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11 novembre 2008
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Losurdo, Canfora e lo stalinismo che non fa male
Vittima del nostro entusiasmo per l’elezione di Obama, la settimana scorsa è stato trascurato un anniversario a cui persino i riformisti del Riformista restano affezionati. Tanto più coloro che, come il sottoscritto, evocano nel titolo della propria rubrica un protagonista non secondario dei postumi di quella data (e naturalmente tutti sanno che Koba fu il primo nome di battaglia di Iosif Vissarionovich Dzhugasvili, successivamente noto come Stalin). L’anniversario mancato era quello del 7 novembre. Quando a Pietrogrado, novantuno anni fa, un colpo di mano del partito bolscevico diede inizio alla vicenda storica del comunismo. L’unico comunismo dotato di una sua realtà concreta, quello sovietico e in parte anche nostro. Vale la pena ricordare l’Ottobre del 1917 nell’Italia del 2008? Certamente sì, perché finalmente in questo paese il comunismo ha raggiunto il rango della neutralità. Elevato sopra le nostre passioni fino a diventare oggetto estraneo al conflitto. Evocato senza temere alcuna reale conseguenza, positiva o negativa, e tutt’al più utilizzato per abbellire una costruzione retorica.

Sospettavo della neutralità italiana del comunismo già da qualche anno, guardando alla fissità del tema anticomunista nella retorica berlusconiana. Ne ho avuto conferma qualche giorno fa, leggendo un libro per l’appunto italiano che si pone né più né meno l’obiettivo di riabilitare Stalin agli occhi dei nostri contemporanei. Lo ha scritto Domenico Losurdo, ha per titolo“Stalin. Storia e critica di una leggenda nera” ed è pubblicato da Carocci. Entrati in possesso del volume, la prima sensazione è di una qualche simpatia per questo docente di storia della filosofia che si prende tanta briga. Viene da pensare: “Però, mica male il Losurdo. Chissà come se la cava nell’inerpicarsi su un tema così scivoloso”. E si inizia a leggere animati dai migliori sentimenti, o per lo meno da curiosità. Salvo essere precipitati dopo poche pagine in una sorta di fiction saggistica. Dove trozkisti e stalinisti combattono ancora come se ci trovassimo a Barcellona nel 1937, giacché da una parte ad intaccare il mito losurdiano di Stalin vi sarebbero “le rivelazioni (in cui) trovavano conforto gli intellettuali che avevano in Trockij il loro punto di riferimento” e dall’altra a tenerlo tenacemente in piedi “le speranze e le certezze che avevano accompagnato la rivoluzione bolscevica e che rinviavano a Marx”. E dove la storiografia sull’Unione sovietica, che pure ha prodotto un discreto corpo di studi nel corso di decenni, viene confinata nel campo degli strumenti al servizio dell’imperialismo statunitense. Perché al Losurdo è chiaro che in “negli USA la sovietologia aveva manifestato la tendenza a svilupparsi attorno alla CIA e ad altre agenzie militari e di intelligence, previa rimozione degli elementi sospettati di nutrire simpatie per il paese scaturito dalla Rivoluzione d’Ottobre”.

Ma si capisce che il Losurdo, per quanto temerario, non deve avere molta fiducia né dimestichezza con gli strumenti della ricerca storica. Perché anche solo scorrendo la bibliografia del suo volume si nota l’assenza pressoché totale degli storici e dei titoli che hanno raccontato cos’era davvero la Russia di Stalin. E dire che ce ne sarebbero stati tanti, anche recenti e ancora in commercio. E persino tradotti nelle lingue che il Losurdo frequenta di sicuro. Ma niente da fare. Il Losurdo non si interessa di cosa sia stato davvero lo stalinismo (almeno per quanto ci dicano gli archivi, le fonti e la discussione storiografica). A lui preme soprattutto mettere in chiaro che “a partire dallo scoppio della guerra fredda, per decenni la campagna anticomunista dell’Occidente ha ruotato attorno alla demonizzazione di Stalin”.

Passi per il Losurdo, che per lo meno ispirava qualche simpatia nel suo acrobatico tentativo di rimettere in piedi il totalitarismo staliniano. Quello che risulta assai meno simpatico è il più celebre Luciano Canfora, che ha scritto una postfazione che l’editore nobilita in copertina come “saggio” (si sa che le postfazioni valgono meno dei saggi). Nella decina di pagine del suo “saggio” Canfora aggiunge  del suo al Losurdo. Ad esempio ricordandoci che anche gli americani a volte a volte si sbagliano, perché “se Time nel 1944 proclamò Stalin “uomo dell’anno” una qualche ragione ci ha da essere”. Oppure bacchettando quei sempliciotti che si limitano a ricordare i milioni di vittime dello stalinismo (perché “l’imputazione quasi giudiziaria che grava su Stalin è quella della smisurata falcidia di vite umane”). E infine equiparando Stalin a Pericle, come solo può fare chi come Canfora ha fatto della filologia non solo il suo mestiere ma anche il timone della sua visione civile (ad esempio nel suo “Filologia e libertà”, Mondadori 2007). Viene da domandarsi quali testi o documenti il filologo Canfora abbia filologicamente  compulsato per questa sua lezione di stalinismo. Ma è una tentazione che dura un attimo. Perché poi ci ricorda che nell’Italia del 2008 si è finalmente liberi di dirsi stalinisti  senza tema di conseguenze. Magari ridendone e facendone ridere, beatamente lontani come si è non solo da Stalin ma anche dai vincoli della storiografia.



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permalink | inviato da Andrea Romano il 11/11/2008 alle 14:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa

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