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24 febbraio 2009
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In cerca del quinto uomo
C’è un quinto uomo nel futuro di questa legislatura, destinato ad affiancarsi a Fini, Berlusconi, Casini e al leader democratico che verrà. Un uomo (o una donna) di cui ancora non conosciamo il nome ma che sarà il prossimo candidato del centrosinistra per la guida del governo. Un nome necessariamente diverso da quello del Mister X a cui si affiderà il Partito democratico nel congresso di ottobre, sia egli Franceschini o Bersani o altri ancora, il quale avrà bel altro a cui pensare dovendosi occupare prima di tutto di evitare la demolizione della casa e poi di avviare il lungo percorso di costruzione della prima leadership autenticamente PD. Ma un nome che sarà diverso anche da quello di Pierferdinando Casini, che con il progetto del “Partito della Nazione” si candida ad ereditare le spoglie del bipolarismo e a svolgere un ruolo di ago della bilancia in qualsiasi futura coalizione di centrosinistra. Pur consapevole, come certamente egli è, di non disporre in proprio della capacità espansiva indispensabile a impensierire il blocco di consenso del centrodestra.

La necessità di un quinto uomo che alle prossime elezioni se la veda con Fini o Berlusconi, sostenuto dal nuovo centrosinistra di Casini e del Mister X democratico, è il risultato più chiaro del precipitare di queste ultime settimane. La breve e catastrofica gestione veltroniana ha sepolto per molti anni a venire ogni vocazione maggioritaria del PD, sostituendola con l’urgenza di salvare almeno il tetto e le fondamenta e di avviare un lavoro inevitabilmente lungo per tornare ad una vera capacità competitiva. Ma per ora si tratterà di consolidare il proprio campo culturale e ideale, senza alcuna velleità egemonica, con un riflesso di ripiegamento interno e di nuova radicalizzazione di cui già si colgono i segni nei primi passi del reggente Franceschini. Dall’altra parte il “Partito della Nazione” di Casini trova spazio e ossigeno sia nella crisi del PD che nelle scosse prodotte dalla formazione del partito unico di centrodestra, per ora niente più che un contenitore plebiscitario che lascia aperti tutti gli interrogativi propriamente politici sul dopo-Berlusconi. Non è detto poi che la crescita del progetto di Casini corrisponda alla fine del bipolarismo. Al contrario, l’emersione di una solida forza centrista potrebbe contribuire a stabilizzare il bipolarismo reale che abbiamo di fatto conosciuto di contro ad un bipolarismo onirico che nel corso di tutti questi anni non è stato capace di avvicinare la fine della transizione italiana.

In ogni caso, le prospettive della legislatura sono completamente cambiate nel giro di poche settimane. Ed è prevedibile che già nei prossimi mesi l’attenzione di tutta la politica, e non solo del centrosinistra, si concentri sulla ricerca di quell’ormai inevitabile figura. Ancor prima della giostra dei nomi, la domanda da farsi riguarda la tradizione politica di cui il prossimo candidato sarà espressione. Magari per rispondere che nessuna tradizione sembra oggi in grado di produrre autonomamente una figura adeguata al compito. Quella post-comunista versa nelle condizioni che sappiamo, almeno ai suoi piani alti, avendo logorato uno dopo l’altro i suoi esponenti di punta nel tritacarne del familismo ed essendosi rivelata incapace di far crescere una nuova generazione con i meccanismi della competizione politica che vigevano nella scuola ben più responsabile del PCI. Rimane Bersani, è vero. Il quale tuttavia, ben che vada, potrà solo evitare che si sfasci tutto per mettere in pista una nuova classe dirigente che avrà bisogno di tempo e spazio per crescere a sufficienza. La tradizione della sinistra democristiana, poi, è ben lontana dalla forza politica e intellettuale che la mise in condizione di esprimere un Romano Prodi ormai più di dieci anni fa. Oggi il suo prodotto è Franceschini, domani sperabilmente potrebbe essere Enrico Letta. In ogni caso figure che al momento non possono aspirare ad insidiare il blocco di consenso del centrodestra.

Il punto allora è esattamente questo, nell’attesa inevitabilmente lunga che il PD produca una leadership potenzialmente egemonica: quale figura può disporre di capacità sufficiente a scalfire, oggi e non domani, il campo avverso nei suoi insediamenti simbolici prima ancora che elettorali? Quella capacità che il PD veltroniano non ha minimamente dimostrato in aprile, pescando ben pochi voti oltre frontiera e limitandosi a cannibalizzare l’estrema sinistra. Quella capacità che potrebbe invece essere espressa da una figura in grado di incarnare il centrismo progressista che in tutta Europa ha accompagnato il centrosinistra al governo nell’ultimo ventennio. Traduciamo come vogliamo le espressioni Left of Centre o Neue Mitte, basta intendersi su quello che manca a tutte gli odierni protagonisti del campo antiberlusconiano: la forza di essere riformisti ma non moderati, centristi ma non bipartisan, consensuali ma non neutrali. Tutte qualità che le tradizioni politiche che conosciamo non sono in grado di esprimere oggi, ma che certamente corrispondono ad un volto che attende di essere individuato. L’identikit è forse grossolano, ma si accettano scommesse sul fatto che di qui a sei mesi discuteremo di nomi con queste caratteristiche.



20 dicembre 2008
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Come se niente fosse

L’unico intervento che avrebbe dato un senso alla Direzione del PD è venuto da chi a quella riunione non era nemmeno presente. “Pavento che gli attacchi al PD possano essere una forma di intimidazione sui temi della giustizia, ci troviamo di fronte ad un potere impazzito: la giustizia in Italia è malata”. Lo ha detto Pierferdinando Casini, ma sono le parole che avremmo voluto ascoltare da un qualunque esponente di punta del PD. Perché senza la proposta di una coraggiosa riforma della giustizia quella che avrebbe dovuto essere l’ora della verità è stato solo l’ennesimo momento del “come se niente fosse”. Alla fine tutti contenti di aver svoltato la giornata dopo aver lanciato o incassato qualche rimbrotto, in attesa della prossima crisi e verso una fumosa “innovazione” che dovrebbe essere guidata da chi gode già da più di un anno dei pieni poteri sulla linea politica e sui gruppi parlamentari del PD.

Proprio sulla giustizia Veltroni è stato particolarmente laconico (“Quello che sta accadendo con le inchieste della magistratura sulla politica non fa cambiare la nostra posizione, né in un senso né nell’altro”) con l’aggiunta di qualche tocco di colore che non fa mai male. Saviano che educherà i giovani quadri alla legalità, i magistrati che dovrebbero ricordarsi meglio delle implicazioni mediatiche degli arresti, l’inevitabile rivendicazione del proprio rigore morale. E con questo possiamo archiviare qualsiasi serio tentativo di comprendere il meccanismo della cannibalizzazione dipietrista, così come la possibilità di avviare in questa stagione una riforma della giustizia condivisa con il centrodestra.

Perché il dipietrismo avanza nel corpo vivo del PD non solo per i tanti errori di manovra del pilota o per gli effetti sempre più nefasti dell’alleanza elettorale siglata in aprile. Avanza perché il PD di Veltroni non ha ancora sciolto (né si appresta a farlo) il nodo della fonte di legittimità extrapolitica a cui pretende di alimentarsi, che è poi la stessa alla quale attinge molto più vigorosamente l’Italia dei Valori. Quella fonte racconta di un paese in grande maggioranza corrotto nelle sue fondamenta morali e antropologiche, una nazione perduta di cui Berlusconi sarebbe l’espressione più lineare e disinibita e il PD l’eroica diga di contenimento. È la lettura della nazione che proviene direttamente dal grande trauma del 1992 e che continua a definire i due fronti politici italiani, schierati sulle sponde opposte del fiume di attivismo politico della magistratura. Ma se in questi anni il centrosinistra italiano aveva qua e là tentato di allontanarsi da quella sponda, il ritorno del veltronismo ha rapidamente ripristinato l’egemonia del giustizialismo nella cultura politica del PD.

Il che non significa che Veltroni o gli altri dirigenti del PD siano personalmente convinti dell’efficacia politica del giustizialismo o della normalità del potere giudiziario così come si è concretamente definito in Italia. Al contrario, ora che il fiato delle Procure si fa sentire anche su quel collo sta probabilmente aumentando l’insofferenza di molti verso il protagonismo della magistratura. Ma è appunto un’insofferenza personale, spesso mescolata al legittimo timore di essere colpiti nella reputazione personale da una leggerezza giudiziaria o da una svista in una qualunque intercettazione. È un sentimento che non riesce a farsi politico perché non può rompere il tetto di vetro dei rapporti tra rappresentanza democratica e magistratura così furono definiti ormai quindici anni fa e come sono stati poi assunti senza mediazioni dalla componente maggioritaria del centrosinistra.

Paradossalmente l’occasione per rompere quel tetto sarebbe proprio oggi, quando incombe il rischio di un collasso per via giudiziaria del fragilissimo ibrido del PD. Sarebbe, ma non sarà. Perché la leadership veltroniana è anche in questo un ritorno all’antico, con l’aggravante di un centrodestra incapace di varare una riforma della giustizia che non sia essenzialmente una resa dei conti berlusconiana. Con quel tetto di vetro dovremo allora convivere, anch’esso elemento immobile di un orizzonte che cambierà solo con il tramonto dei suoi protagonisti.


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