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15 febbraio 2011
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Democrazia, la medicina dimenticata
Si intravede un timore nel modo in cui leggiamo le rivoluzioni in corso nel mondo arabo. Di più, una diffidenza a credere che il destino inevitabile di questi popoli sia la democrazia: parola assai poco usata da commentatori e leader politici, se è vero che in questi giorni nelle cancellerie europee è stato solo il britannico David Cameron a salutare l'uscita di scena di Hosni Mubarak con l'auspicio che «coloro che oggi guidano l'Egitto comprendano il dovere di rendere giustizia ai desideri del popolo e di giungere con decisione a un governo civile e democratico». Altri, come Nicolas Sarkozy o Angela Merkel, si sono limitati a riconoscere come «coraggiose e indispensabili» le dimissioni del raìs o a festeggiarle come «un giorno di grande gioia».E' una cautela che non riguarda solo gli esiti ancora incerti dei passaggi di potere, né la specificità di quei regimi autoritari, e che comunque non si limita agli ambienti della diplomazia occidentale. Si tratta anche dell'esaurirsi forse definitivo dello schema interpretativo che i nostri radar avevano assorbito dalle rivoluzioni del 1989: quello che voleva che dalle dittature (in quel caso comuniste) si uscisse sempre e soltanto per approdare alla democrazia.L'impronta dell'89 ha funzionato per quasi un ventennio, adattandosi con difficoltà crescente agli eventi che nel frattempo hanno scosso la comunità internazionale. La si è utilizzata con abbondante buona volontà nel corso dei conflitti balcanici, riconoscendo nella democrazia il fattore decisivo di stabilizzazione dei nuovi stati etnicamente omogenei emersi dal disastro jugoslavo. La si è conservata tenacemente, ma con forza e convinzione sempre più flebili, anche dinanzi alla minaccia del nuovo terrorismo fondamentalista. Non solo nel perimetro neocon, comunque lo si voglia delimitare, ma anche bene in profondità nel mondo liberale e democratico dove era altrettanto diffusa la convinzione che la democrazia fosse l'antidoto più autentico contro la diffusione del qaedismo.
Non erano illusioni allora, non lo sono oggi. Ma certo è che l'impronta dell'89 si alimentava a quella che allora era una condizione di grazia per la democrazia occidentale. Sistemi di welfare funzionanti e in equilibrio, flussi migratori sostanzialmente sotto controllo, partiti di massa ben rappresentativi, un capitalismo appena rivitalizzato dalla stagione reaganiana e un'Europa comunitaria che faceva il proprio mestiere fino in fondo. Non certo l'età dell'oro ma una democrazia in buona salute, e riconosciuta come tale dai propri cittadini, che si vedeva trionfare nelle "rivoluzioni della libertà" del 1989.
Oggi possiamo vantare quello stesso orgoglio? Possiamo ancora definirci senza esitazione il modello di riferimento a cui approderanno naturalmente le nazioni arabe in uscita dai regimi autoritari? Difficile rispondere positivamente, e non certo perché nel frattempo la democrazia abbia cessato di essere (secondo Churchill) «la peggiore forma di governo possibile, fatta eccezione per tutte le altre». Il punto riguarda piuttosto la percezione che abbiamo della nostra democrazia, questa sì indebolita dall'interno da un logoramento che ha a che fare sia con gli strumenti della nostra cittadinanza sia con la nostra "autostima democratica".
Il caso italiano parla per tutti, anche se è fin troppo facile guardare in casa nostra per trovarvi i sintomi di una democrazia che non funziona come dovrebbe. Perché, con tutto il suo carico di eccezioni, il berlusconismo non è che la punta di una patologia che affligge più generalmente le democrazie occidentali strette tra forme nuove di populismo e personalismo non ancora metabolizzate né istituzionalizzate. E allora non è un caso se l'unico leader europeo che non ha temuto d'indicare apertamente la via democratica per la transizione egiziana sia residente in Gran Bretagna. Ovvero laddove la democrazia, pur con tutte le sue magagne, ha mostrato di saper sopravvivere meglio e con la maggiore dose di autostima.

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permalink | inviato da Andrea Romano il 15/2/2011 alle 13:2 | Versione per la stampa

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