ad essere una comunità di comunità, ma può diventare un luogo dove i nostri valori superiori uniscono individualità diverse e danno un nuovo senso alla nostra cittadinanza».

Fin qui le operazioni di sdoganamento grazie alle quali, come ha scritto Kieron O'Hara in un ritratto di Cameron (“After Blair. David Cameron and the Conservative Tradition”, Icon Books, 2007), «il partito conservatore ha riconquistato la facoltà di essere ascoltato dalle classi medie» uscendo di fatto dalla nostalgia thatcheriana e assumendo alcuni temi classicamente blairiani come punti condivisi del discorso pubblico. Successivamente alla riconquista di quel centro innovatore che aveva già permesso a Blair di governare tanto a lungo, è poi venuto il recupero dell'elettorato tradizionale conservatore attraverso la denuncia della “broken society”: secondo Cameron la società britannica soffrirebbe di profonde fratture legate «all'erosione della responsabilità individuale che l'iperattivismo statale ha portato tra di noi», come ha dichiarato pochi giorni fa all'Economist. Tradotto in scelte politiche, significa la certezza che un prossimo governo conservatore introdurrà tagli sostanziosi alla spesa pubblica.

Quel che è assai meno certo è quale potrebbe essere il rapporto tra una Gran Bretagna a guida conservatrice e l'Europa, perché l'antieuropeismo è l'unico tema thatcheriano che non è stato minimamente intaccato dalla leadership di Cameron. Al contrario, dopo aver fatto uscire la delegazione tory al parlamento europeo dal Ppe per aderire a un nuovo gruppo ad alto contenuto di euroscettici, una volta arrivato a Downing Street il leader conservatore si prepara a rinegoziare con Bruxelles i termini della partecipazione alla legislazione europea in tema di occupazione e politiche sociali. Resta da vedere se si tratta solo di un pegno propagandistico o se il tema europeo sarà effettivamente una secca su cui potrebbe arenarsi il nuovo ciclo politico destinato ad aprirsi di qui a poche settimane in Gran Bretagna.


24 maggio 2009
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Fine della socialdemocrazia?
Sono ormai molti anni che nel centrosinistra ci si rompe la testa su quale dovrebbe essere l’approdo europeo della transizione politica italiana, attribuendo ora al “socialismo europeo” ora a più vaghe “terre di mezzo” una funzione quasi sacrale di legittimazione ad uso interno. Ma di rado qualcuno si è interrogato a fondo su cosa fossero diventate quelle famiglie politiche a cui nella nostra confusione si è guardato con aspettative tanto salvifiche. Lo fa Giuseppe Berta in un libro piccolo e bello appena pubblicato dal Mulino (“Eclisse della socialdemocrazia”, pp.135, €10), lettura preziosa in questi giorni di vigilia elettorale in cui si discute di tutto tranne che di politica europea.

Storico dell’economia e commentatore per Sole 24 Ore e Stampa, Berta scrive di Europa guardando ad una delle sue grandi culture politiche. E raccontando ancora una volta la trasformazione di un’ideologia che fin dalla fine degli anni Settanta si dibatte in una crisi di strategia e identità, legata alla scomparsa dei suoi tradizionali insediamenti sociali e al completamento del progetto welfarista a cui sin dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale aveva dedicato la sua seconda e più felice stagione storica. Berta muove da qui per guardare in particolare al caso britannico e a quello tedesco, e dunque all’esperienza dei due partiti europei che più di altri hanno assunto durevoli responsabilità di governo nell’ultimo ventennio. Un accostamento ardito, quello tra Labour e SPD, che non troverebbe molti sostenitori in due partiti le cui ispirazioni e tradizioni culturali sono state nel tempo anche molto distanti le une dalle altre. Ma la domanda che si pone Berta supera la filologia storica e va direttamente al nodo politico di questi anni: “esiste oggi un profilo politico specificamente ascrivibile alla socialdemocrazia europea?”. È dunque naturale che, per rispondere, egli guardi alle due principali esperienze di governo del centrosinistra europeo di quest’ultimo ventennio.

“Nell’epoca della globalizzazione – scrive Berta – la socialdemocrazia al governo ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. È la principale imputazione che il libro muove al socialismo europeo nella sua forma contemporanea, la ragione che l’avrebbe condotto ad abbandonare la ricerca dell’eguaglianza. E dunque il tema con il quale è inevitabile fare i conti in piena franchezza. Innanzitutto perché si tratta di un’imputazione che poggia su basi di verità. È infatti vero oltre ogni dubbio che la sinistra europea più efficace, la sinistra che è riuscita a guadagnare consenso e progettualità dopo quella che Ralf Dahrendorf definì già nei primi anni Ottanta la “fine del secolo socialdemocratico”, ha saputo ritrovare nella rivitalizzazione del capitalismo la sua nuova ragion d’essere. Ma è altrettanto vero che altre strade non ce n’erano né potevano esserci, all’interno di partiti di nobile lignaggio che si erano trovati completamente spiazzati dal completamento del loro stesso disegno welfarista.

Si prenda ad esempio la vicenda del Labour britannico prima della rinascita di fine anni Ottanta, tenacemente voluta da quel leader coraggioso e misconosciuto che è stato Neil Kinnock. Prima del recupero di lucidità e metodo voluto da Kinnock, quasi un decennio prima che Blair e Brown s’inventassero il New Labour, il partito che nel 1945 aveva condiviso con la socialdemocrazia scandinava la costruzione del welfare europeo era sprofondato in una sorta di gorgo isolazionista, anticapitalista e cupamente antieuropeo. Ed era arrivato fin laggiù non certo per l’attivismo di frange estremistiche interne o tantomeno per una contaminazione comunista da cui il laburismo britannico era ben vaccinato, quanto per l’esaurirsi della spinta progettuale che l’aveva sorretto per decenni sulla base dell’originale intuizione welfarista. Un esaurirsi fisiologico, dovuto al raggiungimento già alla fine degli anni Cinquanta di molti degli obiettivi che il Labour si era dato nel 1945 e al quale la stagione del revisionismo ispirato più di altri da Anthony Crosland aveva poi tentato di fornire nuova linfa.

Ma comunque un esaurirsi inevitabile, che aveva lasciato campo libero al progetto thatcheriano e dopo il quale il Labour non aveva saputo per molti anni ritrovare la strada della rinascita politica. Quella strada doveva infine coincidere con la riscoperta della capacità di valorizzare gli aspetti creativi del capitalismo (il suo tratto ottimisticamente schumpeteriano, verrebbe da dire con Berta che dedica l’incipit del libro a Schumpeter e alla sua profezia sul declino del capitalismo nell’era della regolamentazione post-bellica) insieme allo sforzo di adattare l’originaria ispirazione egualitaria e universalistica all’obiettivo di generalizzare gli strumenti educativi per la realizzazione del potenziale di ognuno. I semi di tutto questo erano già in Kinnock e nella sua idea di trasformare il welfare tradizionale in “springboard”, “trampolino di lancio” per accorciare le distanze sociali per mezzo della riuscita individuale e di gruppo. E solo dopo quei semi sarebbero completamente fioriti nell’esaltazione della globalizzazione venuta con il New Labour.

Quel che è vero è che quella stagione si è associata, non solo in Gran Bretagna, ad un’era dell’ottimismo che oggi non può che apparirci arcaica e ingenua. Ma come ricorderemo di qui a dieci anni, se non come un’altra manifestazione di ingenuità per giunta aggravata dalla subalternità ad altre culture politiche, il revival di antimercatismo di cui dà prova dinanzi alla crisi una parte ormai maggioritaria del centrosinistra italiano prendendolo integralmente a prestito dal centrodestra protezionista? Perché proprio questo è un punto al quale conduce, forse senza neanche volerlo, la serrata riflessione di Berta. Nel suo tentativo di rinascere dalla crisi del welfarismo la socialdemocrazia ha creduto nel valore di liberazione umana del capitalismo più di quanto non abbia fatto la destra europea, che dopo il Kulturkampf thatcheriano l’ha letto essenzialmente in chiave di potenza nazionale e nazionalistica.

La socialdemocrazia in versione neoliberale ha investito sul capitalismo con un sovrappiù dell’entusiasmo tipico dei neofiti?  È quanto è accaduto solo in alcuni casi. Perché, come ben ricorda l’ultimo capitolo di Berta dedicato a Keynes, alla stessa radice del progetto welfarista era l’aspirazione ad “una sostanziale riduzione della diseguaglianza all’interno della cornice delle istituzioni plasmate dalla tradizione liberale”. E dunque quell’intreccio tra liberalismo sociale e socialdemocrazia, che pure fu più esplicito nel caso britannico perché innervato nelle stesse origini storiche del Labour, non attendeva che di essere riscoperto e valorizzato dalla parte più lucida della sinistra europea dopo lo smarrimento politico di fine anni Settanta.

In questi tempi di crisi ogni parola di ottimismo rischia di stonare. Ma è difficile immaginare che una volta fuori dall’emergenza la sinistra europea trovi una strada diversa da quella della valorizzazione della dignità del lavoro e dell’eguaglianza delle opportunità, e dunque delle battaglie di libertà anche economica che ha saputo condurre nei suoi più recenti anni migliori, piuttosto che mettersi alla ricerca di fantomatici “insediamenti sociali” scomparsi una volta per sempre.


13 maggio 2009
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A Londra l'onorevole chiede scusa e paga
La Gran Bretagna ha molte fortune. Non è una nazione afflitta dal moralismo codino che perseguita noi italiani, né confonde l’etica pubblica con gli strumenti della contesa politica quotidiana. Eppure a leggere in questi giorni i quotidiani britannici si ha l’impressione di assistere ad una replica di Tangentopoli sul Tamigi, con grande abbondanza di commenti che  descrivono il tracollo della credibilità della democrazia sotto lo scandalo dei rimborsi ottenuti dai parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ma forse non è un caso che Londra sia colpita da un’ondata di antipolitica così violenta nelle stesse settimane in cui l’economia britannica conosce la sua stagione peggiore da quasi trent’anni. Non tanto per un rimbalzo automatico del malcontento popolare su governo e opposizione, quanto perché il meccanismo della delegittimazione funziona in Gran Bretagna nello stesso modo in cui l’abbiamo conosciuto in Italia nell’ultimo quindicennio. Anche se le storie civili e istituzionali dei due paesi non potrebbero essere più diverse.

Quel meccanismo si alimenta dell’indebolimento della sovranità statale, e dunque del potere della politica nazionale sulle condizioni di vita dei propri cittadini, proprio mentre si allargano gli spazi di informazione continua e con quelli la vigilanza sul comportamento quotidiano degli amministratori pubblici. Quando la crisi economica colpisce duro, come avviene in Gran Bretagna in queste settimane e com’era accaduto in Italia nei primi anni Novanta, crolla l’equilibrio tra la pretesa di trasparenza dei costi e l’evidenza dei benefici che vengono ai cittadini dall’azione della politica. E con quello viene travolta anche la presunzione di immunità che qualsiasi politico conserva dentro di sé, anche quando si trova a vivere in un paese nel quale lo scrutinio popolare è da considerarsi tradizionalmente rigoroso persino in condizioni di normalità.

Ma è soprattutto il confronto tra la risposta britannica e quella italiana agli stessi sintomi di antipolitica a riservare le sorprese più grandi. Perché nel giro di quarantott’ore maggioranza e opposizione hanno fiutato l’aria e prodotto una risposta ispirata alla ricerca di efficacia nei confronti del risentimento popolare. I Conservatori impegnandosi a restituire tutte le somme ricevute per rimborsi peraltro formalmente corretti, il primo ministro Gordon Brown facendo spettacolo di pubbliche scuse e annunciando una rapida revisione della normativa. Detta altrimenti, da nessuno dei due principali partiti è venuta alcuna piccata rivendicazione di “forza della politica” contro la “minaccia distruttiva del discredito antidemocratico” o qualcosa di simile alle molte e pretenziose reazioni che abbiamo ascoltato nel corso degli anni da numerosi nostri esponenti politici.

La prontezza britannica è forse da attribuire ad una maggiore vulnerabilità di quei partiti rispetto ai nostri? È vero piuttosto il contrario. Laddove Conservatori e Laburisti condividono il massimo rispetto per l’etica pubblica come risorsa istituzionale e condivisa, guardandosi bene dall’utilizzarla come arma di lotta quotidiana. E dove entrambi quei partiti sono ben consapevoli dell’inutilità di qualsiasi tentativo di scavare una trincea nei confronti di un’ondata di malcontento forse eccessiva ma del tutto legittima in virtù del disagio che attraversa in queste settimane il paese.

È in questa consapevolezza la radice della vera forza della democrazia britannica, la stessa che lascia immaginare una sua rapida uscita da questo scandalo e che spinge un commentatore molto severo come Philip Stephens a scrivere sul Financial Times parole che vorremmo essere in grado di leggere anche in Italia: “La grande maggioranza dei parlamentari è formata da uomini e donne per bene che vogliono cambiare le cose. Sono ambiziosi? Certamente. Spietati? Spesso. Retorici? Ancora più spesso. Ma furfanti no, questo proprio non possiamo dirlo”.


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19 settembre 2008
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Eurosinistra, diagnosi di un coma

Forse c’è un modo per tirarsi su di morale, un piccolo tonico per il nostro sconforto politico. Basta guardare fuori dai confini italiani, farsi un giro nelle discussioni che animano (o più spesso deprimono) la sinistra europea. E pensare che in fondo c’è anche chi sta peggio di noi. Come consolazione non è granché, ma di questi tempi non si butta via niente. In effetti lo scenario che si coglie guardando ai partiti socialisti dell’Europa occidentale è particolarmente cupo. Vecchie leadership che lottano per sopravvivere a sé stesse, debolezza di governo là dove si è al potere e fragilità verso la destra là dove si è opposizione. Soprattutto, la percezione che sia concluso un lungo ciclo politico e culturale senza che vi sia alcun indizio sulla direzione da prendere. Una percezione che proprio in questi giorni risulta particolarmente amplificata, con una crisi della finanza mondiale che chiude definitivamente i conti con la stagione della crescita economica. E mentre dà ossigeno alla nuova destra protezionista e sicuritaria che Tremonti torna a tradurre con “Dio, patria e famiglia”, seppellisce quei germi di ottimismo e fiducia che hanno comunque accompagnato ogni diversa declinazione nazionale della Terza Via.

Guardiamo innanzitutto alla sinistra francese, dove il trauma della sconfitta del 2007 è tutt’altro che superato e dove il crollo della popolarità di Ségolène Royal ha riaperto un’incredibile partita tra gli anziani maggiorenti del partito. Con un groviglio di nuove alleanze tra vecchi elefanti da far impallidire le magagne del nostro Partito democratico. Basti dire che Laurent Fabius e Dominique Strauss-Kahn sono appena tornati ad allearsi, dopo essersi divisi praticamente su tutto nel corso degli ultimi anni, per sostenere la candidatura di Martine Aubry alla guida del partito. Difficile capire come possa essere accaduto che il no-globalismo di ritorno di Fabius, potenziato da generose dosi di antieuropeismo, si sia affiancato al solido riformismo globalista di Strauss-Kahn. Se non guardando ad una scomposizione del campo jospiniano che vede, dall’altra parte, l’ex primo ministro Jospin e il segretario uscente Hollande schierati con il popolare sindaco di Parigi François Delanoe. La vittoria della Aubry sarebbe l’ultima chance di un ritorno politico per Fabius, la cui credibilità è stata quasi cancellata dalle varie giravolte conservatrici degli ultimi anni, mentre Strauss-Kahn avrebbe alla guida del partito una pupilla sulla quale esercitare facilmente il proprio potere di indirizzo (tra l’altro rimanendo a Washington a capo del Fondo Monetario Internazionale).

Intanto Delanoe può far pesare gli alti livelli di consenso conquistati sul campo a Parigi insieme ad una proposta politica sufficientemente vasta da accontentare le nostalgia della vecchia sinistra e un leggero gusto per l’innovazione. La stessa miscela usata nel maggio scorso per lanciare in gran pompa il suo ultimo libro, “De l’audace!”, nel quale auspicava l’innesto di elementi liberali sul ceppo socialista. Tutt’altro che una novità per il resto del mondo, ma evidentemente troppo per i molti esponenti di peso del partito che hanno reagito con scandalo alla contaminazione.

Tra fazioni che si scompongono e si riaggregano intorno alla coppia Aubry-Delanoe, dalla quale con ogni probabilità uscirà il vincitore del prossimo congresso in programma a Reims per metà novembre, Ségolène gioca l’ultima e disperata partita all’insegna della “lotta contro gli apparati”. Martedì sera ha platealmente annunciato di voler “mettere in congelatore” la propria candidatura alla guida del partito, con una mossa esclusivamente tattica. Perché il suo vero, ultimo appuntamento sarà il 27 settembre sulle piazze di Parigi. Con un “Rassemblement de la fraternité” a cui ha convocato i propri sostenitori insieme a cantanti, artisti e tutto quel bel mondo che le è stato accanto nella perduta campagna per le presidenziali senza garantirle poi alcun sostegno all’interno del partito. Una prova di forza dalla quale la Royal uscirà travolta o miracolosamente risanata.

Sulla strada più tradizionale del congresso socialista, nel frattempo, si segnala un’autentica bulimia di documenti politici e programmatici. Al momento sono stati presentati ben 260 contributi tematici e 21 piattaforme politiche, con titoli che spaziano da “Bisogno di sinistra” di Pierre Moscovici (altro jospiniano schierato con Delanoe) a “Urgenza sociale” di Pierre Larrouturou, da “Socialisti, altromondisti, ecologisti” di Franck Pupunat a “La linea chiara” di Gérard Collomb. Facile a dirsi, perché in realtà la linea dei socialisti francesi è tutt’altro che definita. E al momento Delanoe appare il favorito in una corsa congressuale che non ha fatto emergere alcuna significativa innovazione politica e culturale, dominata com’è da una lotta tribale che non ha molto da dire al di fuori dei confini di un partito in crisi.

Se la Francia piange, la Gran Bretagna non ride. Almeno nel caso di Gordon Brown, che da domani affronterà una delle prove più dure della sua carriera politica. Il congresso laburista di Manchester si apre in uno dei momenti peggiori da molti anni a questa parte per l’economia britannica, scossa più di altri paesi europei dal tifone finanziario statunitense oltre che da segni recessivi sempre più evidenti. La sfida alla sua leadership è stata solo provvisoriamente silenziata, con David Miliband che continua a riflettere sull’opportunità di lanciarsi in campo già ora o se attendere il naturale logoramento del Primo Ministro.

Eppure non è detto che l’aria di tormenta non finisca per giovare a Gordon Brown, il quale ha già fiutato il bisogno di rassicurazione sociale che viene dal paese. Soprattutto dopo gli eventi delle ultime settimane, ai quali egli ha reagito da sapiente conoscitore dei tasti più solidi della tradizione laburista. Il messaggio precongressuale che ha indirizzato pochi giorni fa al governo e al partito insisteva ad esempio sulla diversità epocale rispetto al 1997, l’alba lontana e tanto piena di ottimismo del governo New Labour, descrivendo “un mondo di traumatici cambiamenti sociali e demografici dove la gente ha bisogno di una dose maggiore – e non certo minore – di servizi pubblici. Servizi che siano universali anche se non uniformi, orientati dai bisogni reali della popolazione e non da scelte calate dall’alto”. Dunque nuova forza al suo vecchio e sempreverde accento sui servizi pubblici universali, ma anche alla promessa di rassicurazione e giustizia sociale. “ll New Labour deve dare più sicurezza alla vita di tutti, costruendo un paese con giuste regole accanto a giuste opportunità. Perché quando l’imprevisto arriva troppo spesso sono i ricchi e i potenti che possono proteggersi con facilità mentre gli altri scontano i rischi maggiori e godono di opportunità molto minori”.

Non è detto che la scommessa della rassicurazione sociale basti a salvare Brown, la cui credibilità è comunque legata ad una lunga stagione di stabilità finanziaria e crescita economica che appare ormai al tramonto. Quel che è certo è che il campo dei suoi avversari conta (forse) sulla formidabile personalità di David Miliband ma non può vantare alcuna particolare vitalità ideale. Se ne è avuta prova all’ultimo seminario di Policy Network, il think tank guidato da Peter Mandelson dove sono nate alcune delle idee più efficaci del ciclo blairiano. Ma che oggi, riflettendo sabato scorso sugli orizzonti del socialismo liberale, si è ritrovato nelle parole sconfortate dell’ex ministro per l’Europa Roger Liddle: “Il Labour è in crisi in tutti i sondaggi e dobbiamo prendere atto che i problemi strutturali che hanno indebolito il centrosinistra sul continente europeo stanno ormai condizionando anche la politica britannica”. E con questo, sembrano dirci persino i blairiani, addio alla Gran Bretagna isola felice della sinistra europea.


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