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9 novembre 2010
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Fini e il tempo del diluvio
“Questo Governo è giunto al capolinea. E il ‘signori si scende’ riguarda tutti, ma proprio tutti, macchinista compreso”. Chi è l’autore della citazione? Non certo Gianfranco Fini, come potrebbero pensare i lettori più giovani che non hanno memoria della “prima repubblica”. Si tratta invece di Claudio Martelli e del benservito che l’allora vicesegretario socialista spedì a Ciriaco De Mita, ponendo fine alla sua presidenza del consiglio. Era il maggio 1989, il PSI celebrava alle ex officine Ansaldo di Milano quello che sarebbe stato il suo ultimo vero congresso. E nessuno dei protagonisti di quelle giornate poteva immaginare che di lì a pochi mesi lo scenario politico italiano e internazionale sarebbe cambiato per sempre e per tutti.
Gianfranco Fini non è evidentemente Claudio Martelli, né Futuro e Libertà può essere messa a confronto con il Psi degli anni di Craxi. Eppure il coraggio e la determinazione con cui Fini sta incalzando Berlusconi sulla gestione del governo e sulla cultura politica del centrodestra si accompagna ad un rischio concreto. Quello di ripetere in condizioni storiche del tutto diverse un rito caratteristico della prima repubblica e in particolare delle sue componenti più dinamiche. Così come Craxi volle giocare sempre il ruolo di ago della bilancia delle coalizioni di governo, senza mettere mai in discussione gli equilibri politici più generali su cui si fondava il Pentapartito, Fini sembra predisporsi ad un lavoro di condizionamento del berlusconismo con l’obiettivo di diventare l’elemento determinante dell’alleanza di governo. D’altra parte, così come il PSI di Craxi incarnava l’anima più innovatrice del Pentapartito, oggi FLI rivendica alla luce del sole i contenuti di maggiore apertura e tolleranza con cui vorrebbe contaminare il centrodestra italiano. Si tratta dunque di un legittimo traguardo, che solo ad un occhio malevolo potrebbe suggerire una similitudine tra il Fini del 2010 e il Craxi-Ghino di Tacco che negli anni Ottanta avocava per sé una rendita di posizione alla quale tutti gli alleati di governo avrebbero dovuto pagare pegno.
Eppure la legittimità della sfida finiana deve fare i conti con l’ambiguità della richiesta di un “Berlusconi bis”, venuta dallo stesso Fini a Perugia. Perché la violenza della sua critica al berlusconismo, tutta incentrata sui contenuti del liberalismo europeo, mal si concilia con l’auspicio che lo stesso Berlusconi possa essere il timoniere di quell’innovazione politica del centrodestra italiano che sotto la sua guida poteva essere ma che evidentemente non è stata. Se n’è accorto, tra gli altri, un osservatore esterno mai prevenuto sui fatti di casa nostra: Guy Dinmore, corrispondente per il Financial Times, che nella sua cronaca del discorso di Perugia ha scritto di “un’ancora di salvezza per il Cavaliere” e della “offerta venuta da Fini a Berlusconi per un’uscita dalla crisi politica, con la proposta di un suo ritorno alla guida del governo sulla base di una coalizione rinnovata e di un nuovo programma”.
Gianfranco Fini avrà i suoi buoni motivi politici per una navigazione tanto accorta e per evitare di dichiarare chiusa la stagione berlusconiana una volta per tutte, con le conseguenze del caso. Eppure è forte la sensazione che in questa scelta vi sia anche la percezione di avere di fronte a sé un tempo politico infinito, come pensavano i protagonisti del maggio 1989 prima del diluvio che avrebbe chiuso la prima repubblica. Uno di questi, Gianni De Michelis, presentando qualche giorno fa il bel libro di Marco Gervasoni “Storia d’Italia negli anni Ottanta” ha spiegato che l’errore più grande del suo gruppo dirigente fu quello di “pensare di avere molto più tempo di fronte a sé”. Sono parole su cui dovrebbero meditare coloro che oggi si candidano a sostituire Berlusconi sul lungo periodo, perché non è affatto scontato che il tempo a loro disposizione sia tanto abbondante prima che gli equilibri della “seconda repubblica” collassino sotto il peso dell’immobilismo.

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permalink | inviato da Andrea Romano il 9/11/2010 alle 15:28 | Versione per la stampa

10 novembre 2009
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Gianfranco Fini, il Cavaliere e l'innovazione perduta
Gianfranco Fini ha scritto un libro rischioso. Perché compie un azzardo non da poco quel politico che cambia opinione, soprattutto se ne spiega le ragioni. E non c’è dubbio che su molti temi le opinioni del Presidente della Camera siano oggi diverse da quelle del giovane delfino di Giorgio Almirante che fu nei primi anni Ottanta, così come da quelle del fondatore di Alleanza Nazionale della metà degli anni Novanta.

Ma tra oggi e allora è accaduto qualcosa che rende questo cambiamento pienamente giustificato e che fa di questo volume qualcosa di diverso da un libro d’occasione. Non si tratta tanto della caduta del Muro di Berlino o dell’11 settembre, che pure sono utilizzati in queste pagine come architravi di argomentazione. Ciò che è davvero accaduto tra il Fini politico di oggi e il Fini politico di ieri sono gli anni che il centrodestra italiano ha trascorso al governo del paese, e su questo sfondo la trasformazione ideologica del berlusconismo. Perché il radicarsi nel corpo vivo del paese del movimento fondato da Silvio Berlusconi nel 1994 si è accompagnato in questi anni ad un cambiamento nel suo profilo ideale, che ne ha progressivamente spento i fermenti libertari e le aspirazioni di rinnovamento radicale delle origini.

E mentre il berlusconismo è diventato una versione sempre più arcitaliana del “partito piglia-tutto”, capace di raccogliere il sostegno di una varietà di gruppi di interesse sul doppio binario del rafforzamento della leadership personale e dell’indebolimento di ogni particolarità ideologica che non fosse direttamente funzionale alla navigazione sul breve periodo, i temi della libertà individuale che qualificano ovunque la destra europea sono tornati disponibili sul mercato politico italiano.

Su queste basi la critica che Fini muove a Berlusconi, pur senza nominarlo, non potrebbe essere più severa: “la sfida del nuovo e del futuro non è stata portata fino in fondo… perché la voglia di conservazione ha frenato spesso la voglia di innovazione”. La sua scommessa è dunque cogliere la nuova disponibilità del tema liberale nello spazio lasciato vuoto dal berlusconismo, per ricollegarsi direttamente all’ispirazione della destra europea. Perché “il problema della mia generazione è che … non ha dimostrato di possedere idee sufficientemente chiare sui concetti di libertà politica e di libertà economica”. Non è un’ammissione di poco conto. Né quella scommessa può essere sbrigativamente catalogata come uno “slittamento a sinistra”, come da alcuni mesi si insiste sia dentro il Partito democratico che da parte dei critici berlusconiani spesso ferocissimi che evidentemente hanno ben compreso tutto il potenziale di tale svolta.

Lo sforzo strategico di Fini è invece nel guardare ad una “società del rischio” fatta di “uomini liberi che accettano la sfida di migliorare la propria vita, consapevoli che senza rischio non ci sarebbe sfida e quindi crescita”. Così come nel distinguere tra laicismo e laicità o tra scientismo e fiducia nella scienza, per “un’etica laica” nella quale “il progresso porta ad aumentare le opportunità dell’uomo e ad accrescere le sue possibilità di scelta sulla propria vita e sul proprio futuro”.

Sono elementi di un canone liberale ed europeo che in uno scenario post-berlusconiano potrebbe conquistare il timone culturale del centrodestra italiano. Ammesso e non concesso che il futuro che attende il centrodestra italiano preveda la sua europeizzazione. Ma come al solito la prova del budino sta nel mangiarlo. E la vera sfida di Gianfranco Fini si giocherà nel passaggio da una nuova cultura politica, di cui questo libro è un solido manifesto, al conflitto politico destinato ad aprirsi per l’eredità del berlusconismo.

Gianfranco Fini Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Rizzoli, pp. 165, euro 16.00


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