Giovani e politica nell'esame di maturità
È una traccia bella e impegnativa quella che il Ministero ha dedicato al ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Bella, perché la scelta di dare la parola a tre leader che hanno utilizzato la leva giovanile per rafforzare la propria leadership permette di inquadrare in prospettiva storica il problema della partecipazione dei giovani alla vita pubblica. Impegnativa, perché i maturandi del 2010 sono immersi in una retorica giovanilistica sovrabbondante ma assai povera di risultati. Dove si sente ripetere ad ogni passo che ai giovani dovrebbe essere concesso più spazio mentre da oltre quindici anni la politica offre di sé una medesima fotografia, con una fila di protagonisti che ha occupato il palco al passaggio tra prima e seconda repubblica senza più essere scalzata.
Se escludiamo Giovanni Paolo II, la cui citazione in questo contesto suona eccentrica e a rischio di ingenerare qualche confusione negli studenti, la selezione di tre protagonisti politici del Novecento italiano corrisponde a tre fasi storiche nelle quali i giovani sono stati usati con successo come leva strutturale di innovazione politica. Con Mussolini, di cui si è scelto il fosco discorso di rivendicazione del delitto Matteotti, e la sua retorica della “migliore gioventù italiana”. Con Togliatti che saltò la generazione degli esiliati antifascisti per puntare sui ventenni che si erano formati in Italia nel fuoco della Resistenza. E con Aldo Moro che più di ogni altro esponente della DC seppe comprendere la domanda di partecipazione civile che veniva dai giovani del Sessantotto.
E c’è da scommettere che tra gli studenti che hanno svolto questa traccia ve ne sarà stato uno particolarmente erudito, o particolarmente pessimista, che avrà fatto ricorso a questo celebre passo di Gramsci per fotografare la sfortuna di quei ragazzi che nell’Italia del 2010 hanno scelto il mestiere della politica: “Nel succedersi delle generazioni (e in quanto ogni generazione esprime la mentalità di un’epoca storica) può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio: la generazione che abbia potuto educare i giovani”.