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31 dicembre 2008
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Parole chiare su Hamas

Franco Frattini ha finalmente detto una parola di chiarezza sulla politica estera italiana. Sarà stata la temporanea assenza di Berlusconi dalla scena e dunque l’allentarsi del patronage di Palazzo Chigi, ma il suo netto giudizio sulla “scellerata responsabilità” di Hamas nella crisi di Gaza deve essere salutato con soddisfazione. Soprattutto perché introduce una discontinuità nella nostra posizione su quello scenario, fino a ieri segnata dagli effetti del breve mandato di D’Alema alla Farnesina con i suoi pregiudizi anti-israeliani, la sua incapacità di prendere le distanze da Hamas o Hezbollah e i suoi problematici rapporti con le comunità ebraiche italiane.

Il nuovo ministro degli esteri mostra quanto meno di saper distinguere torti e ragioni all’interno del mondo arabo, prima ancora che tra Israele e palestinesi, e questo può qualificare una politica estera che voglia davvero contribuire ad una realistica prospettiva di pace. Innanzitutto riconoscendo il lavorio violento, provocatorio e destabilizzante che Hamas ha svolto in questi anni contro la leadership palestinese di Abu Mazen e dunque contro la stessa possibilità della soluzione “due popoli per due stati”. In secondo luogo spingendo perché l’Europa si faccia soggetto attivo nella regione, assumendosi almeno in parte la responsabilità di isolare Hamas dai suoi sponsor regionali e di rafforzare una leadership palestinese che anche dopo Abu Mazen riconosca il diritto all’esistenza di Israele e creda nella via del negoziato. Infine, lavorando per rendere sempre più multilaterale il compito di garantire la sicurezza di Gerusalemme.

Se così fosse, la posizione italiana sarebbe in tutto simile a quelle che in queste ore vengono formulate dalle più importanti cancellerie europee. A partire da Berlino (dove nei giorni scorsi Angela Merkel ha parlato senza equivoci del diritto di Israele a “proteggere la propria popolazione”) e Londra (dove Gordon Brown ha appena definito gli attacchi di Hamas “la principale minaccia agli sforzi di pace intrapresi da Abu Mazen”).

Ma si tratterebbe di una innovazione importante anche per il tradizionale filoarabismo della nostra politica estera, che non sembra aver pienamente assimilato la novità del fondamentalismo islamista. È vero, come ha scritto ieri Stefano Cappellini, che il nostro partito filo-arabo sembra in crisi. Ma è altrettanto vero che l’ambizione italiana di giocare un ruolo autonomo nel Mediterraneo continua a muoversi sul filo dell’ambiguità andreottiana, in un’epoca che di andreottiano non può avere più niente. Con il risultato di confondere le leadership arabe interessate ad una pacificazione regionale con quei nuovi soggetti fondamentalisti che non contemplano alcuna possibilità di dialogo con l’Occidente né con la sua “entità sionista”. Perché anche su questo binario, negli ultimi anni, l’Italia è rimasta indietro rispetto ad altri grandi paesi europei che hanno compreso meglio di noi le nuove fratture del mondo islamico.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 31/12/2008 alle 13:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa

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