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16 dicembre 2008
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La giostra dell'interventismo democratico
Interventismo democratico. Si chiamava così quell’orientamento di politica estera che nella seconda metà degli anni Novanta vide alcuni governi occidentali battersi, con strumenti politici e talvolta militari, contro i conflitti etnici, la violazione di massa dei diritti umani e più in generale i guasti prodotti dalle dittature. Si chiamava così perché era una forma di interventismo negli affari interni di altri stati, nella convinzione che la sovranità statale non fosse un ostacolo sufficiente a proteggere i regimi che si rendevano responsabili di crimini contro l’umanità. E perché la forza ispiratrice ne fu la democrazia, o meglio la convinzione che proprio l’assenza di democrazia rendesse possibile realizzare quei crimini.

Oltre che un orientamento di politica estera, l’interventismo democratico fu anche un’ideologia. E come tutte le ideologie visse di illusioni, ottimismi, apparati simbolici. Fu l’unica ideologia internazionale di una lunga stagione di governo della sinistra europea e americana. Per intendersi, quella che aveva da una parte dell’Atlantico Bill Clinton e dall’altra Blair, Jospin, Prodi, Schroeder e compari. Stagione ideologica oltre che politica, com’è giusto che fosse per chi si sentiva parte (con le proprie specificità) di una grande stagione di rinnovamento della sinistra mondiale. In politica estera quel rinnovamento fu essenzialmente il dovere di proteggere. In Bosnia, in Kosovo, a Timor est. Dov’era possibile. Dove non arrivavano o non volevano arrivare le Nazioni Unite.

Sulle illusioni di quella stagione si è poi abbattuta la storia con i suoi imprevisti, primo tra tutti il terrorismo fondamentalista. Ma al netto delle disillusioni è rimasta la prova pratica che sia possibile perseguire una politica di ammonimento e contenimento delle dittature e delle loro pratiche di genocidio. Ed è questa l’eredità con cui deve fare i conti oggi la politica internazionale, ben oltre la fine dell’ideologia dell’interventismo democratico. Perché il problema di come difendere i diritti umani anche al di là dei confini statuali rimarrà sui tavoli delle nostre cancellerie oggi e domani, qualunque sia la denominazione ideologica che daremo alla nostra narrativa legittimante. E qualunque sia la coerenza personale dei personaggi che hanno incarnato, nei loro tempi migliori, il dovere di intervenire contro le dittature.

Qualche giorno fa è stato l’ex grande Bernard Kouchner a pronunciare il suo personale “contrordine compagni”, scoprendo alla sua età ormai matura l’esistenza di una contraddizione tra la politica estera degli Stati nazionali e la difesa a tutto campo dei diritti. In verità altri ci erano arrivati anche prima di lui. Ma il suo merito – almeno ai tempi eroici di Medici senza Frontiere - era stato quello di affrontare quella contraddizione con la pratica delle armi umanitarie. E dunque realizzando nei fatti una concreta opera di ingerenza umanitaria, che lo avrebbe portato ad appoggiare gli interventismi democratici che alcuni governi progressisti realizzarono negli anni Novanta.

Passi per Kouchner, il quale forse risente troppo da vicino del logorìo di governo. Quello che ha colpito di più è stata l’imitazione involontaria del contrordine kouchneriano venuta il giorno dopo da Silvio Berlusconi. Che in verità non è mai stato un grande protagonista dell’interventismo democratico, ma in ogni caso ha ritenuto di prenderne anche lui le distanze. L’ha fatto sostenendo che, fosse stato per lui, Milosevic sarebbe ancora in ottima salute e soprattutto al suo posto di lavoro. Perché “noi non abbiamo tirato bombe, come fece il governo D'Alema con la Serbia: una cosa che il governo Berlusconi non avrebbe fatto".

Chissà cos’avrebbe fatto un governo Berlusconi dinanzi ai massacri in Kosovo? Degli attuali partecipanti al suo governo si ricordano all’epoca le missioni di Bossi alla corte del massacratore Milosevic. Ma forse non sarebbe stato il Senatore Verde l’inviato del Cavaliere per evitare il conflitto. Forse ci avrebbe pensato Frattini a predicare la necessità di non isolare l’allora legittimo governo serbo, come oggi fa con il legittimo governo Putin. Non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che se il D’Alema interventista democratico era già stato smentito da tempo dal D’Alema tornato ai fasti dell’antiamericanismo e dell’antisionismo, Berlusconi ha aggiunto del suo al ripudio italiano della “responsabilità di proteggere”.

Una curiosa convergenza bipartisan, che tra qualche settimana potrebbe persino imbarazzarci dinanzi ad una presidenza americana che con Hillary Clinton e Susan Rice si appresta a fare di nuovo di quella responsabilità uno dei focus della propria politica estera.



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