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7 giugno 2009
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Lo specchio rotto della tradizione europeista
Domani sapremo come abbiamo votato, ma già oggi sappiamo che nel corso della campagna elettorale si è discusso di tutto fuorché di Europa. Un peccato grave? Certamente. Eppure non è tutta colpa di un sussulto di provincialismo italico, o della facilità con cui la cronaca (rosa) di queste ultime settimane ha sequestrato l’attenzione della politica. Se l’Europa scompare dalla nostra riflessione pubblica, persino alla vigilia del voto europeo, la ragione va forse cercata nei modi in cui siamo abituati a discuterne. O meglio, nei modi in cui abbiamo smesso da anni di discutere di Europa reale per accontentarci di una formula unanime e rassicurante: quella secondo la quale l’Italia, membro a pieno titolo del club dei fondatori, non può che essere una nazione di fortissime convinzioni europeiste.

È fuor di dubbio che il nostro paese possa vantare una delle più solide tradizioni europeiste, così come è indiscutibile che nelle rilevazioni di Eurobarometro gli italiani facciano sempre ottima figura nell’espressione di sentimenti positivi verso l’Unione. Ma quello che dovremmo chiederci è se una tradizione, per quanto luminosa, possa bastare a dare sostanza al nostro modo di stare oggi in Europa. Soprattutto se nel frattempo si sono appannati i riferimenti politici e culturali che determinarono la nostra scelta comunitaria, tanto netta ma ormai distante più di mezzo secolo, mentre sul continente è andata crescendo una disillusione popolare verso l’Unione che richiede risposte politiche e non solo ideali.

Ciò che appare sempre più urgente è una discussione pubblica che aggiorni l’europeismo italiano alle nuove condizioni sia del progetto comunitario sia della scena politica italiana, nella quale hanno ormai assunto un ruolo di primissimo piano culture e ideologie ben lontane dalla cosiddetta generazione del “never again”. Quella che vide nel disegno comunitario prima di tutto la garanzia che i nazionalismi europei non provocassero più le catastrofi della prima metà del Novecento, e che in Italia ha avuto da ultimo nelle presidenze di Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano l’espressione più alta di un europeismo ancora pieno della sua originaria ispirazione.

Tuttavia anche le ispirazioni migliori chiedono di essere sostenute da nuovo alimento, soprattutto se la loro credibilità subisce (come sta accadendo all’Unione) l’erosione che viene dalla difficoltà di percepirne immediatamente vantaggi e benefici. Anche per questo l’europeismo è in crisi in tutta Europa, come ci dicono i primissimi risultati elettorali di queste ore, e anche per questo non basterà uno scatto generoso di retorica a restituirgli vitalità. Tanto meno basterà all’Italia, dove al contrario servirebbe un confronto trasparente su interesse nazionale e Unione europea. Un confronto chiaro e inevitabilmente conflittuale, che servisse ad articolare i diversi antieuropeismi che sono cresciuti nelle pieghe della nostra lunga transizione così come a spingere gli europeisti fuori dal confine rassicurante di una tradizione sempre più innocua.

L’alternativa esiste ma è tutt’altro che rosea: la bonaria convinzione che la forza residua della tradizione sia sufficiente a dirci europeisti, la crescita sottotraccia di un antieuropeismo popolare destinato prima o poi a farsi minaccioso. D’altra parte questo è quanto accaduto in anni recenti alla Francia: altro paese di nobilissimo lignaggio comunitario che non ha saputo prepararsi per tempo ad un sano confronto sull’Unione, finendo per subire un’ondata di sciovinismo antieuropeo che ha travolto il trattato costituzionale nel referendum del 2005.

L’Italia repubblicana, avendo scoperto solo da poco la libertà di discutere del proprio ruolo nel mondo, non ha grande dimestichezza con quelle discussioni laiche e appassionate sull’interesse nazionale che rappresentano il sale delle democrazie più sicure di sé. Eppure non è mai troppo tardi per cominciare, anche se quest’ultima campagna elettorale può essere inclusa nel vasto gruppo delle occasioni perdute. E dunque, quale miglior pretesto dell’Italia nell’Europa reale di domani per cominciare a guardarci allo specchio?


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