Il caso Soru: perché il PD avrà comunque un leader fuori dal PD
Non vivo in Sardegna, non conosco la qualità dell’ultima amministrazione regionale e dunque non saprei se Renato Soru merita di essere rieletto governatore dell’isola. So però che la grande attenzione nazionale che si è subito prodotta intorno al “caso Soru”, come possibile leader del PD, racconta una storia che non ha niente a che fare con la Sardegna. Più chiaramente di qualunque analisi politica, quell’attenzione trasmette una convinzione che è ormai senso comune: il prossimo contendente di Berlusconi non sarà Veltroni né nessun altro esponente dell’attuale gruppo dirigente del PD.
È sufficiente che faccia capolino sulla scena nazionale un outsider capace di vantare un buon grado di lontananza dal gruppo dirigente democratico, associato come nel caso di Soru ad un rispettabile curriculum professionale e amministrativo, perché gli occhi e le riflessioni di tutti vi vedano subito una possibile soluzione al pantano dell’opposizione. Non importa quali siano le sue convinzioni più autentiche né se vi sia una reale innovazione di contenuti. La centralità del programma? Non scherziamo. La soluzione che il centrosinistra sta cercando è nella capacità di leadership, perché il suo problema è nell’assenza di leadership.
Evidentemente, come dimostra il caso Soru, nessuno lo dice ma tutti lo pensano. Perché per tutti, anche al di fuori dei circoli professionali della politica, il prossimo giro elettorale vedrà la guida del centrosinistra affidata a qualcuno che sia l’incarnazione quindici anni dopo di quello che fu Romano Prodi per il primo Ulivo. Una personalità che sia in grado di federare soggetti politici incapaci, ciascuno nella sua dimensione piccola o grande, di esprimere una leadership unificante e competitiva. Nel 1996 quella personalità fu espressione (forse l’ultima) della cultura politica della sinistra democristiana e di una precisa tradizione di managerialità pubblica. Nessuno al momento può sapere da quale tradizione culturale, civile o imprenditoriale sarà prodotto il prossimo federatore del centrosinistra, nel 2010 o quando ci troveremo nuovamente a votare per il Parlamento. Quel che è certo è che non sarà uno di loro, non sarà un qualunque esponente di quel vasto gruppo dirigente post-comunista e post-popolare che ha insediato Veltroni alla guida del PD ritenendolo l’unico spendibile sul mercato politico del 2008. Non sarà evidentemente Veltroni ma nemmeno D’Alema o chi possa contare sul suo mandato come Bersani. Non sarà Rutelli, se ancora farà parte del PD, né un altro esponente di quell’area “né PCI né DC” che non è riuscita a trovare nel partito democratico le forme per la propria rigenerazione. Quel prossimo leader che cercherà di entrare a Palazzo Chigi per il centrosinistra sarà una qualche variante dell’ipotesi Soru: forse proprio lui, se riuscirà intanto a vincere le prossime elezioni sarde, o comunque qualcuno che ne riproduca il modello di outsider chiamato in soccorso dai professionisti della politica.
Sarà un bene o un male ricorrere ancora una volta alla soluzione del federatore esterno? Sicuramente sarà una nuova manifestazione dell’eccezionalismo italiano, in virtù del quale la politica è costretta a cercare al di fuori dai propri confini il leader competitivo. Ma questa volta, davvero, sarà inutile prendersela con le tare storiche del nostro paese o con la subdola malevolenza di “poteri forti” nuovamente intenzionati a condizionare dall’esterno la politica democratica. Questa volta la colpa dell’ennesima manifestazione di particolarismo non potrà che essere attribuita a coloro che in questi anni hanno disposto del pallino del centrosinistra, godendo della piena e incondizionata facoltà di fondare nuovi partiti e definire i meccanismi di selezione e promozione dei gruppi dirigenti.
Se ancora una volta si torna a guardare fuori dal confine tradizionale dei partiti alla ricerca di un “cavaliere bianco”. è perché gli effetti di un controllo così totale sui destini del centrosinistra sono quelli che abbiamo di fronte agli occhi. Niente avrebbe impedito ai vari protagonisti di questo quindicennio di storia della sinistra italiana di essere loro stessi a determinare il proprio futuro, perché mai nella storia repubblicana si era avuto una tale debolezza delle tradizioni politiche e una così vasta disponibilità di spazi da riempire. Ma quel destino tornerà ad essere determinato dall’esterno dei partiti politici così come essi sono concretamente nell’Italia del 2009.
E allora dovremmo dirci che sarà un bene. Perché esistono nel paese disponibilità civili e morali, competenze intellettuali e professionali, capacità progettuali e di militanza che non possono andare perdute solo perché non si identificano con il berlusconismo e né riescono a farsi rappresentare da un Partito democratico che oggi è soltanto la scatola nella quale si sono rifugiate oligarchie residuali. Che sia Soru o un qualunque altro esponente di una parte del paese che vuole sottrarsi al declino politico, ben venga dunque chi costringerà quelle scatole vuote a tornare a darsi una funzione e una rappresentanza vitale.