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6 dicembre 2008
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Questione morale? No, la questione è politica. E non saranno i giudici a salvarci

La guerra per bande in corso tra le procure di Salerno e Catanzaro è molto più di un colpo al prestigio della magistratura. Rappresenta la pietra tombale sulla narrativa della rivoluzione giudiziaria, l’illusione che la politica italiana potesse essere rinnovata facendo leva sull’iniziativa dei giudici. Quella narrativa ha accompagnato gli ultimi due decenni di storia nazionale lungo le linee di un inedito bipolarismo politico-giudiziario. Da una parte, nella sinistra post-azionista e post-comunista, coloro che hanno creduto di far vidimare la propria patente di diversità morale nelle aule di tribunale. Dall’altra, una destra berlusconiana che si è fatta vanto e forza anche elettorale di un pregiudizio anti-magistrati a sfondo qualunquistico assai più che garantista.

Tra queste due trincee uguali e contrarie, parti della magistratura si sono fatte prendere in mezzo troppe volte e ogni volta con criteri sempre meno comprensibili dal mondo esterno. Fino allo spettacolo di questi giorni, di fronte al quale la reazione non può che essere quella riassunta da una firma tradizionalmente vicina alle ragioni della magistratura come Giuseppe D’Avanzo: “Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente”.

Se il prestigio della magistratura è tutelato dagli organismi di autogoverno e dall’iniziativa quanto mai opportuna del Presidente della Repubblica, oltre che dal comportamento quotidiano della maggioranza dei giudici, la politica è lasciata da sola a fare i conti con la fine di quell’illusione. La questione è di ben poco conto per la destra berlusconiana, che può serenamente continuare a vestire i panni antigiudiziari che le hanno portato tanta fortuna in un paese dove la piccola illegalità è anche un costume antropologico. Diventa invece spinosissima per la sinistra e per il Partito democratico, che di quella falsa credenza continua ancora oggi a campare come si campa di un’abitudine adolescenziale con la quale non si sono mai fatti i conti fino in fondo. Perché l’adolescenza del PD (o meglio, quella del personale politico che si trova concretamente a dirigerlo) è inscritta nel paradigma berlingueriano della diversità morale. Lo stesso paradigma a cui ancora ieri l’Unità dedicava la sua prima pagina, con una citazione dalla celebre intervista di Berlinguer a Scalfari del luglio 1981, e che racconta l’Italia come un paese conteso tra una maggioranza di giusti e una minoranza di ingiusti con la magistratura sullo sfondo a fare da arbitro supplente.

Ma se per il Berlinguer dei primi anni Ottanta la diversità morale fu l’ultima e disperata risposta alla crisi storica del comunismo, per i suoi eredi è diventata una cura palliativa all’assenza di una politica. Da anni si lotta in suo nome contro il berlusconismo, dipinto fin dall’inizio come un’espressione moralmente degenerativa della nazione. Appena ieri si è definita in suo nome un’alleanza con Di Pietro, che del moralismo giustizialista ha fatto un uso assai più spregiudicato ed efficace. Oggi ci si prepara, ancora una volta in suo nome, ad evitare un autentico confronto democratico sulle prospettive politiche e personali del principale partito d’opposizione. Sostituendo quel confronto con una lamentazione sulla caduta della tensione morale tanto generica da accontentarsi di qualche capro espiatorio e da non poter essere declinata nei termini assai più stringenti di coerenza e responsabilità. Perché in politica l’immoralità è di tutti e di nessuno, ma la coerenza e la responsabilità portano necessariamente un nome e un cognome. Mentre su quel binario l’etica pubblica continua ad essere sequestrata a scopi di parte, in un’operazione doppiamente immorale che non dice la verità su chi la promuove e priva la collettività di risorse etiche che dovrebbero restare condivise.

Nei giorni in cui tra Salerno e Catanzaro la magistratura perde definitivamente la facoltà di essere strumento di rinnovamento politico, una nuova retorica della “questione morale” può essere il colpo di grazia alle ambizioni del Partito democratico. Con colpe equamente suddivise tra le sue varie fazioni, più o meno legate all’eredità del berlinguerismo ma tutte complici di un patto del silenzio che continua a nascondere la responsabilità politica sotto il tappeto della morale.


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