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6 febbraio 2011
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Cameron chiude l'era multiculturale e rilancia
Impantanati come siamo in un dibattito pubblico non proprio edificante, rischiamo di dimenticare che fuori dai confini italiani si continua a discutere dei temi che definiscono il profilo delle nostre comunità civili di fronte ai mutamenti globali. È quanto ci ricorda il discorso tenuto ieri a Monaco di Baviera da David Cameron. Una riflessione solo formalmente dedicata alla minaccia del terrorismo, ma in realtà un passo politico molto impegnativo sui diritti e i doveri di coloro che condividono le istituzioni di una società aperta. E insieme l’annuncio del possibile ritorno di Londra ad una fase di forte attivismo democratico in campo internazionale.
Sarebbe facile riconoscere nelle affermazioni di Cameron contro “l’ideologia dell’estremismo islamico” e a favore di “un più attivo liberalismo muscolare” l’eco delle parole usate subito dopo l’11 settembre da Tony Blair. Facile ma inevitabile, soprattutto se ricordiamo con quanto impegno Cameron ha voluto distanziarsi dal predecessore soprattutto sui temi della politica estera e del contenimento del fondamentalismo. Nel suo percorso verso Downing Street il giovane leader conservatore ha insistito a più riprese sulla necessità di adottare in campo internazionale un approccio finalmente pragmatico, e dunque libero dal peso e dai condizionamenti dell’interventismo morale che il New Labour aveva impresso (secondo i suoi critici) alla politica estera di Londra. Così come lo stesso Cameron ha spesso offerto una lettura ottimistica, quasi irenica, della capacità della società britannica di accogliere e valorizzare al proprio interno le diverse identità etniche e religiose: “Siamo così fortunati, noi britannici, a poter professare le nostre diverse fedi religiose in pace, armonia e tolleranza. Poche nazioni sono più attrezzate a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isole in una comune identità civile”. Sono parole del 2006, Cameron era ancora lontano dalle responsabilità di governo e in quell’occasione il suo interlocutore era l’induista Morari Bapu, eppure la distanza tra quelle parole e il discorso di Monaco non potrebbe essere più evidente. Ma se è vero che l’esperienza di governo indurisce anche gli animi più teneri, il mutamento di rotta impresso da Cameron non ha a che fare solo con le asprezze quotidiane di Downing Street. C’è anche la presa d’atto della persistenza di un’agenda politica che non era stata inventata né da Blair né da Bush e che dunque non è tramontata con l’uscita di scena dei protagonisti della fase più drammatica della vicenda irachena. Un’agenda di “diritti umani universali”, secondo la definizione dello stesso Cameron, che confligge con le fascinazioni perbeniste del relativismo e che il Primo Ministro britannico ha affidato ieri a quattro domande con cui verificare la compatibilità democratica di qualsiasi organizzazione a sfondo religioso che voglia operare in Gran Bretagna: “Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per coloro che professano religioni diverse? Credono nell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano l’integrazione o il separatismo?”.
Un test innocuo solo all’apparenza, che non sarà semplice tradurre nella griglia normativa che in Gran Bretagna disciplina l’accesso delle organizzazioni non governative al sostegno pubblico. Ma è chiaro che la partita che Cameron ha deciso di giocare va oltre quest’angolo, guardando anche al ruolo che Londra può svolgere in un quadro mediorientale che torna a muoversi. Perché se in questi mesi la svolta pragmatica impressa alla politica estera britannica aveva fatto immaginare (o temere) un suo profilo più defilato nel mondo, Cameron ha scelto di tornare all’attivismo internazionale scommettendo sulle carte della democrazia e dei diritti universali. Un messaggio inequivocabile rivolto tanto alla società britannica quanto  alle piazze e ai prossimi governanti di Tunisi e del Cairo, ma soprattutto una promessa che in queste settimane nessun altro leader europeo si era sentito di assumere con tanta chiarezza.


2 settembre 2010
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Tony Blair e i Duran Duran
Forse è tutta colpa dei Duran Duran se Tony Blair ha finito per essere l’emblema della rivoluzione culturale che nel corso degli ultimi vent’anni ha diviso e trasformato la sinistra occidentale. Come ricorda uno dei passaggi più curiosi delle sue memorie, sul finire degli anni Ottanta il futuro primo ministro britannico si trovò a commentare una campagna filo-laburista organizzata da un collettivo di musicisti capitanati da Paul Weller (il geniale creatore dei Jam e degli Style Council) e dal rocker militante Billy Bragg. Tutto molto bello e sofisticato, disse l’allora trentenne Blair, ma “dovremmo cercare di raggiungere anche quella fetta di pubblico che ascolta i Duran Duran o Madonna”.
La battuta può far sorridere, anche se all’epoca contrariò non poco gli animatori del Red Wedge (“Il cuneo rosso” dei musicisti anti-thatcheriani), ma ancora oggi racconta per intero l’aspirazione populista e democratica che ha animato la parabola biografica di questo strano personaggio. Strano perché arrivato tardi alla politica, che non aveva mai frequentato negli anni dell’università e che scelse solo dopo aver avviato una normale carriera da avvocato. Ma strano soprattutto perché è arrivato a guidare il Labour perseguendo una meticolosa strategia di demolizione dei capisaldi di quel partito, almeno nella forma che avevano assunto nel corso degli anni Ottanta. La bussola di questa strategia è stata la ricerca di una nuova connessione con la “gente normale”. Il tentativo di ricostruire quel legame con i desideri e le aspirazioni dei cittadini comuni che la sinistra aveva certamente avuto nel suo bagaglio di partenza (perché “la sua finalità è stata sempre di occuparsi dell’individuo, aiutare il singolo a ottenere prospettive e opportunità migliori, permettergli di superare le limitazioni imposte dalla povertà”), ma che dinanzi alla sfida culturale del neoconservatorismo reaganiano e thatcheriano era stato sepolto sotto il tappeto della “correttezza politica” e dell’estremismo minoritario.
Il Blair politico è nato dal tentativo di comprendere perché, sul finire degli anni Ottanta, quella “gente comune” votasse compattamente a destra. Non perché fosse “stupida o confusa”, secondo la spiegazione d’ordinanza che egli ricorda di aver ascoltato negli ambienti laburisti, ma perché non trovava più a sinistra le parole che riconoscessero legittimità alle aspirazioni di sicurezza, benessere, opportunità e mobilità sociale. Da qui la sua pressione per spostare il Labour in un’altra direzione. Non tanto verso destra, secondo l’antica caricatura del “Blair thatcheriano”, ma verso il ritorno alle origini di un movimento laburista che era nato fuori dalle ideologie e dentro la rappresentazione pragmatica di bisogni popolari e democratici. E dunque i nuovi approcci sui temi della piccola criminalità (fenomeno devastante per la qualità di vita dei ceti più bassi ma normalmente trascurato dalla sinistra tradizionale), dell’ampliamento della facoltà di scelta nei servizi pubblici e nelle politiche educative che la prima parte della sua autobiografia racconta con abbondanza di enfasi e dettagli. Fino alla conquista della leadership di partito nel 1994 e al trionfo elettorale della primavera 1997, il momento più promettente di quella che allora sembrava “una storia d’amore” tra il giovane leader e una nazione perdutamente sedotta: “Tutto sembrava irreale perché era irreale. Era naturale pensare che insieme saremmo divenuti una forza inarrestabile. In realtà si trattava di un reciproco inganno, seppure fosse un raggiro inconsapevole e non dettato dalla malafede ma dalla speranza che i futuri successi non avrebbero comportato scelte dure e drastiche”.
Inevitabile l’arrivo del momento delle “scelte dure e drastiche”, che la seconda parte delle memorie racconta con un passo che non sceglie mai l’autocritica ma pratica largamente il tono del tormento individuale rispetto alle conseguenze delle decisioni. È un tono familiare per un personaggio che fin dai suoi primi passi nel partito ha intrecciato fede religiosa e militanza politica, ma non di meno colpisce leggere che “i miei rimorsi non servono a riportare in vita chi è morto … posso solo sperare di redimere in parte la tragedia di quelle morti con le azioni di una vita”. Sono parole che colpiscono molto di più di ogni retroscena su Gordon Brown o sugli altri leader che Blair ha incontrato nel corso del suo “Viaggio”, e anche al di là delle nostre diverse opinioni sul Kosovo o sull’Iraq. Perché vi si legge come la consapevolezza della dimensione tragica della politica possa convivere, almeno nei casi di leadership destinata a passare alla storia com’è certamente quello di Tony Blair, con la convinzione di avere agito “secondo i propri convincimenti morali e secondo gli interessi della propria nazione”.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 2/9/2010 alle 19:30 | Versione per la stampa

18 luglio 2010
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Peter Mandelson, lo special one
Chiunque coltivi una passione per la politica, o anche solo un interesse per le arti del consenso democratico, dovrebbe ammirare Peter Mandelson. Al contrario, mentono sapendo di mentire coloro che ostentano disprezzo per il suo magistero. Soprattutto se hanno a che fare con un mestiere politico. Perché non c’è leader politico, piccolo o grande, che non vorrebbe avere un Mandelson al suo fianco. Un personaggio capace di inventarsi la coppia Blair-Brown quando il partito laburista era al fondo di una depressione senza uscita, Margaret Thatcher macinava successi e la sinistra britannica era prigioniera di una spirale autodistruttiva, scommettendo su due futuri primi ministri che all’epoca non erano che giovani matricole parlamentari. Uno stratega mediatico che ha capito prima degli altri, e soprattutto degli altri progressisti europei, l’importanza che una comunicazione efficace riveste per qualsiasi proposta o leadership politica. Ma anche un militante coraggioso che non si è fermato alla superficie comunicativa, investendo sui contenuti e sull’innovazione della proposta laburista. Il rumore provocato dal suo libro di memorie, “The Third Man”, non si spiega solo con i contenuti abrasivi delle rivelazioni su Blair, Brown e su molti passaggi fondamentali dei tredici anni di governo laburista ma soprattutto con il significato che nel corso degli anni ha accumulato questa celeberrima figura di advisor politico. Una figura neanche troppo originale, se guardata con attenzione, perché nel suo profilo ritroviamo l’incarnazione contemporanea dell’eterno consigliere del principe. Con l’aggiunta di una tendenza all’esposizione in prima persona che lo ha reso tre volte ministro e due volte dimissionario, ma ogni volta capace di tornare sulla scena con maggiore influenza e visibilità.

Eppure la parte più interessante della vita di Mandelson è quella che precede la sua notorietà, quando muove i primi passi nel partito da figlio d’arte della tradizione laburista (suo nonno materno fu Herbert Morrison, tra i principali ministri del governo Attlee). In verità da quel partito il giovane Mandelson era brevemente fuggito nei primi anni Ottanta, deluso dalla china estremistica assunta dal Labour dopo la vittoria della Thatcher e deciso a cimentarsi con un lavoro “normale” nel mondo televisivo. L’esperienza da produttore presso il canale privato London Weekend Television fu breve ma utilissima al suo ritorno nei ranghi del Labour, dove nel 1985 viene reclutato da Neil Kinnock con la funzione di “direttore della comunicazione”. Una carica che nascondeva un vuoto di strategie, visioni e persino risorse come ha raccontato lo stesso Mandelson rievocando i suoi primi giorni da “comunicatore” laburista: “L’atmosfera era deprimente e mi trovavo ogni giorno a sbattere la testa contro la più compatta incomprensione di quello che dicevo, mentre ciò che nel mondo reale era naturale e scontato suonava strano e persino minaccioso per la cultura del partito laburista … Gli strumenti di cui disponevo all’epoca consistevano di una sedia traballante, un tavolo a cui mancava una gamba, una pianta d’edera in agonia e un telefono in puro stile Seconda Guerra Mondiale”. Da lì Mandelson si sarebbe mosso velocemente, dando nuova definizione all’immagine del partito già per le elezioni del 1987. E soprattutto investendo su Gordon Brown e Tony Blair, la coppia di giovani parlamentari che meglio di altri avrebbe incarnato la modernizzazione della proposta laburista. Lo avrebbe fatto utilizzando strumenti oggi di uso comune, come i focus group e la gestione spregiudicata dei retroscena giornalistici, ma sempre guardando alla sostanza di una strategia politica volta a consolidare la più lunga stagione di governo progressista della Gran Bretagna.

C’è infine un’altra ragione per guardare con ammirazione all’ennesimo passo dello “spin doctor number one”. Ovvero il confronto tra la franchezza con cui queste sue memorie descrivono la battaglia quotidiana di idee e personalità che alimenta qualsiasi strategia politica e la patetica dissimulazione con cui i politici italiani si applicano ai propri libri. Se a Londra Mandelson racconta la carne e il sangue di tredici anni di governo laburista, in Italia siamo alle prese tra gli altri con i Veltroni che si travestono da romanzieri o con i Tremonti che si presentano come filosofi della storia. Non c’è poi troppo da sorprendersi della differenza nei risultati dei due sistemi politici.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 18/7/2010 alle 18:19 | Versione per la stampa

5 maggio 2010
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Il New Tory Cameron è figlio di Blair
Per uno di quei paradossi di cui vive la storia politica, prima di trasformarsi nella più clamorosa storia di successo della sinistra contemporanea il Labour Party aveva rappresentato per larga parte del Ventesimo secolo la pecora nera del socialismo europeo. È vero che subito dopo la seconda guerra mondiale era stato proprio un governo laburista a porre le basi di un solido e duraturo sistema di welfare, gestendo la fine dell’impero britannico e contribuendo a definire l’architettura di sicurezza euroatlantica, ma è anche vero che dagli anni Cinquanta in avanti quel partito aveva governato poco e male. E mentre le socialdemocrazie nordiche e poi i socialismi mediterranei macinavano successi e definivano nuovi paradigmi culturali, il Labour aveva finito per rappresentare l’emblema del settarismo inconcludente e ripiegato su se stesso. Soprattutto di fronte alla potenza trasformativa dell’era Thatcher.

Il New Labour ha capovolto questo schema in patria e all’estero, diventando fin dalla metà degli anni Novanta il termine di paragone inevitabile per qualsiasi disegno progressista europeo. In positivo o in negativo, la vicenda laburista più recente ha definito uno standard al quale nessun’altra sinistra europea ha potuto sottrarsi anche quando lo ha fortemente voluto. Se questo è accaduto non lo si deve né ai segreti del mestiere comunicativo di Tony Blair né a qualche misteriosa macchinazione del circuito internazionale dell’informazione, ma ad una ragione molto più banale. Ovvero alla capacità di quel partito di governare per un lungo periodo di tempo una delle nazioni più avanzate del pianeta, realizzando un programma politico progressista adeguato ai tempi della globalizzazione.

Tradotto in uno slogan peraltro entrato ormai da anni nel lessico della sinistra europea, si è trattato di conciliare la coesione sociale con la crescita economica o la creazione di ricchezza con la sua redistribuzione. In termini più concreti, è accaduto ad esempio che nell’arco di un decennio il governo laburista abbia più che raddoppiato gli stanziamenti per l’educazione prescolastica (passati da 2 a 5 miliardi di sterline) o abbia moltiplicato da 3,6 a 24 miliardi di sterline le risorse destinate agli strumenti di welfare-to-work, potenziando i meccanismi di mobilità sociale di una delle nazioni più corporative d’Occidente nel mentre accompagnava una delle fasi di crescita economica più dinamiche nella storia britannica. Così come il campo dei nuovi diritti civili ha visto l’introduzione di forme di tutela per le coppie di fatto e persino in politica estera, dove Blair ha pagato i prezzi di popolarità più alti, è soprattutto grazie al New Labour che è stato possibile superare quel paradigma di neutralità passiva nel quale la gran parte della sinistra europea si era facilmente accomodata dopo la fine della Guerra Fredda. È vero che non è accaduto solo questo, così com’è vero che nell’ultimo biennio la crisi ha esposto tutti i limiti della eccessiva finanziarizzazione dell’economia britannica. Ma è difficilmente contestabile l’esito del confronto tra l’esperienza di governo neolaburista e quella di qualsiasi altro centrosinistra europeo nello stesso periodo.

Se questo è stato l’impatto del New Labour sui modelli politici progressisti europei, in profonda crisi di ispirazione dopo l’eclisse della socialdemocrazia alla fine degli anni Ottanta, le conseguenze di tredici anni di governo laburista sono ben visibili anche in patria e anche alla vigilia della più che probabile sconfitta elettorale di Gordon Brown. Perché è proprio in questi giorni che l’offerta politica britannica ci appare stabilmente spostata verso le coordinate progressiste. Con un leader conservatore che rende appassionato omaggio al National Health Service (il sancta sanctorum della simbologia laburista) mentre annuncia politiche multietniche del tutto inedite per la storia Tory, e un leader liberaldemocratico che si vanta di avere ereditato il meglio della tradizione laburista. La trasformazione in senso progressista dello Zeitgeist politico britannico è forse il successo più grande del New Labour. Un progetto che era stato etichettato dai suoi critici di sinistra come una svendita del patrimonio ideale laburista al banco del thatcherismo e che invece è riuscito a condizionare sia l’ispirazione che l’agenda del partito che fu di Margaret Thatcher.  


9 aprile 2010
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Cameron e il ritorno al futuro dei Tories
All'inizio del 2005 Geoffrey Wheatcroft, tra i decani del giornalismo conservatore britannico, concludeva così un libro dedicato alla "strana morte dell'Inghilterra conservatrice" (“The Strange Death of Tory England”, Penguin Books, 2005): «Oggi i Tories potrebbero essere arrivati alla fine della loro storia. Nel corso di molti decenni il partito ha mostrato un feroce istinto di sopravvivenza e un'infinita capacità di reinventarsi, che ora sembrano scomparsi. In questi ultimi anni i conservatori sono sopravvissuti ripetendosi che prima o poi sarebbe tornato il loro turno. In realtà non c'è alcuna necessità che le cose vadano così. Perché non c'è alcuna legge della storia che obbliga un partito a sopravvivere».

Cinque anni dopo, a meno di un mese dalle elezioni del 6 maggio, i Tories si trovano largamente favoriti da sondaggi e bookmaker nella corsa per Westminster. Cos'è accaduto dal 2005 a oggi per ribaltare una percezione tanto negativa? Non bastano a spiegarlo, da soli, né l'elezione di David Cameron a nuovo leader né il durissimo impatto della crisi finanziaria sulla società del Regno Unito e dunque sulla credibilità di Gordon Brown. Molto di più ha contato la capacità del "partito naturale di governo" (come è stato definito il partito conservatore per gran parte del Novecento britannico) di liberarsi da quel trauma post-thatcheriano che lo aveva tenuto per tredici anni lontano da Downing Street, impedendogli fin dal 1997 di offrire all'elettorato una ricetta appetibile.

Il merito di questa rinascita ideologica prima che politica è in grande misura di David Cameron. Ma si deve solo in parte al tratto glamour e mediatico di questo giovane leader, che sembra avere imparato alla perfezione i riti della società televisiva (avendo tra l'altro lavorato per sette anni nel gruppo Carlton Communications) e che ama condividere in pubblico le gioie e i dolori della sua dimensione familiare. Assai più di questo, nella resurrezione dei Tories ha contato il riposizionamento strategico di un partito che ha finalmente compreso il profondo cambiamento che ha investito la Gran Bretagna negli anni di Blair e che non vagheggia più un ritorno all'età dell'oro di Margaret Thatcher. Quella stessa Thatcher che nel novembre 1990 fu estromessa dal governo non dall'elettorato ma dal suo stesso partito, in un colpo di mano che è poi tornato negli incubi dei suoi eredi come torna la maledizione di un matricidio. Perché i Tories si liberarono della Thatcher, imputandole un grado ormai intollerabile di chiusura al dialogo e di ostilità all'Europa, ma fino a Cameron non sono mai riusciti a liberarsi del thatcherismo come visione del mondo alla quale tornare.

Ci provò per primo William Hague, che tra il 1997 e il 2001 fronteggiò senza grandi speranze il primo e più forte ciclo di governo blairiano ricorrendo alla carte (thatcheriane) dell'euroscetticismo e della lotta al crimine. Dal 2001 al 2003 fu il turno del disastroso Iain Duncan Smith, la cui inconsistente leadership cercò di sorreggersi alla retorica (thatcheriana) dei tagli ai servizi sociali e alla spesa pubblica. Andò meglio con Michael Howard che dal 2003 riuscì ad avviare un disimpegno parziale dal nostalgismo thatcheriano, che tuttavia non gli impedì di scommettere sull'allarme sociale contro l'immigrazione clandestina in una campagna elettorale dai toni sostanzialmente xenofobi. La lunga traversata del deserto percorsa dai Tories è ben ricostruita da una monografia dello storico Tim Bale, appena uscita in Gran Bretagna (“The Conservative Party from Thatcher to Cameron”, Polity Press 2010). Un libro che ha il merito di andare sotto la superficie del "personaggio Cameron", e dunque oltre il suo indiscutibile capitale comunicativo, per guardare ai nodi che la sua leadership ha affrontato con gli strumenti di un navigato mestiere politico. Non è vero, infatti, che Cameron sia un novizio della politica. I suoi primi passi nel partito risalgono agli inizi degli anni Novanta, come funzionario del Conservative Research Department e poi come assistente speciale di Norman Lamont: il ministro dell'Economia di Major il cui nome sarà per sempre legato alla catastrofe del "mercoledì nero" del settembre 1992, che vide il crollo della sterlina e la sua fuoriuscita dal sistema monetario europeo.

L'innovazione fondamentale che Cameron ha introdotto nel partito conservatore è il diverso atteggiamento verso il ciclo di governo neolaburista: dal 2005 ad oggi, come spiega Bale, alla guida dei Tories vi è stato «chi ha compreso come Tony Blair, con il suo mix tra crescita economica e giustizia sociale, fosse riuscito a modificare il terreno sul quale l'opposizione doveva muoversi». Il blairismo come trasformazione strutturale del campo politico britannico, dunque, analogamente a quanto era accaduto vent'anni prima con la rivoluzione thatcheriana. Di qui la decisione di Cameron, come ha scritto Lorenzo Valeri, di scommettere su «quei nove milioni di elettori sotto i trent'anni che sanno poco o niente di Thatcher e Major ma tutto di Blair». Questo ha significato importare nel linguaggio politico conservatore la piena accettazione del National Health Service, il servizio pubblico sanitario, insieme a una nuova sensibilità verso i temi dell'ambiente (la green economy come leva di crescita) e dei diritti civili di nuova generazione (il sostegno alle civil partnerships anche tra persone dello stesso sesso). Così come ha importato una trasformazione radicale dello sguardo tory su immigrazione e multiculturalismo, che fa perno sui valori condivisi per costruire un nuovo amalgama nazionale. Nelle parole di Cameron: «Poche nazioni sono più attrezzate di noi a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isola in una comune identità civile. La Gran Bretagna non può limitarsi ad essere una comunità di comunità, ma può diventare un luogo dove i nostri valori superiori uniscono individualità diverse e danno un nuovo senso alla nostra cittadinanza».

Fin qui le operazioni di sdoganamento grazie alle quali, come ha scritto Kieron O'Hara in un ritratto di Cameron (“After Blair. David Cameron and the Conservative Tradition”, Icon Books, 2007), «il partito conservatore ha riconquistato la facoltà di essere ascoltato dalle classi medie» uscendo di fatto dalla nostalgia thatcheriana e assumendo alcuni temi classicamente blairiani come punti condivisi del discorso pubblico. Successivamente alla riconquista di quel centro innovatore che aveva già permesso a Blair di governare tanto a lungo, è poi venuto il recupero dell'elettorato tradizionale conservatore attraverso la denuncia della “broken society”: secondo Cameron la società britannica soffrirebbe di profonde fratture legate «all'erosione della responsabilità individuale che l'iperattivismo statale ha portato tra di noi», come ha dichiarato pochi giorni fa all'Economist. Tradotto in scelte politiche, significa la certezza che un prossimo governo conservatore introdurrà tagli sostanziosi alla spesa pubblica.

Quel che è assai meno certo è quale potrebbe essere il rapporto tra una Gran Bretagna a guida conservatrice e l'Europa, perché l'antieuropeismo è l'unico tema thatcheriano che non è stato minimamente intaccato dalla leadership di Cameron. Al contrario, dopo aver fatto uscire la delegazione tory al parlamento europeo dal Ppe per aderire a un nuovo gruppo ad alto contenuto di euroscettici, una volta arrivato a Downing Street il leader conservatore si prepara a rinegoziare con Bruxelles i termini della partecipazione alla legislazione europea in tema di occupazione e politiche sociali. Resta da vedere se si tratta solo di un pegno propagandistico o se il tema europeo sarà effettivamente una secca su cui potrebbe arenarsi il nuovo ciclo politico destinato ad aprirsi di qui a poche settimane in Gran Bretagna.


17 ottobre 2009
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Tony Blair presidente europeo (o almeno un suo clone)
Può darsi che Tony Blair non ce la faccia, che non sia lui ad essere designato alla nuova carica di presidente permanente del Consiglio europeo. Pesano sul suo nome resistenze di segno diverso ma capaci nel loro insieme di affossare già nei prossimi giorni la sua candidatura. Da una parte l’autolesionismo dei socialisti europei, spinti dalla crisi di consensi a cercar conforto nell’ortodossia socialdemocratica e anche per questo incapaci di perdonare a Blair l’aver governato la Gran Bretagna per un intero decennio con una strategia di profonda innovazione della tradizione laburista. Dall’altra la resistenza di Berlino verso un’ipotesi di leadership forte dell’Unione europea, che finirebbe per ridimensionare il ruolo di protagonista che la Germania esercita tra gli stati membri. Infine l’abituale diffidenza dei piccoli paesi dell’Unione nei confronti del Consiglio europeo, che com’è stato recentemente ufficializzato dai governi del Benelux sarebbe destinata a intensificarsi in caso di una guida tanto visibile.

È possibile che finisca così. Ma resta il fatto che chiunque sia nominato nel ruolo di primo presidente del Consiglio europeo dovrebbe avere caratteristiche molto vicine a quelle incarnate da Blair. E dunque autorevolezza politica, capacità di visione e una statura globale sufficientemente elevata da concorrere all’impresa già complicata di restituire slancio all’Unione europea. Tutte qualità che si associano ad una personalità di forte leadership, che non pare essere nelle disponibilità di nessuno tra i veri concorrenti di Blair. L’ex primo ministro finlandese Paavo Lipponen, il belga van Rompuy o il capo del governo lussemburghese Claude Juncker sono figure di indiscutibile capacità e dignità, ma non ha tutti i torti il pungiglione dell’Economist a riunirli nella categoria degli “Euro-pigmei”.

Una scelta del genere condannerebbe la prima presidenza permanente ad un ruolo di subalternità nei confronti delle cancellerie nazionali, gratificando coloro che immaginano un bilanciamento perfetto tra il nuovo ruolo di ministro degli esteri europeo e quello di presidente del consiglio. Si tratterebbe in realtà di un bilanciamento a somma zero, laddove il ministro degli esteri disporrà di strumenti importanti come un autentico corpo diplomatico e un budget significativo mentre la definizione del peso specifico del presidente – come ha scritto Charles Grant sul Financial Times – sarà lasciata “alla forza della sua personalità, ai suoi poteri di persuasione e alla sua rubrica di indirizzi”.

Difficile immaginare che all’Europa convenga dotarsi di un presidente debole proprio in questa fase, mentre si moltiplicano i segni di stanchezza del progetto comunitario e si rafforza l’esigenza di  uno scatto di qualità nella capacità di rilanciare la crescita economica e di farsi ascoltare nel mondo. D’altra parte quando il nuovo trattato di Lisbona entrerà finalmente in vigore, dopo otto lunghi anni e una trafila di ratifiche quasi conclusa con il referendum irlandese, l’allargamento delle materie sottoposte a voto a maggioranza renderà inevitabile una diversificazione dell’Unione per aree di interesse. E con questa l’urgenza di individuare un punto di equilibrio unitario anche nella leadership, con una soluzione non al ribasso ma capace di competere sulla scena globale con figure agguerrite e carismatiche. Così com’è evidente, anche guardando alla cronaca più recente dal conflitto georgiano alla crisi finanziaria internazionale, che l’Unione europea è riuscita a rendersi riconoscibile e incisiva non certo in virtù dei suoi formalismi decisionali ma per la convergenza della maggioranza dei suoi diversi interessi nazionali intorno ad una chiara espressione di volontà politica.

Si aggiunga poi il pericolo imminente che la futura Gran Bretagna a guida conservatrice possa recedere dal trattato di Lisbona, nel caso in cui David Cameron sciogliesse in senso antieuropeo l’ambiguità dei Tories convocando un referendum popolare ad alto rischio. Alcuni diranno che l’Unione europea ha tutto da guadagnare dalla perdita del fardello britannico e che sarebbe l’ora di tornare allo “spirito dei fondatori”. In realtà sappiamo bene che in quel caso le ambizioni globali dell’Europa ne uscirebbero molto ridimensionate, e con esse la possibilità di consolidare un rapporto privo di pregiudizi con Washington. Sono tutte ragioni che inducono a sperare in un presidente europeo che somigli molto al profilo di Blair, anche qualora non ne porti il nome.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 17/10/2009 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

24 maggio 2009
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Fine della socialdemocrazia?
Sono ormai molti anni che nel centrosinistra ci si rompe la testa su quale dovrebbe essere l’approdo europeo della transizione politica italiana, attribuendo ora al “socialismo europeo” ora a più vaghe “terre di mezzo” una funzione quasi sacrale di legittimazione ad uso interno. Ma di rado qualcuno si è interrogato a fondo su cosa fossero diventate quelle famiglie politiche a cui nella nostra confusione si è guardato con aspettative tanto salvifiche. Lo fa Giuseppe Berta in un libro piccolo e bello appena pubblicato dal Mulino (“Eclisse della socialdemocrazia”, pp.135, €10), lettura preziosa in questi giorni di vigilia elettorale in cui si discute di tutto tranne che di politica europea.

Storico dell’economia e commentatore per Sole 24 Ore e Stampa, Berta scrive di Europa guardando ad una delle sue grandi culture politiche. E raccontando ancora una volta la trasformazione di un’ideologia che fin dalla fine degli anni Settanta si dibatte in una crisi di strategia e identità, legata alla scomparsa dei suoi tradizionali insediamenti sociali e al completamento del progetto welfarista a cui sin dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale aveva dedicato la sua seconda e più felice stagione storica. Berta muove da qui per guardare in particolare al caso britannico e a quello tedesco, e dunque all’esperienza dei due partiti europei che più di altri hanno assunto durevoli responsabilità di governo nell’ultimo ventennio. Un accostamento ardito, quello tra Labour e SPD, che non troverebbe molti sostenitori in due partiti le cui ispirazioni e tradizioni culturali sono state nel tempo anche molto distanti le une dalle altre. Ma la domanda che si pone Berta supera la filologia storica e va direttamente al nodo politico di questi anni: “esiste oggi un profilo politico specificamente ascrivibile alla socialdemocrazia europea?”. È dunque naturale che, per rispondere, egli guardi alle due principali esperienze di governo del centrosinistra europeo di quest’ultimo ventennio.

“Nell’epoca della globalizzazione – scrive Berta – la socialdemocrazia al governo ha scoperto di dover aderire quasi plasticamente ai caratteri del capitalismo contemporaneo, abbandonando la pretesa di trasformarli”. È la principale imputazione che il libro muove al socialismo europeo nella sua forma contemporanea, la ragione che l’avrebbe condotto ad abbandonare la ricerca dell’eguaglianza. E dunque il tema con il quale è inevitabile fare i conti in piena franchezza. Innanzitutto perché si tratta di un’imputazione che poggia su basi di verità. È infatti vero oltre ogni dubbio che la sinistra europea più efficace, la sinistra che è riuscita a guadagnare consenso e progettualità dopo quella che Ralf Dahrendorf definì già nei primi anni Ottanta la “fine del secolo socialdemocratico”, ha saputo ritrovare nella rivitalizzazione del capitalismo la sua nuova ragion d’essere. Ma è altrettanto vero che altre strade non ce n’erano né potevano esserci, all’interno di partiti di nobile lignaggio che si erano trovati completamente spiazzati dal completamento del loro stesso disegno welfarista.

Si prenda ad esempio la vicenda del Labour britannico prima della rinascita di fine anni Ottanta, tenacemente voluta da quel leader coraggioso e misconosciuto che è stato Neil Kinnock. Prima del recupero di lucidità e metodo voluto da Kinnock, quasi un decennio prima che Blair e Brown s’inventassero il New Labour, il partito che nel 1945 aveva condiviso con la socialdemocrazia scandinava la costruzione del welfare europeo era sprofondato in una sorta di gorgo isolazionista, anticapitalista e cupamente antieuropeo. Ed era arrivato fin laggiù non certo per l’attivismo di frange estremistiche interne o tantomeno per una contaminazione comunista da cui il laburismo britannico era ben vaccinato, quanto per l’esaurirsi della spinta progettuale che l’aveva sorretto per decenni sulla base dell’originale intuizione welfarista. Un esaurirsi fisiologico, dovuto al raggiungimento già alla fine degli anni Cinquanta di molti degli obiettivi che il Labour si era dato nel 1945 e al quale la stagione del revisionismo ispirato più di altri da Anthony Crosland aveva poi tentato di fornire nuova linfa.

Ma comunque un esaurirsi inevitabile, che aveva lasciato campo libero al progetto thatcheriano e dopo il quale il Labour non aveva saputo per molti anni ritrovare la strada della rinascita politica. Quella strada doveva infine coincidere con la riscoperta della capacità di valorizzare gli aspetti creativi del capitalismo (il suo tratto ottimisticamente schumpeteriano, verrebbe da dire con Berta che dedica l’incipit del libro a Schumpeter e alla sua profezia sul declino del capitalismo nell’era della regolamentazione post-bellica) insieme allo sforzo di adattare l’originaria ispirazione egualitaria e universalistica all’obiettivo di generalizzare gli strumenti educativi per la realizzazione del potenziale di ognuno. I semi di tutto questo erano già in Kinnock e nella sua idea di trasformare il welfare tradizionale in “springboard”, “trampolino di lancio” per accorciare le distanze sociali per mezzo della riuscita individuale e di gruppo. E solo dopo quei semi sarebbero completamente fioriti nell’esaltazione della globalizzazione venuta con il New Labour.

Quel che è vero è che quella stagione si è associata, non solo in Gran Bretagna, ad un’era dell’ottimismo che oggi non può che apparirci arcaica e ingenua. Ma come ricorderemo di qui a dieci anni, se non come un’altra manifestazione di ingenuità per giunta aggravata dalla subalternità ad altre culture politiche, il revival di antimercatismo di cui dà prova dinanzi alla crisi una parte ormai maggioritaria del centrosinistra italiano prendendolo integralmente a prestito dal centrodestra protezionista? Perché proprio questo è un punto al quale conduce, forse senza neanche volerlo, la serrata riflessione di Berta. Nel suo tentativo di rinascere dalla crisi del welfarismo la socialdemocrazia ha creduto nel valore di liberazione umana del capitalismo più di quanto non abbia fatto la destra europea, che dopo il Kulturkampf thatcheriano l’ha letto essenzialmente in chiave di potenza nazionale e nazionalistica.

La socialdemocrazia in versione neoliberale ha investito sul capitalismo con un sovrappiù dell’entusiasmo tipico dei neofiti?  È quanto è accaduto solo in alcuni casi. Perché, come ben ricorda l’ultimo capitolo di Berta dedicato a Keynes, alla stessa radice del progetto welfarista era l’aspirazione ad “una sostanziale riduzione della diseguaglianza all’interno della cornice delle istituzioni plasmate dalla tradizione liberale”. E dunque quell’intreccio tra liberalismo sociale e socialdemocrazia, che pure fu più esplicito nel caso britannico perché innervato nelle stesse origini storiche del Labour, non attendeva che di essere riscoperto e valorizzato dalla parte più lucida della sinistra europea dopo lo smarrimento politico di fine anni Settanta.

In questi tempi di crisi ogni parola di ottimismo rischia di stonare. Ma è difficile immaginare che una volta fuori dall’emergenza la sinistra europea trovi una strada diversa da quella della valorizzazione della dignità del lavoro e dell’eguaglianza delle opportunità, e dunque delle battaglie di libertà anche economica che ha saputo condurre nei suoi più recenti anni migliori, piuttosto che mettersi alla ricerca di fantomatici “insediamenti sociali” scomparsi una volta per sempre.


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