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2 gennaio 2011
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Le tre ondate e il doppio registro della Lega
Anche se poco o niente sembra cambiare sulla superficie della politica italiana, con un piccolo gruppo di protagonisti che tiene tenacemente la scena dalla metà degli anni Novanta, il mutamento in realtà scava e trasforma. Persino dentro quei partiti che appaiono più stabili di altri, perché hanno saputo resistere alla pulsione che ha cambiato di continuo nomi e sigle di quasi tutte le organizzazioni politiche o perché hanno conservato un nucleo ideologico forte e riconoscibile. È il caso della Lega, ormai il partito più antico tra quelli rappresentati in Parlamento. E insieme quello che esibisce la coerenza più granitica rispetto ai concorrenti, ai quali imputa piroette e opportunismi dai quali sarebbe invece del tutto immune. In realtà anche il Carroccio ha cambiato più volte profilo e strategia, come ben racconta Roberto Biorcio in una monografia appena pubblicata da Laterza (“La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo”, pp.177, euro 18,00). Un libro particolarmente utile, in una linea di ricerca che ha già visto l’autore indagare i contorni del leghismo, perché storicizza la parabola ormai più che ventennale del partito di Bossi e aiuta il lettore ad orientarsi in una letteratura abbondante.
La trasformazione dell’offerta politica della Lega, spiega Biorcio, è avvenuta nella successione di “tre ondate”. La prima, dai primi anni Ottanta sino al trionfo nel voto politico del 1992, si è svolta con il passaggio dal regionalismo “semplice” e fino ad allora frammentato in vari localismi alla protesta unitaria contro la partitocrazia romana. Fu quello il primo e più autentico capolavoro tattico realizzato da Umberto Bossi, con il quale la Lega Lombarda ottiene in un colpo solo di imporsi sulle altre leghe regionali e di intercettare il crollo della prima repubblica: il Carroccio riesce così ad offrire “ad ampi settori dell’elettorato la possibilità di esprimere istanze ed esigenze diverse, anche parzialmente contraddittorie, e ad attrarre elettori provenienti da tutti i settori dello schieramento politico”. La seconda ondata, successiva all’alleanza del 1994 con Forza Italia e alla sua rapida rottura, vede la Lega affacciarsi al potere nazionale per poi ritirarsene sotto la minaccia del saccheggio del proprio capitale elettorale per mano del berlusconismo nascente. Fu questa la fase più difficile nella vicenda leghista, segnata dopo il 1996 dalla drastica riduzione dei consensi e da una nuova strategia politica fondata sull’invenzione della “Nazione Padana”. Una strategia diretta contro il bipolarismo destra-sinistra e riempita dei contenuti dell’indipendentismo sul piano interno e dell’antiglobalismo su quello internazionale, mentre il Carroccio pagava il prezzo di un isolamento dal quale sarebbe uscito solo tornando ad allearsi nel 2001 con Silvio Berlusconi. È qui l’avvio della terza e ultima ondata della vicenda leghista, di cui le cronache di queste settimane sono parte, nel corso della quale il partito di Bossi abbandona il traguardo della secessione e torna a crescere nelle urne come componente fondamentale della coalizione di centrodestra e come imprenditore politico dei temi del federalismo e della reazione all’immigrazione.
Fasi diverse di una storia politica attraversata da poche costanti, tra cui Biorcio identifica con precisione quella del rapporto con Silvio Berlusconi. Ovvero con colui che è stato al contempo “concorrente per la conquista dell’elettorato del Nord” e “risorsa strategica decisiva per consentire al partito di Bossi l’accesso a posizioni di potere politico a livello sia locale che nazionale”. E proprio su questo punto è inevitabile domandarsi cosa sarà della Lega e del suo capitale elettorale dopo la conclusione del ciclo berlusconiano. Perché se è ormai senso comune ipotizzare che l’insediamento leghista riuscirà a sopravvivere integro o persino più forte nel centrodestra post-berlusconiano, la lettura di Biorcio spinge invece a nutrire più di un dubbio sulla tenuta di una forza politica che ha cambiato più volte rotta e strategia secondo le opportunità e il vento del momento. Un partito che negli ultimi anni è cresciuto anche per effetto dell’esperimento fallito del Popolo della Libertà, ma che nel frattempo continua a giocare il doppio registro della critica alla politica romana mentre delle scelte di quella stessa politica è ormai da molti anni corresponsabile. Un registro doppio e scivoloso, che non è scontato possa essere percorso ancora a lungo senza pagare alcun prezzo elettorale.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 2/1/2011 alle 15:52 | Versione per la stampa

29 luglio 2010
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Se la Lega ha paura di morire democristiana
Il copione politico di questi giorni è dominato da un solo argomento (le tensioni tra Fini e Berlusconi) e prevede una sola domanda: quando si consumerà la rottura definitiva tra i fondatori del PDL? Esiste tuttavia la possibilità, non solo teorica, che il confuso spettacolo di questa legislatura si concluda con il botto di un finale a sorpresa. Ovvero che sia la Lega di Bossi a decidere di staccare la spina ad un governo dove è entrata da vincitrice ma nel quale non si è mai sentita davvero a casa propria.

Ci si dimentica troppo spesso, infatti, che tra tutte le forze politiche presenti oggi in Parlamento la Lega è l’unico partito a poter vantare la qualifica di “ordine militante”. Non già un “partito pigliatutto” come gli altri, quindi, che in un verso o nell’altro hanno tutti stemperato la vocazione originaria per inseguire una rappresentanza la più ampia possibile di profili sociali e identità culturali. A differenza del PD o del PDL, ma anche dell’UDC o dell’Italia dei Valori, la Lega non ha mai perso di vista la propria missione storica: conquistare la rappresentanza del Nord per la gente del Nord, attraverso la via politicamente più efficace. Qualche giorno fa ce lo ha ricordato Roberto Maroni, che nel partito di Bossi conserva il ruolo di architetto delle strategie. “La Lega – ha detto il ministro degli interni – è l’unico partito italiano che si ispira a Lenin: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. È sembrata la battuta sentimentale dell’ex militante di Democrazia Proletaria che Maroni fu in gioventù, ma era in realtà la rivendicazione della centralità del “progetto” intorno al quale il gruppo dirigente leghista si è formato ed è cresciuto.

Sul lungo periodo quel progetto rimane non negoziabile, come le convinzioni più profonde che sorreggono un qualsiasi gruppo militante, ed è su questo che potrebbe infrangersi la stabilità del governo Berlusconi. Quel progetto e quelle convinzioni possono infatti coesistere con la difficile navigazione dell’esecutivo solo a patto che l’obiettivo del federalismo non sia messo in discussione. Ma la crisi del disegno federalista, almeno in questa legislatura, è già nei fatti anche se non ancora in evidenza nell’agenda politica. Così come è ben visibile la trasformazione del profilo pubblico di Giulio Tremonti, che da principale garante dell’asse Lega-Berlusconi si è trasformato nel candidato numero uno a guidare un “governo tecnico” che possa far conto anche sul sostegno del Partito democratico.

Non è poi da sottovalutare il logoramento che sugli elettori leghisti sta esercitando, ormai quotidianamente, il ritorno della “grande narrazione del malaffare”. È difficile immaginare che un elettorato come quello della Lega, già di per sé distante da sensibilità garantiste e che negli anni ha digerito l’alleanza con il Cavaliere consolandosi con la leggenda di una diversità antropologica dai “berluscones”, possa convivere ancora a lungo con i maneggi che ci restituiscono le cronache di questi giorni. Si dirà che tra le sensibilità degli elettori e le scelte dei gruppi dirigenti corre l’enorme spazio delle interpretazioni, delle scelte tattiche e delle opportunità. Ma questo è solo parzialmente vero nel caso della Lega, che del legame con il territorio continua a fare un punto di forza e che molto più di altri partiti vive dei sentimenti e dellelamentele di militanti ed elettori.

Per tutti questi motivi è difficile immaginare che la Lega si predisponga ad una navigazione di tipo democristiano in questa seconda parte di legislatura, scegliendo quindi di incassare il poco disponibile e rimandando ad una prossima e lontana puntata la realizzazione dell’obiettivo storico del federalismo. Proprio perché quell’obiettivo non è mai stato tanto vicino come in questi anni, la sua archiviazione di fatto potrebbe indurre il partito di Bossi a giocare la scommessa della vita: decidere autonomamente la fine del governo, purificarsi dalle intossicazioni e tornare al voto per guadagnare il massimo risultato possibile dalla crisi del PdL. Sarebbe un altro modo, e forse il più efficace nella stagione politica che sta vivendo l’Italia, per restituire senso alla missione storica dell’”ordine militante” leghista.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 29/7/2010 alle 11:36 | Versione per la stampa

22 giugno 2010
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Senza la lotta, che Lega rimane?
C’era una volta un partito che si diceva di lotta e di governo. C’è oggi un partito che governa l’Italia e che si dice comunque pronto alla secessione, nel caso in cui le cose non si mettessero per il verso giusto. Quel partito è la Lega, che domenica ha celebrato i vent’anni del primo raduno di Pontida mostrando tutti i segni della propria crisi politica. Perché di crisi si tratta, se guardiamo al ritorno della parola d’ordine della secessione, e non certo dell’ennesima voce folkloristica fuggita dal seno di un qualunque esponente di punta del movimento.

L’annuncio di Roberto Castelli (“Se non verrà il federalismo ci potrà essere solo la secessione”) e l’entusiasmo che in risposta è venuto dal pratone di Pontida ci raccontano i tormenti di un partito che è entrato da vincitore in questa legislatura, che sinora ha visto crescere il proprio capitale di consensi e trofei ma che paradossalmente potrebbe decidere di mettere in crisi la maggioranza per manifesta incapacità di ottenere il federalismo. Quel federalismo che è poi l’unico risultato che davvero conta agli occhi sia dell’elettorato leghista sia di una vasta schiera di quadri dirigenti che non ha mai smarrito la propria ragion d’essere più profonda. Le due componenti, una di popolo e l’altra di amministrazione, del partito che finora ha rappresentato il puntello più solido del governo Berlusconi ma che da domani potrebbe diventarne l’ennesima ragione di debolezza.

La sensazione che si ricava dal raduno di Pontida, oltre all’imbarazzo di avere ascoltato esponenti delle istituzioni che predicano la frantumazione della Repubblica di cui a tutt’oggi sono ministri o viceministri, è che la Lega stia cominciando a mettere le mani avanti. Perché se “non verrà il federalismo” al partito di Bossi non rimarrà molto da fare se non prepararsi al voto, per evitare di perdere buona parte del potenziale accumulato in quest’ultimo e fortunato biennio. Quel che colpisce, leggendo il messaggio che viene da Bossi e dal suo gruppo dirigente, è che l’armamentario politico e simbolico a cui ricorrerebbe la Lega in caso di voto anticipato è ancora una volta quello tradizionale a cui siamo stati abituati dalla metà degli anni Novanta in avanti. E dunque la retorica della secessione, di “Roma ladrona”, dei “milioni di padani pronti a battersi” anche se ancora una volta senza fucile (bontà loro). Con l’aggiunta di qualche tocco di anticapitalismo virato nei più familiari toni antimeridionali, come nella dura polemica di Calderoli contro la Indesit e i suoi progetti di delocalizzazione verso il Sud Italia degli stabilimenti di Pontida e del Veneto.

Non c’è invece alcuna traccia dei contenuti più originali che la Lega potrebbe legittimamente vantare, guardando a ciò che di buono ha saputo rappresentare sulla scena politica italiana degli ultimi anni. Nessuna rivendicazione della sua capacità di rinnovare e ringiovanire la classe degli amministratori locali, spesso assai meglio di quanto è stato fatto da altri partiti e con una presenza molto maggiore di donne. Nessun cenno alla sua abilità nel testimoniare un tratto radicalmente democratico di collegamento e rappresentanza tra eletti ed elettori, tanto nella militanza quanto nei suoi amministratori locali. In sostanza, nessuna traccia della Lega più vitale e un grande sfoggio del leghismo più tradizionale.

La circostanza non è comprensibile solo con la tendenza di ogni partito a rassicurare il proprio elettorato nelle fasi di maggiore responsabilità o con il ricorso alla mozione degli affetti come antidoto allo smarrimento identitario. C’è anche un’evidente resistenza della Lega ad accettare la propria trasformazione in partito democratico e di governo, quale è diventata soprattutto negli ultimi anni, di contro alla forza con cui sopravvive il nocciolo duro della sua missione ideologica. La crisi del partito di Bossi è tutta qui, nella tentazione di riscoprirsi un movimento di rottura costretto a rovesciare il tavolo a cui ci si è seduti con tanto successo. Con una risposta che ancora una volta potrebbe essere trovata nello slogan “meglio perdere che perdersi”, come nella storia del radicalismo italiano è accaduto ad altri partiti che hanno scelto l’identità prima della responsabilità.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 22/6/2010 alle 11:23 | Versione per la stampa

6 febbraio 2009
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Maroni e gli autogol del cattivismo

La misura dell’autolesionismo leghista è tutta nella nuova norma fatta approvare ieri al Senato. Una norma da stato di polizia, che insulta la dignità dei medici italiani e introduce una clamorosa disparità di diritti nell’accesso al bene primario della salute. Ma soprattutto una norma inutile. Che nella migliore delle ipotesi non produrrà alcun effetto di contenimento sull’immigrazione clandestina ma che nel peggiore (e più probabile) degli scenari nasconderà sotto il tappeto un buon numero di patologie ormai di massa, sottraendole al servizio sanitario nazionale e mettendo a rischio la salute di chiunque si trovi a vivere in Italia.

Il cattivismo produce dunque un altro autogol. E lo fa per la stessa ragione di sempre: il voler rispondere alla nostra percezione di insicurezza con provvedimenti essenzialmente dimostrativi, di nessuna rilevanza reale sui fenomeni criminali ma di forte impatto propagandistico su quelle che si considerano le attese del proprio elettorato. Ma la vittoria della volontà di dimostrazione sulla capacità di repressione è poco lungimirante, nasconde i problemi invece di risolverli e crea nell’opinione pubblica aspettative di rassicurazione totale che nessun governo (per quanto cattivista) può seriamente garantire.

È una trappola nella quale il centrodestra si è messo con le proprie mani, avendo scelto di declinare i temi della sicurezza nel linguaggio dell’emergenza ideologica piuttosto che in quello della ricerca dell’efficacia. Il rischio è grande soprattutto per la Lega, la cui più recente crescita elettorale è dovuta agli effetti di buona amministrazione nelle aree in cui è da anni forza di governo locale e non certo al volume della sua retorica etnica e sicuritaria. E se questi ultimi provvedimenti di governo ispirati dal suo risveglio propagandistico non produrranno effetti tangibili, com’è del tutto probabile, la credibilità politica di un partito che è ormai molto lontano dalla sua prima versione chiassosa e sovversiva rischia di uscirne frantumata. Perché se la Lega è cambiata, ancor di più è cambiato il suo elettorato. Che oggi chiede risultati molto più che identità. Ed è meno disposto del passato a tollerare, ad esempio, che una norma di puro senso dimostrativo come quella sui medici delatori si traduca nell’emergenza sanitaria paventata ieri con molto realismo dal governatore del Veneto Galan.

D’altra parte le difficoltà politiche in cui si dibatte la Lega sono evidenti già a livello parlamentare, se solo facciamo un passo indietro e ricordiamo che il giorno prima Maroni era stato clamorosamente battuto dalla propria maggioranza sui “Centri di identificazione ed espulsione”. Segno che il nuovo cattivismo leghista comincia ad essere temuto da consistenti settori del centrodestra, come una strada senza uscita che può forse servire al gruppo dirigente di Bossi e Maroni per resistere ai rischi di omologazione berlusconiana ma di certo non promette niente di buono per i risultati di governo. Resta da vedere se questo duello tutto interno alla maggioranza produrrà effetti deleteri sulla nostra qualità della vita, com’è il caso di quest’ultima norma, o se potrà essere ricondotto entro i confini di una ragionevole disputa politica.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 6/2/2009 alle 11:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa

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