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16 aprile 2009
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Poveri ma europeisti?
Anche volendo mettere da parte i sondaggi sfavorevoli di questi giorni, le elezioni europee rappresenteranno una prova difficilissima per il PD. La leadership del segretario è transitoria per sua stessa ammissione, la congiuntura politica è sfavorevole per la forza conclamata del governo Berlusconi e non mancano qua e là i segnali preparatori di una scissione che nessuno capirebbe tranne quei pochi feudatari che ne dovrebbero beneficiare.

In una situazione di così grave debolezza, e non avendo vera voce in capitolo su candidature che in molti casi si avviano a superare la soglia dell’imbarazzo, Dario Franceschini avrebbe almeno la possibilità di qualificare i contenuti della campagna elettorale con pochi messaggi chiari. Sarebbe una sorta di investimento sul futuro, per sé e per il PD, un modo di marcare il territorio simbolico di un partito che presto o tardi dovrà tornare a riprendere l’iniziativa.

È una possibilità che Franceschini ha finora deciso di giocarsi pescando due carte dal mazzo. La prima è quella del tradizionale europeismo del centrosinistra italiano, con la campagna che vediamo in questi giorni sui muri delle nostre città. Intorno allo slogan “UE!”, l’Unione europea viene presentata come la soluzione a molti dei problemi che affliggono il paese di contro all’indifferenza mostrata dal governo. Perché “l’Unione europea si preoccupa di chi perde il lavoro e Berlusconi no”, oppure “l’Unione europea pensa alle piccole e medie imprese e Berlusconi no”. Può darsi che le cose stiano effettivamente così, al di là del tono comunicativo scelto dai responsabili della campagna.

Ma viene da domandarsi se una rappresentazione così piattamente salvifica dell’Europa corrisponda alla realtà dell’Unione così come è andata modificandosi negli ultimi anni. Davvero l’Unione europea può essere presentata come un benevolo Babbo Natale che a tutto provvede e tutto risolve? Davvero non c’è niente da mettere a punto in un’architettura comunitaria che sta vivendo trasformazioni turbolente e dagli esiti tutt’altro che chiari? E soprattutto: davvero si può sedurre l’opinione pubblica italiana con uno slogan ricalcato dai tempi ormai lontani in cui lottavamo per entrare nella moneta unica e potevamo permetterci una “tassa sull’Europa”?

La seconda carta Franceschini l’ha pescata martedì, sul sepolcro di Don Primo Mazzolari.  Dove ha rivendicato per il Partito democratico “la capacità di stare dalla parte dei poveri, in un mondo in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Nessuno discute le origini politiche di Franceschini e il suo richiamarsi alla nobiltà delle sue radici cristiano-sociali. Ma tra l’orgoglio di un qualunque pantheon personale e un PD che faccia del pauperismo la sua chiave di offerta politica c’è di mezzo un vero rischio di autolesionismo. Perché il bronzeo ottimismo del Cavaliere continua a mordere i serbatoi di consenso del centrosinistra nonostante la sua più che discutibile leggerezza, mentre il paese attende ancora una narrazione politica diversa e capace di suggerire in positivo una via d’uscita dalla crisi.

Dopo l’era del velleitarismo veltroniano il PD di Franceschini ha forse recuperato il senso della misura, preparandosi a svolgere onestamente il ruolo di partito di coalizione. Eppure di questa futura coalizione il PD dovrà essere prima o poi un motore di visione e speranza, piuttosto che una campana dal suono vagamente menagramo.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 16/4/2009 alle 11:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa

28 marzo 2009
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Dario tra i progressisti tristi

Viña del Mar. A quasi dodicimila chilometri da Roma, ben al riparo da ogni eco dell’autocelebrazione berlusconiana, Dario Franceschini si presenta al circuito progressista mondiale riunito in Cile da Policy Network e dall’Instituto Igualdad. Lo fa con un discorso in inglese condito da un leggero accento ferrarese, provando a spiegare il posto del Partito democratico in quella che fu la gloriosa carovana della Terza Via. Un compito meno difficile del previsto, perché lo stordimento ideale che attraversa il mondo progressista in questi tempi di crisi accoglie benevolmente il “caso italiano” come una particolarità tra le tante. 

Tra i nuovi entusiasti del ritorno dello Stato amministratore, diffusi in particolare tra i sudamericani, e i pochi europei ancora capaci di rivendicare parole come “scelta” e “opportunità”, Franceschini sceglie la strada della “rivoluzione verde” come nuovo orizzonte del centrosinistra internazionale. Lo fa nominando Barack Obama comandante in capo del “mutamento tecnologico e produttivo che potrà cambiare l’economia europea e statunitense”, leggendo la crisi come un’opportunità per “una nuova etica pubblica che sia in grado di animare i nostri comportamenti quotidiani” e naturalmente auspicando “nuove regole globali per un nuovo multilateralismo e una profonda riforma delle istituzioni internazionali”. 

C’è anche spazio per un piccolo cenno alla diversità del PD nei confronti dell’Internazionale socialista, con gli inevitabili accenni al Partito del congresso indiano e ai Democratici statunitensi come esempi di non ortodossia socialdemocratica. Ma sul tema diceva di più la stessa composizione della delegazione italiana, assente Fassino e presenti con Franceschini altri tre non socialisti come Francesco Rutelli, Lapo Pistelli e Gianni Vernetti.

Mentre il leader del PD presentava le proprie credenziali, il circuito progressista si guardava allo specchio scoprendosi confuso e diviso. Innanzitutto sui fondamentali, letti con lenti del tutto divergenti dalla sinistra europea e da quella sudamericana. Quest’ultima impegnata a celebrare “il ritorno dello Stato come ritorno della politica sullo sfondo del catastrofico fallimento del paradigma neoliberista”, nelle parole del principale consigliere politico di Lula Marco Aurélio Garcia. Il quale si è spinto a difendere il buon nome del populismo (“troppo spesso usato come insulto da coloro che vogliono attaccare le nostre politiche popolari e redistributive”), rivendicando il titolo di “progressisti” anche per il venezuelano Chavez e il boliviano Morales (non invitati al summit internazionale) e disegnando “un futuro post-capitalista” come scenario della sinistra brasiliana. 

Ben altre le preoccupazioni degli europei, stretti tra l’incedere della crisi e lo sforzo per non smobilitare del tutto il capitale di idee e strumenti di governo costruito dalla metà degli anni Novanta. Abbondante la retorica, anche se sostenuta dalla tradizione migliore: come nel caso dei socialdemocratici svedesi, che per voce della nuova leader Mona Sahlin hanno ricordato i meriti storici del modello di welfare scandinavo. E poche le idee davvero buone, come quelle venute dal giovane e brillante ministro britannico del lavoro James Purnell. Un personaggio certamente destinato ad un ruolo di primo piano nel Labour del dopo-Brown e che ieri ha sfidato così il nuovo conformismo statalista: “Non è scontato che la crisi produca una situazione favorevole ai progressisti, soprattutto se cederemo alla tentazione di maledire il capitalismo. Il nostro compito è semmai quello di cambiarlo in senso più egualitario, limitando il ritorno dello Stato e usando la leva del governo per aumentare gli spazi di scelta per i cittadini su temi come la riforma dei servizi pubblici e le politiche educative”. Parole coraggiose in tempi di confusione progressista, pensieri confortanti per quello che potrebbe venire dopo la crisi.

24 febbraio 2009
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In cerca del quinto uomo
C’è un quinto uomo nel futuro di questa legislatura, destinato ad affiancarsi a Fini, Berlusconi, Casini e al leader democratico che verrà. Un uomo (o una donna) di cui ancora non conosciamo il nome ma che sarà il prossimo candidato del centrosinistra per la guida del governo. Un nome necessariamente diverso da quello del Mister X a cui si affiderà il Partito democratico nel congresso di ottobre, sia egli Franceschini o Bersani o altri ancora, il quale avrà bel altro a cui pensare dovendosi occupare prima di tutto di evitare la demolizione della casa e poi di avviare il lungo percorso di costruzione della prima leadership autenticamente PD. Ma un nome che sarà diverso anche da quello di Pierferdinando Casini, che con il progetto del “Partito della Nazione” si candida ad ereditare le spoglie del bipolarismo e a svolgere un ruolo di ago della bilancia in qualsiasi futura coalizione di centrosinistra. Pur consapevole, come certamente egli è, di non disporre in proprio della capacità espansiva indispensabile a impensierire il blocco di consenso del centrodestra.

La necessità di un quinto uomo che alle prossime elezioni se la veda con Fini o Berlusconi, sostenuto dal nuovo centrosinistra di Casini e del Mister X democratico, è il risultato più chiaro del precipitare di queste ultime settimane. La breve e catastrofica gestione veltroniana ha sepolto per molti anni a venire ogni vocazione maggioritaria del PD, sostituendola con l’urgenza di salvare almeno il tetto e le fondamenta e di avviare un lavoro inevitabilmente lungo per tornare ad una vera capacità competitiva. Ma per ora si tratterà di consolidare il proprio campo culturale e ideale, senza alcuna velleità egemonica, con un riflesso di ripiegamento interno e di nuova radicalizzazione di cui già si colgono i segni nei primi passi del reggente Franceschini. Dall’altra parte il “Partito della Nazione” di Casini trova spazio e ossigeno sia nella crisi del PD che nelle scosse prodotte dalla formazione del partito unico di centrodestra, per ora niente più che un contenitore plebiscitario che lascia aperti tutti gli interrogativi propriamente politici sul dopo-Berlusconi. Non è detto poi che la crescita del progetto di Casini corrisponda alla fine del bipolarismo. Al contrario, l’emersione di una solida forza centrista potrebbe contribuire a stabilizzare il bipolarismo reale che abbiamo di fatto conosciuto di contro ad un bipolarismo onirico che nel corso di tutti questi anni non è stato capace di avvicinare la fine della transizione italiana.

In ogni caso, le prospettive della legislatura sono completamente cambiate nel giro di poche settimane. Ed è prevedibile che già nei prossimi mesi l’attenzione di tutta la politica, e non solo del centrosinistra, si concentri sulla ricerca di quell’ormai inevitabile figura. Ancor prima della giostra dei nomi, la domanda da farsi riguarda la tradizione politica di cui il prossimo candidato sarà espressione. Magari per rispondere che nessuna tradizione sembra oggi in grado di produrre autonomamente una figura adeguata al compito. Quella post-comunista versa nelle condizioni che sappiamo, almeno ai suoi piani alti, avendo logorato uno dopo l’altro i suoi esponenti di punta nel tritacarne del familismo ed essendosi rivelata incapace di far crescere una nuova generazione con i meccanismi della competizione politica che vigevano nella scuola ben più responsabile del PCI. Rimane Bersani, è vero. Il quale tuttavia, ben che vada, potrà solo evitare che si sfasci tutto per mettere in pista una nuova classe dirigente che avrà bisogno di tempo e spazio per crescere a sufficienza. La tradizione della sinistra democristiana, poi, è ben lontana dalla forza politica e intellettuale che la mise in condizione di esprimere un Romano Prodi ormai più di dieci anni fa. Oggi il suo prodotto è Franceschini, domani sperabilmente potrebbe essere Enrico Letta. In ogni caso figure che al momento non possono aspirare ad insidiare il blocco di consenso del centrodestra.

Il punto allora è esattamente questo, nell’attesa inevitabilmente lunga che il PD produca una leadership potenzialmente egemonica: quale figura può disporre di capacità sufficiente a scalfire, oggi e non domani, il campo avverso nei suoi insediamenti simbolici prima ancora che elettorali? Quella capacità che il PD veltroniano non ha minimamente dimostrato in aprile, pescando ben pochi voti oltre frontiera e limitandosi a cannibalizzare l’estrema sinistra. Quella capacità che potrebbe invece essere espressa da una figura in grado di incarnare il centrismo progressista che in tutta Europa ha accompagnato il centrosinistra al governo nell’ultimo ventennio. Traduciamo come vogliamo le espressioni Left of Centre o Neue Mitte, basta intendersi su quello che manca a tutte gli odierni protagonisti del campo antiberlusconiano: la forza di essere riformisti ma non moderati, centristi ma non bipartisan, consensuali ma non neutrali. Tutte qualità che le tradizioni politiche che conosciamo non sono in grado di esprimere oggi, ma che certamente corrispondono ad un volto che attende di essere individuato. L’identikit è forse grossolano, ma si accettano scommesse sul fatto che di qui a sei mesi discuteremo di nomi con queste caratteristiche.



22 febbraio 2009
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Aridatece er puzzone


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31 ottobre 2008
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Ma se vince Obama, vince anche Walter?

È il primo pomeriggio di mercoledì prossimo, 5 novembre. Nella sede del PD Walter Veltroni si presenta puntuale e sorridente ai giornalisti convocati in conferenza stampa e annuncia: “Abbiamo vinto anche noi. La trionfale elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, insieme all’enorme maggioranza democratica che si profila al Congresso, rappresenta il segno di un epocale mutamento politico dal quale sarà presto investito anche il nostro paese. Gli Stati Uniti sono cambiati, l’Italia sta per cambiare. Il pendolo si è finalmente rimesso in movimento e il PD guarda con profonda fiducia alle prossime scadenze elettorali, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo”.

Forse non saranno esattamente queste le parole del segretario. Forse sarà meno sbrigativo il salto da Chicago a Montenero di Bisaccia. Ma è facilissima profezia immaginare che da Veltroni venga molto più di un biglietto di congratulazioni all’indirizzo del nuovo presidente degli Stati Uniti, nel caso in cui il voto di martedì confermi i sondaggi di questi giorni. Perché la probabile vittoria di Obama sarà per settimane, forse per mesi, uno degli asset fondamentali dell’iniziativa politica veltroniana. All’insegna della teoria del pendolo, per l’appunto. Ma anche del tentativo di associare almeno una piccola porzione dello straordinario valore carismatico di Obama alla leadership personale di Veltroni.

D’altra parte non vi sarebbe niente di male. Nella nostra storia repubblicana è sempre accaduto che quanto di particolarmente rilevante cambiava nella politica d’oltre confine (elezioni democratiche o colpi di stato) diventasse strumento di battaglia interna. Ogni volta con una buona misura di arbitrio e approssimazione, tirando la giacca ora all’icona di Ronald Reagan ora a quella di Tony Blair per adattarle ai costumi italiani. Ma non è questa nostra abitudine ad indurre qualche riflessione, mentre ci prepariamo a vivere l’inevitabile stagione dell’obamismo italiano. Piuttosto, è la fragilità della teoria del pendolo applicata alla concreta situazione italiana di questi anni. Così come l’altrettanto concreta possibilità di miracolare il corpo politico di Veltroni con una dose anche piccola della magia carismatica di Barack.

L’ultimo pendolo che effettivamente funzionò per la nostra sinistra fu quello degli anni Novanta. Anche allora la prima spinta venne dagli Stati Uniti, con un ciclo clintoniano che avrebbe contagiato con i suoi contenuti di innovazione la sinistra britannica e da lì quella italiana, tedesca e francese. Ognuna con la sua specificità nazionale, ma tutte nella condivisione di alcune coordinate ideologiche di fondo: riforma del welfare, scommessa sulla globalizzazione, legame tra crescita e redistribuzione, internazionalismo democratico, etc. Nel caso italiano, il pendolo poté fare bene il suo lavoro anche perché i protagonisti di quella stagione – in gran parte profughi politici dal doppio naufragio PCI e DC – avevano bisogno più del pane di una nuova narrazione unificante che restituisse senso e identità alla loro storia. E tale fu l’ideologia del socialismo europeo di quegli anni, passata per il filtro del blairismo-clintonismo e messa a confronto nell’agone italiano con un berlusconismo ancora acerbo e pieno di ingenuità. Oggi, al contrario, è il berlusconismo ad avere appena iniziato la sua nuova fase espansiva; a mostrarsi capace di fagocitare insegnamenti e travestimenti; ad avere appena abbandonato l’adolescenza per entrare nell’età adulta. Mentre dall’altra parte – intorno al PD di Veltroni – si vivono gli ultimi fuochi delle culture politiche maturate nel corso degli anni Novanta, con le stesse facce e le stesse parole d’ordine che abbiamo ascoltato dal 1996 in avanti.

Anche se dagli Stati Uniti oscillasse verso di noi ben più di un pendolo, persino una gigantesca palla d’acciaio, sarebbe difficile immaginare un qualche effetto sulla sinistra italiana così come essa si mostra nella sua antropologia contemporanea. Perché anche in politica l’innovazione migliore deve trovare un ambiente favorevole per impiantarsi e produrre buoni risultati. E già oggi, dalle nostre parti, l’innovazione obamiana viene raccolta e interpretata da chi testimonia tutt’altra storia con la propria narrativa politica e personale.

Da ultimo l’ha scritto con lucidità Giuliano Da Empoli nel suo libro su Obama pubblicato da Marsilio: il caso Barack ci dice che “i grandi leader politici sono quelli che riescono a raccontare le storie più belle”. Da questo punto di vista c’è ben poco da fare. La sua storia più bella Veltroni l’ha già raccontata. In varie puntate, dalla fine degli anni Ottanta in avanti. All’ultima ci hanno creduto in molti, ma sempre meno della maggioranza degli italiani. E anche per questo il confronto con Obama rischia di essere impietoso, non solo per lui ma per l’intero gruppo dirigente che si è istallato ai vertici del PD. Sommessamente, ci permettiamo un consiglio. Invece di vestire i panni davvero troppo stretti del Barack italiano, si decida ad avviare un percorso che con tutte le cautele del caso possa creare le condizioni ambientali favorevoli all’impianto di qualcosa di simile nella sua parte politica. Anche prendendosi tutto il tempo necessario. Perché oggi, se anche si presentasse in Largo del Nazareno l’incarnazione romana di Super Obama, sarebbe certamente lasciato fuori al freddo. Ben lontano dal governo ombra e in attesa del via libera di Veltroni, D’Alema o Franceschini.


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