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23 febbraio 2011
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Gheddafi e l'Italia sparita nel passato
«Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nel documento approvato dal consiglio». In apparenza la dichiarazione di Franco Frattini sulla crisi libica, all'uscita della riunione dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, dovrebbe suonare come una professione di allineamento perfetto con l'Europa. In realtà è da leggere piuttosto come un'ammissione d'impotenza della politica estera italiana. Perché nel momento in cui crolla l'equilibrio politico sul quale avevamo costruito gran parte del nostro rapporto con la sponda Sud del Mediterraneo, il nostro paese sembra avere poco o nulla da dire. O peggio, poco o nulla su cui far leva per orientare il corso degli eventi in una direzione compatibile con i nostri interessi economici e di sicurezza.
Si dirà che non siamo i soli, nella comunità internazionale, ad essere privi di strumenti o informazioni sufficienti per intervenire nella tragedia libica al di là dell'auspicio generico a fermare la violenza. Ma non è esattamente così. Perché l'Italia ha accumulato sulla Libia un capitale d'influenza incomparabile rispetto a quello di altri paesi europei: un capitale la cui inconsistenza si sta rivelando proprio in queste ore e che rischia di esporre la nostra diplomazia a una delle più imbarazzanti performance della sua storia recente.
D'altra parte la scelta d'investire tutta la nostra posta maghrebina su Gheddafi non è stata solo di Frattini o di Berlusconi, come dimostrano le infelicissime parole venute dal precedente inquilino della Farnesina nella sua intervista di domenica sul Sole 24 Ore: c'è da sperare che la benevolenza con cui D'Alema ha descritto «il solido rapporto di Gheddafi con una parte della società libica» si sia esposta nel frattempo a qualche dubbio, dinanzi alle immagini degli aerei da guerra con cui il despota libico ha (solidamente!) massacrato i propri concittadini scesi in piazza.
Quella sul regime libico è stata dunque una scommessa bipartisan, il cui fallimento espone una debolezza più generale della nostra politica estera dopo la fine della Guerra fredda. Dal 1989 in avanti l'Italia ha infatti scelto di coltivare alcuni appezzamenti internazionali in termini prevalentemente bilaterali, facendo affidamento più sulla forza delle relazioni dirette e personali tra capi di Stato che non sulla leva che il nostro paese poteva acquisire giocando bene e fino in fondo la sua parte all'interno delle istituzioni sovranazionali di cui era parte. È accaduto nei Balcani tanto quanto nel Mediterraneo meridionale, dove leader e ministri di centro-destra e di centro-sinistra hanno provato a rinverdire quella che nella storia della nostra diplomazia è stata la cosiddetta tradizione dell'andreottismo. Ovvero la convinzione italiana di poter giocare di sponda tra alleanze contrapposte, parlando con gli avversari della propria parte più facilmente di quanto non avrebbero potuto fare nazioni più ingombranti e meno disinibite della nostra.
È stata questa la storia del nostro peculiare atlantismo, sempre al confine tra rigore e trasgressione. E sempre indebolito dal sospetto d'infedeltà che veniva dagli alleati, anche se il prezzo di quel sospetto era nei vantaggi relativi di qualche consistenza che l'Italia incassava grazie alle sue relazioni privilegiate con questo o quel "nemico".
Ma se l'andreottismo funzionava (e non sempre) nelle condizioni bloccate della Guerra fredda, quando l'Italia poteva muoversi negli interstizi delle parti in conflitto, funziona assai meno nel campo aperto e privo di un ordine disciplinato che è diventata la comunità internazionale nell'ultimo ventennio. Qui ogni nazione vale per quanto conta nelle istituzioni che contano, ovvero per il rigore con cui persegue i propri obiettivi ma anche per lo spazio che conquista nelle sedi multilaterali di cui è parte svolgendo coerentemente la propria parte di alleato.
Difficile dire che questo sia stato fatto dall'Italia in Libia, e non solo negli ultimi anni. Qui l'investimento esclusivo che l'Italia berlusconiana e quella dell'Ulivo hanno realizzato sul regime di Gheddafi, in deroga parziale agli orientamenti dei propri alleati, si sta rilevando per quello che è: una perdita netta di capitale economico e di influenza, con conseguenze molto serie sulla nostra credibilità internazionale.

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20 gennaio 2009
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Le lezioni della guerra di Israele e lo stigma di Erode
La tregua è fragile e il costo in vite umane terribile, ma dei venti giorni dell’operazione Piombo Fuso è possibile fare un bilancio che guardi anche al modo in cui la politica italiana ha reagito a quest’ultima guerra. Il primo insegnamento non è affatto una novità e riguarda la determinazione di Israele a fare da sola per tutelare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini, qualunque sia l’opinione prevalente nella comunità politica e mediatica internazionale.

È un insegnamento antico, iscritto nelle fondamenta dello stato ebraico, ma che in questo caso ha sostenuto la sua sfida più grande: quella contro l’accusa di aver deliberatamente condotto un “massacro di bambini”, secondo la formula usata dai molti che alludono (senza saperlo?) alla persistenza dello stigma di Erode come tratto del più classico antisemitismo. Se ogni guerra strazia bambini e genitori, comprese quelle che abbiamo democraticamente voluto negli anni della finzione retorica degli “interventi chirurgici”, è solo la guerra di Israele che merita il titolo di “massacro di bambini”.

Israele sapeva che sarebbe accaduto, così come tutti noi dovremmo conoscere gli strumenti utilizzati nella contesa mediatica globale dai compagni di strada di ogni latitudine del fondamentalismo islamista. E pur sapendolo, Israele ha intrapreso l’unica strada lasciata aperta dalla latitanza della comunità internazionale su Gaza e sugli obiettivi politici di Hamas.

Questo è il secondo e più autentico insegnamento che la guerra ci lascia in eredità: l’ammonimento innanzitutto a noi stessi a non permettere più che Israele sia costretta a fare affidamento solo sulle proprie forze per tutelare la propria sicurezza. E dunque, per quanto riguarda Gaza, l’assunzione di una responsabilità multilaterale diretta nella prevenzione e nella repressione del contrabbando di armi e nella radicale trasformazione della missione di Hamas come viatico per la rinascita umana e civile della Striscia. Ma è un ammonimento che si estende ben al di là della Palestina, investendo la nuova presidenza Obama e la probabile accelerazione che subirà già nei prossimi mesi il dossier nucleare iraniano. Perché anche in questo caso conosciamo già le modalità con cui la democrazia israeliana si prepara a tutelarsi in solitudine dal possibile salto di qualità di quel dossier, dalla sua eventuale trasformazione in minaccia reale contro Gerusalemme.

Alle nostre democrazie, e non solo a quella statunitense, spetta dunque l’onere di impedire che la questione iraniana diventi un problema esclusivamente israeliano. Rivitalizzando un’azione multilaterale di pressione su Teheran che in questi ultimi mesi è sembrata appannarsi, anche per gli effetti del cambio di amministrazione statunitense.

E la politica italiana? Come ha reagito dinanzi ad una discussione pubblica non solo estremamente polarizzata, come da tradizione nel caso di conflitti in quell’area, ma capace di travolgere misure e proporzioni: ad esempio sommando le ambiguità della formula del “massacro dei bambini” a paragoni storici pesantemente allusivi (come l’insistenza sull’”olocausto palestinese” o il confronto tra Gaza e Hiroshima che ieri campeggiava su un titolo di Repubblica di ben undici colonne)? In realtà la politica italiana ha reagito meglio del previsto sia al governo che all’opposizione, dove hanno prevalso toni equilibrati e la ricerca condivisa di un contributo fattivo alla soluzione della crisi.

Per una volta, complice la linea più defilata che Berlusconi ha impresso alla politica estera italiana prima dell’imminente accelerazione del G8, il tasso di protagonismo retorico non è stata l’unica misura della nostra iniziativa internazionale. Frattini ha commesso una gaffe clamorosa, annunciando in Parlamento che non vi sarebbe stata alcuna offensiva di terra israeliana, ma ha gestito in modo equilibrato un ruolo italiano che ha dovuto rendersi compatibile con la presidenza europea di Sarkozy. Ma ciò che più conta, l’Italia si prepara a svolgere intorno a Gaza un ruolo attivo di smilitarizzazione della Striscia partecipando alla prevenzione del contrabbando di armi.

Identico equilibrio è venuto da Piero Fassino, che in questa crisi ha finalmente mostrato a cosa potrebbe servire un buon ministro ombra del PD. L’ex segretario dei DS ha dato prova di lucidità individuando le fonti del conflitto nella vocazione irriducibile di Hamas e ha mostrato una buona dose di coraggio difendendo le ragioni di Israele alla sicurezza, senza imbarcarsi in polemiche autoreferenziali con il governo. Ma soprattutto è riuscito a compattare sulle proprie posizioni la gran parte del PD, nonostante la sostanziale assenza politica di Veltroni.

Rimarrebbe da dire di Massimo D’Alema, che in questi giorni ha mostrato come mai prima d’ora la tenacia del proprio pregiudizio anti-israeliano. Ma serve più ricordare l’isolamento politico che ne ha circondato le battute, tra cui quella memorabile secondo cui la stampa italiana sarebbe imbeccata dai servizi di sicurezza di Gerusalemme.


31 dicembre 2008
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Parole chiare su Hamas

Franco Frattini ha finalmente detto una parola di chiarezza sulla politica estera italiana. Sarà stata la temporanea assenza di Berlusconi dalla scena e dunque l’allentarsi del patronage di Palazzo Chigi, ma il suo netto giudizio sulla “scellerata responsabilità” di Hamas nella crisi di Gaza deve essere salutato con soddisfazione. Soprattutto perché introduce una discontinuità nella nostra posizione su quello scenario, fino a ieri segnata dagli effetti del breve mandato di D’Alema alla Farnesina con i suoi pregiudizi anti-israeliani, la sua incapacità di prendere le distanze da Hamas o Hezbollah e i suoi problematici rapporti con le comunità ebraiche italiane.

Il nuovo ministro degli esteri mostra quanto meno di saper distinguere torti e ragioni all’interno del mondo arabo, prima ancora che tra Israele e palestinesi, e questo può qualificare una politica estera che voglia davvero contribuire ad una realistica prospettiva di pace. Innanzitutto riconoscendo il lavorio violento, provocatorio e destabilizzante che Hamas ha svolto in questi anni contro la leadership palestinese di Abu Mazen e dunque contro la stessa possibilità della soluzione “due popoli per due stati”. In secondo luogo spingendo perché l’Europa si faccia soggetto attivo nella regione, assumendosi almeno in parte la responsabilità di isolare Hamas dai suoi sponsor regionali e di rafforzare una leadership palestinese che anche dopo Abu Mazen riconosca il diritto all’esistenza di Israele e creda nella via del negoziato. Infine, lavorando per rendere sempre più multilaterale il compito di garantire la sicurezza di Gerusalemme.

Se così fosse, la posizione italiana sarebbe in tutto simile a quelle che in queste ore vengono formulate dalle più importanti cancellerie europee. A partire da Berlino (dove nei giorni scorsi Angela Merkel ha parlato senza equivoci del diritto di Israele a “proteggere la propria popolazione”) e Londra (dove Gordon Brown ha appena definito gli attacchi di Hamas “la principale minaccia agli sforzi di pace intrapresi da Abu Mazen”).

Ma si tratterebbe di una innovazione importante anche per il tradizionale filoarabismo della nostra politica estera, che non sembra aver pienamente assimilato la novità del fondamentalismo islamista. È vero, come ha scritto ieri Stefano Cappellini, che il nostro partito filo-arabo sembra in crisi. Ma è altrettanto vero che l’ambizione italiana di giocare un ruolo autonomo nel Mediterraneo continua a muoversi sul filo dell’ambiguità andreottiana, in un’epoca che di andreottiano non può avere più niente. Con il risultato di confondere le leadership arabe interessate ad una pacificazione regionale con quei nuovi soggetti fondamentalisti che non contemplano alcuna possibilità di dialogo con l’Occidente né con la sua “entità sionista”. Perché anche su questo binario, negli ultimi anni, l’Italia è rimasta indietro rispetto ad altri grandi paesi europei che hanno compreso meglio di noi le nuove fratture del mondo islamico.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 31/12/2008 alle 13:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa

23 dicembre 2008
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Le occasioni perdute di Frattini
Nutro un profondo senso di solidarietà nei confronti di Franco Frattini. Non dev’essere affatto semplice fare il ministro degli esteri quando il capo del governo si chiama Silvio Berlusconi. E dunque quando sopra la tua testa c’è un signore che è convinto, come ha dichiarato nel corso della conferenza stampa di fine anno, di essere il miglior mediatore disponibile sul mercato mondiale per il primo incontro tra Barack Obama e Dmitrij Medvedev o Vladimir Putin (per lui evidentemente non c’è differenza tra i due leader russi; e forse nemmeno per i due russi). O che crede, sostiene e ribadisce (come ha fatto nuovamente la scorsa settimana) di aver avuto un “ruolo fondamentale” nel conflitto tra Russia e Georgia grazie alla sua “fraterna amicizia” con Vladimir Putin.

Per Frattini non è semplice neanche per un’altra ragione, legata alla particolare congiuntura nella quale si trova oggi la discussione pubblica italiana. Molti ricorderanno che nel 1992, con Mani Pulite e quanto ne seguì, il dibattito di politica estera scomparve improvvisamente e per molto tempo dai giornali e dalle preoccupazioni della politica. Non siamo certo nella stessa situazione di allora, ma come allora la nostra attenzione pubblica tende a concentrarsi nuovamente sui fatti di casa nostra spostando sullo sfondo i grandi dilemmi internazionali. Il mondo non si è fatto più semplice, semmai il contrario, ma per quanto attiene alla nostra politica l’urgenza è tornata ad essere domestica.

Insomma, per Frattini non è semplice. Ma bisogna ammettere che ci mette anche del suo nell’appannare lo stile e i contenuti del mandato alla Farnesina, bucando le occasioni nelle quali un qualunque ministro degli esteri potrebbe facilmente comunicare al paese la sua visione del mondo e degli interessi nazionali. L’ultima occasione è venuta pochi giorni fa, nel corso della sesta conferenza degli ambasciatori italiani organizzata a Roma il 17 e 18 dicembre. Un’ottima idea quella di convocare nuovamente l’intero corpo diplomatico in un’occasione di discussione plenaria, come viene normalmente fatto dai grandi paesi occidentali, dopo una pausa di quattro anni durante i quali la tradizione della conferenza era stata inspiegabilmente sospesa. Un’ottima idea che ha tuttavia prodotto risultati opachi, almeno a leggere quanto è circolato fuori da quelle stanze.

Il documento preparatorio, sopra ogni altra cosa, quello che avrebbe dovuto annunciare al paese le ragioni e gli obiettivi della conferenza, appare vuoto e fumoso anche ad una terza rilettura. Tra molte virgolette e molti anglismi vi si parla di una “una fase fluida, ‘trasformativa’ delle relazioni internazionali, dove il potere è diffuso e i processi centrifughi,  e nella quale si stanno ridisegnando le gerarchie internazionali”. Ma anche di “mondo complesso, fluido e a ‘gerarchie variabili’ dove l’azione collettiva e multilaterale esalta, oggi più di ieri, la competizione tra Stati”. Fin qui, nulla questio. Come tutti, anche noi attendiamo con ansia l’insediamento di Barack Obama e le conseguenze che la sua presidenza potrà avere sugli equilibri internazionali. Ma da un ministero degli esteri vorremmo anche sapere con quali strumenti e quali visioni politiche ci apprestiamo ad incrociare la nuova stagione internazionale.

E quando arriviamo all’Italia le cose non si fanno certo più chiare. Perché la miscela è arcinota e per di più presentata nella stessa composizione retorica che l’ha resa ormai innocua e trasparente nel dibattito pubblico. Una spruzzata di europeismo (“è per noi cruciale che l’Europa si affermi e consolidi come  attore globale sul piano politico-diplomatico ed economico”), qualche auspicio di rilevanza (“a livello di stati nazionali l’Italia ha interesse a restare tra i ‘players’ europei e globali che contano e decidono”), un vago sentore dell’immagine di patria di poeti e navigatori che amiamo tanto raccontarci (“l’Italia è dotata di un forte ‘potere di attrazione’, un ‘soft power’ frutto della sua tradizione storica... pochi paesi posseggono la nostra capacità di dialogo con culture diverse, capacità che è nel nostro DNA”).


A parte questo, poco o niente. E su questo sfondo, non è davvero un mistero che l’unica vera notizia emersa dalla conferenza sia stata quella dell’incidente della “caraffa tossica” capitato ad Emma Marcegaglia. Al termine di una riunione plenaria della nostra diplomazia, e alla vigilia di un anno che vedrà l’Italia alla presidenza del G9, avremmo francamente voluto sapere qualcosa di più dal titolare della Farnesina. Sarà per un’altra volta, forse.



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4 settembre 2008
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Finito Bush, l'Italia torna ad Andreotti
Prima i ringraziamenti del Cremlino per “la ragionevolezza” mostrata dall’Italia nella crisi georgiana, poi la riconoscenza del Colonnello Gheddafi per l’impegno a non usare mai contro la Libia le basi Nato presenti sul nostro territorio. Nello stesso giorno la politica estera del nuovo governo Berlusconi incassa una generosa dose di gratitudine dalla parte sbagliata del mondo. Ma soprattutto, si presenta alla comunità internazionale nel solco di una delle più guaste e longeve tradizioni italiche. Quella di una politica estera insieme velleitaria e autolesionista, da piccola potenza insicura ma convinta di ricavare vantaggi marginali dal gioco di sponda tra i grandi. Un paese in equilibrio sul crinale stretto dell’inaffidabilità e costretto proprio per questo a ribadire di continuo il proprio senso di responsabilità verso agli alleati.

Se ieri è apparsa velleitaria la rivendicazione di Berlusconi di aver svolto un ruolo decisivo nel contenere l’intervento russo in Georgia, oggi suona come un esercizio di puro autolesionismo la precisazione del ministro Frattini secondo cui l’accordo con la Libia “non rimette in discussione i trattati internazionali firmati negli ultimi vent’anni”. Ci mancherebbe altro! È possibile immaginare una precisazione del genere venire dai ministri degli esteri di Francia, Germania o Gran Bretagna? Francamente no. E non certo perché in quei paesi manchi un confronto anche molto serrato sulle grandi scelte internazionali. Solo che una volta che un indirizzo di politica estera viene discusso nel paese e definito in parlamento, con la conseguente assunzione di impegni e responsabilità, si procede lungo quella via senza camuffamenti.

Tradizionalmente l’Italia ha mostrato più di una debolezza su questo fronte. Senza tornare ai capovolgimenti di alleanze che hanno segnato i momenti fondamentali della politica estera italiana del Novecento, l’ultima e più solida incarnazione di questo nostro atteggiamento si è avuta con l’andreottismo. Pilastro obbligato della Nato ma alla ricerca di un dialogo privilegiato con l’Urss, atlantista ma convinti di essere un ponte verso il mondo arabo, di qua ma anche un po’ di là. Oggi il nostro slang politico definirebbe la politica estera andreottiana come un trionfo del “ma anche”. Allora fu un modo per grattare qualche piccolo vantaggio nel grande e drammatico gioco della Guerra Fredda, al prezzo di un supplemento di vigilanza da parte degli alleati e di una periodica perdita di credibilità.

La tradizione dell’andreottismo è stata recentemente rinverdita da Massimo D’Alema, che nel corso del suo mandato alla Farnesina si è fatto più volte vanto della capacità di dialogare con i nemici dei propri alleati. Salvo tradire, come nel caso di Hamas o Hezbollah, un pregiudizio antisraeliano tanto tenace da annullare qualsiasi vantaggio per la nostra politica estera su quello scenario. Oggi con Franco Frattini abbiamo un ministro degli esteri politicamente meno ingombrante ma saldamente rivolto alle stesse fonti di ispirazione. La sua ultima intervista al “Corriere della Sera” avrebbe potuto essere rilasciata dall’Andreotti migliore. Il riconoscimento russo dell’indipendenza di Abchazia e Ossezia del Sud? “Un’interessante questione di diritto internazionale”. Il tenore della rappresaglia militare russa e l’impegno di Mosca a ritirare le truppe dalla Georgia? “Va bene chiedere il rispetto delle regole, ma deve esser chiaro che (la Russia) è un partner strategico e non un paese ostile”.

Se si capisce quale sincera gratitudine debbano aver suscitato al Cremlino le sue dichiarazioni, resta invece da chiarire quali vantaggi possa ricavare l’Italia da tanta gratuita cedevolezza. Da nemici giurati di ogni dietrologia non vogliamo pensare che l’unico a guadagnarci sia Silvio Berlusconi e la sua privata “special relationship” con Vladimir Putin. Immaginiamo invece che Frattini sia convinto di tutelare al meglio gli investimenti italiani in Russia, in particolare nel settore energetico. Ma se anche così fosse, si tratterebbe di una rappresentazione di cortissimo respiro dei nostri interessi nazionali. Che in cambio di una garanzia a breve raggio su qualche partita di approvvigionamento ricevono un bel pacco di crepe nella loro relazione con gli Stati Uniti. Niente di drammatico, per carità, ma è esattamente la stessa scommessa fatta a suo tempo dall’andreottismo. Che in tempi di guerra fredda e di immobilismo geopolitico riteneva che all’Italia non fosse concesso altro spazio che quello della furbizia, anche al prezzo di una perdita di credibilità.

Può anche darsi che dopo Bush e i sussulti dell’11 settembre il mondo si avvii ad un’altra stagione di equilibrio immobile, quella nuova guerra fredda di cui molti sentono il bisogno dopo aver forse sofferto eccessi di furore. Ma oggi come allora l’Italia avrà la necessità, molto più di altri paesi, di mostrarsi affidabile e coerente. E in questo senso i primi passi della nuova Farnesina berlusconiana non promettono nulla di buono.


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