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15 giugno 2010
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Rischio Fiandre in un'Europa senza crescita
Come ci raccontano i fatti del Belgio, anche agli Stati democratici può capitare di estinguersi. Senza strepiti né conflitti violenti, ma scegliendo quasi consensualmente la strada della dissoluzione di vincoli fondati sulla legittima convenienza ben più che sulla storia o sull’etnia.

Il vincitore delle Fiandre, il giovane leader della “Nuova Alleanza Fiamminga” Bart De Wever, ha descritto uno scenario successivo al voto in cui il Belgio potrebbe “evaporare gradualmente”. Vedremo se le cose andranno effettivamente così. Ma nel frattempo si fa notare un fenomeno che è tutto il contrario dei secessionismi virulenti a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, anche in Italia, dove le piattaforme politiche dei partiti delle “piccole patrie” nascevano da una miscela di percezione di insicurezza, xenofobia e rivendicazione di un rinnovato legame democratico e fiscale tra eletti ed elettori.

È un fenomeno nuovo che parla anche a noi. E per questo sbaglieremmo a considerare il focolaio fiammingo come l’ennesima stranezza di un piccolo e bizzarro paese, così come non sembra sufficiente guardare al rischio della frattura del Belgio come ad “un evento irrazionale provocato da incompatibilità e bisticci che un mediatore di buon senso avrebbe potuto affrontare e risolvere” (come ha scritto Sergio Romano sul “Corriere della Sera” di ieri). Quel caso rivela infatti un rischio nel quale anche l’Italia, come gran parte dell’Europa, è immersa fino al collo. Perché attraversata da spinte centrifughe ben diverse da quelle spesso rumorose che il nostro continente ha ascoltato dopo il 1989. Non più violente rivendicazioni sciovinistiche a sfondo etnico e sicuritario, ma smottamenti silenziosi verso aggregazioni macro-regionali di nuovo tipo. Entità che superano nei fatti gli attuali confini nazionali, talvolta mettendoli in crisi come nel caso belga, e che sono tenute insieme dalla condivisione di interessi economici transfrontalieri più forti dei vincoli statuali.

Si tratta di entità e legami che si amalgano in modi del tutto nuovi e rispetto a cui l’Europa rischia di rivelarsi un contenitore solo geografico, e dunque superfluo, soprattutto in uno scenario economico dal quale è assente la prospettiva della crescita. Non c’è forse bisogno di scomodare Ernest Renan e la sua definizione della nazione come “plebiscito quotidiano” per riconoscere le minacce che la fase recessiva pone in questi mesi ai termini del patto comunitario e alle modalità con le quali ciascun paese europeo partecipa all’Unione europea. Esaurita la fase gloriosa del “never again”, la stagione nella quale il cantiere europeo era mosso dall’aspirazione a rimuovere una volta per tutte gli effetti catastrofici dei nazionalismi continentali, gli ultimi decenni dell’impresa comunitaria hanno visto quel plebiscito rinnovarsi ogni giorno nella prospettiva comune della crescita. Anche e soprattutto nelle fasi di maggiore difficoltà economica, dove ogni stretta era bilanciata da uno scenario di crescente integrazione. Lo ha scritto Wolfgang Munchau sul “Financial Times” di ieri, quando ha ricordato come le pesantissime scelte di austerità operate da François Mitterrand nella Francia dei primi anni Ottanta fossero compensate dai “possibili benefici che prometteva un futuro di convergenza economica e monetaria”.

Oggi la difficoltà di trovare una nuova modalità di convivenza tra legittimi interessi nazionali e urgenza di un’azione economica comune è esposta dal caso tedesco, come ha scritto tra gli altri Luigi Zingales sul Sole 24 Ore del 10 giugno. Se è difficile stigmatizzare il rinnovato “egoismo tedesco” fondato su una strategia economica di svalutazione competitiva che nessun altro paese europeo può permettersi di imitare, è impossibile evitare di cogliere l’assenza di un effetto di compensazione sul lato della promessa di integrazione. In questo senso non basteranno i richiami anche più appassionati alla retorica della tradizione comunitaria, neanche in una nazione come l’Italia che su quella retorica ha storicamente costruito il proprio modo di stare in Europa. Non basteranno perché in assenza di crescita la forza delle spinte centrifughe è destinata a crescere, prosperando sulla nuova convenienza al ribasso che le comunità regionali possono trovare anche mettendo in discussione i confini nazionali. Dal caso belga al caso italiano, dunque, con insegnamenti per il nostro futuro a cui sarebbe opportuno guardare con molta attenzione.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 15/6/2010 alle 11:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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