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17 dicembre 2008
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Un cadavere collettivo da sgombrare
Dopo il tonfo d’Abruzzo sulla strada del PD c’è un cadavere da sgombrare, ma non è quello del solito Veltroni. È il corpo inerte e collettivo di quello che dovrebbe essere un gruppo dirigente, se solo mostrasse di reagire agli eventi come un qualsiasi essere vitale. Al vertice del PD si attende invece il compiersi della catastrofe nella più totale passività, perché ognuno è convinto di poter ricavare il proprio piccolo tornaconto dal corso naturale degli eventi.

Entro un anno, forse meno, Veltroni sarà accompagnato alla porta ma potrà dire di essere stato proditoriamente sconfitto dalla “vecchia politica”. D’Alema avrà insediato alla guida dei resti del PD un suo fedele, se non sarà diventato lui stesso il capo di una nuova, piccola formazione di postcomunisti vecchi e nuovi. Rutelli sarà uscito dalla sezione italiana del PSE per riunirsi con popolari e centristi, e via di questo passo. Naturalmente questo venerdì, alla riunione della Direzione, ascolteremo riflessioni completamente diverse. Da Veltroni la fantasia del Lingotto 2, da D’Alema la litania del “solido investimento” su Veltroni, da Rutelli chissà. Ma fuori dalle stanze nelle quali si reciterà l’ennesimo episodio di una fiction ormai surreale, resterà di fronte agli occhi di qualsiasi elettore o simpatizzante lo spettacolo di un partito che si avvia a frantumarsi entro pochi mesi.

Un cadavere collettivo da sgombrare, dunque, per impedire che la storia del Partito democratico resti quella brevissima di un esperimento di giustapposizione oligarchica naufragato dopo pochi mesi. Sì, ma chi dovrebbe provvedere alla rimozione? Nei partiti normali, quelli dove si coltiva con cura la crescita delle nuove leve, sono gli aspiranti dirigenti che ad un certo punto sollevano di peso i responsabili dei fallimenti. Nel PD nostrano dobbiamo invece ascoltare la predica sul “rinnovamento dei dirigenti” venire ieri da D’Alema e oggi da Goffredo Bettini, colui che per vent’anni ha presidiato immobile la sinistra romana e che più di recente ha scolpito le regole auree della catastrofe veltroniana. Cominciasse da se stesso a rinnovare i dirigenti, viene naturalmente da dire. Ma un secondo dopo occorre pensare a soluzioni pratiche e realistiche, che facciano immaginare un esito diverso dall’autodistruzione del PD programmata per il giorno dopo le elezioni europee.

Quella soluzione esiste e Veltroni la conosce benissimo. Consiste nell’annunciare già oggi che il prossimo candidato premier espresso dal PD non sarà lui né D’Alema, né Rutelli né qualsiasi altro esponente di un gruppo che ha da tempo esaurito la propria capacità di apprendimento e innovazione. E nel dare a questo PD un anno di tempo per discutere a fondo della propria linea e soprattutto della persona che dovrà incarnarla. Perché nella politica occidentale non esistono leader per tutte le stagioni né linee che possano essere disgiunte da una leadership in grado di difenderle e rappresentarle. Sarebbe un anno per permettere al PD di trovare una guida adeguata, affidando al conflitto politico aperto la funzione di far emergere alla luce del sole quella personalità che certamente esiste tra i molti suoi dirigenti nazionali e periferici. Un anno che potrebbe essere impiegato molto più utilmente che non alternando all’infinito, come avviene in queste settimane, un conflitto impolitico e tribale all’esortazione bacchettona e stucchevole a “non farsi del male”. Un anno, infine, che gli stessi Veltroni e compari potrebbero utilizzare per dedicarsi al confronto politico liberi dall’ingombro della leadership. Non gli si chiede di andare in pensione (anche se non sarebbe un’idea poi così pessima) ma di dedicarsi alla politica dalle seconde file, come qualsiasi ex prim’attore rimasto notabile disarmato.

Sarebbe una scelta ragionevole e realistica per qualsiasi gruppo dirigente che volesse garantire un futuro al partito che si trova a guidare. Ma c’è un solo, grande impedimento. Rischia di non esserlo affatto per chi ha ormai fatto della propria sopravvivenza l’unico criterio di ragionevolezza. Ed è appunto questa la ragione per cui discutiamo di cadaveri da sgombrare, invece che di prospettive politiche.



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