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25 febbraio 2011
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Il socialismo del profeta David Lazzaretti
«Evviva la Repubblica, Iddio e la Libertà. Chi ama seguire la nostra bandiera, si deve munire di fede sincera, speranza e fervore, amor, carità». Così il Cantico delle sante milizie crocifere della nazione latina nel governo della repubblica, che i seguaci di David Lazzaretti recitavano nei giorni del 1878 nei quali si compì il destino del Messia dell'Amiata. Il 15 agosto di quell'anno si raccolsero in alcune migliaia sul Monte Labbro, intorno alla torre a secco che avrebbe dovuto poi diventare la "città eternale della Nuova beata Sion, Santuario dei santuari". Attesero fino a sera che si manifestassero le schiere di angeli annunciate da David, per l'avvento del Nuovo regno dello Spirito Santo. Ma non accadde niente. E dopo aver bivaccato e pregato per tre giorni, il 18 agosto scesero tutti in processione fino ad Arcidosso. I fedeli nei costumi disegnati da Lazzaretti, con gli stendardi e i gonfaloni e le bandiere rosse che annunciavano la Repubblica Regno di Dio. In testa lo stesso David, armato di tre bastoni incrociati e vestito di tunica celeste, camicia rossa e pantaloni bianchi. Alle porte del paese lo attendeva un plotone misto di carabinieri e guardie comunali guidato dal delegato di pubblica sicurezza Carlo De Luca. «Io vado avanti in nome di Cristo, duce e giudice», si sentì dire al profeta nel parapiglia. Poi una sola pallottola lo colpì in fronte, proprio là dov'era tatuato l'emblema dei Giurisdavidici: due C contrapposte e unite dal segno della croce, a significare il prossimo arrivo di un secondo Cristo.?
La movimentata fotografia degli ultimi giorni di Lazzaretti non rende giustizia alla storia del personaggio, né alla fortuna che la sua memoria avrebbe poi raccolto presso gli interpreti più diversi. Se Cesare Lombroso lo incluse di diritto nella categoria patologica dei "mattoidi", considerandolo niente più che "un povero maniaco allucinato" al quale tuttavia era stato applicato un eccesso di repressione (perché «simili individui, un ben inteso manicomio e la compagnia d'un medico li riconducono con tutta facilità al silenzio e all'impotenza»), Antonio Gramsci nei Quaderni lo avrebbe inquadrato nel «sovversivismo delle classi subalterne»: leggendolo dunque come protagonista di «un risveglio di dottrine religiose d'altri tempi con una buona dose di massime socialistoidi e con accenni generici alla redenzione morale dell'uomo, che non potrà attuarsi se non col pieno rinnovamento dello spirito e della gerarchia della Chiesa cattolica» e prova concreta che «le masse rurali, in assenza di partiti regolari, si cercavano dirigenti locali che emergevano dalla massa stessa, mescolando la religione e il fanatismo all'insieme di rivendicazioni che in forma elementare fermentavano nelle campagne».?
Ma tra i paletti che ci vengono dalle immagini contrapposte della malattia mentale e del ribellismo impotente perché orfano della direzione di un partito, Lazzaretti e la sua avventura rappresentano soprattutto una storia toscana. Impastata di alcuni tra gli elementi che fanno di quella regione un calderone di millenarismo e insieme di rinnovamento sociale, dove la predicazione della palingenesi che risolve i mali del mondo può coesistere con pratiche concrete di trasformazione e cambiamento. Riforme e rivoluzione mano nella mano? Non sempre e non dovunque. Eppure più di una volta sì, almeno in Toscana. Dove la buona e quotidiana amministrazione della cosa pubblica è un culto condiviso ma mai autosufficiente, perché sempre accompagnato dalla promessa di un rivolgimento più vasto, alto e impegnativo. E dove il ribellismo non viene necessariamente cancellato dalla cultura e dalla pratica del "buon governo", fin dai tempi del senese Ambrogio Lorenzetti, intrecciandosi spesso con la presenza di profeti di varia declinazione.?
Naturalmente tutto questo David Lazzaretti non lo sapeva, tantomeno mentre si avviava contro i militari ad Arcidosso convinto di realizzare nel martirio una missione divina. E la sua storia di barrocciaio autodidatta che annuncia un nuovo Avvento è anche quella, confusa, di chi assorbe le pulsioni di un tempo che fu di radicale trasformazione in Toscana e in tutta la penisola. Nato nel 1834 in una famiglia di carrettieri, David ebbe già adolescente la prima visione di un San Pietro che gli annunciava una "vita di mistero". Il che non gli impedì poi di essere preso dall'entusiasmo risorgimentale, tanto da arruolarsi prima con i garibaldini e poi con i piemontesi del Generale Cialdini con cui combatté a Castelfidardo nel 1860 contro le truppe papaline. La "chiamata divina" arriva nel 1868, tra febbri di natura forse epilettica, e lo spinge a un lungo periodo di eremitaggio in una grotta della Sabina. È lì, insieme a un frate tedesco che vagava per quei boschi, che nei mesi di ritiro, digiuno e visioni mistiche definisce il profilo della variopinta rappresentazione di se stesso e del mondo. Lazzaretti si convince di essere al contempo erede della stirpe reale di Francia, «uomo poverissimo del seme di Pipino», e predestinato a rinnovare la Chiesa realizzando in terra un nuovo Regno del diritto.?Per quanto fondata su premesse tanto pittoresche, la sua predicazione incontrò in quegli stessi anni il sostegno della Chiesa toscana. D'altra parte nel tempo della resistenza cattolica al nuovo Stato unitario anche il profeta di Arcidosso poteva essere di qualche utilità, tanto più che intorno a lui andò raccogliendosi una massa popolare sempre più vasta di seguaci provenienti dalle campagne e dai villaggi intorno all'Amiata.?Ma è proprio qui che la predicazione millenaristica di Lazzaretti si fa riforma sociale, attraverso la creazione per i fedeli raccolti sul Labaro (come David aveva rinominato il Monte Labbro) di tre diverse comunità. La più importante fu la Società delle famiglie cristiane, o Lega della speranza, che raccolse alcune centinaia di famiglie di contadini e pastori impegnate nella condivisione di beni, strumenti e proventi del lavoro.
Ha scritto Francesco Pitocco che «fu quella l'esperienza più clamorosa del movimento, per i suoi contenuti sociali ed economici. Somigliava a una delle tante società di mutuo soccorso del tempo, ma era essenzialmente ispirata al comunismo della chiesa primitiva con la sua messa in comune dei beni, l'organizzazione sociale del lavoro, la ripartizione dei proventi». La Lega della speranza funzionò e bene, arrivando a produrre utili sostanziosi, moltiplicando le zone messe a coltura comune e attivandosi per la fondazione e la gestione di numerose "scuole rurali" nelle zone intorno al Labaro. Come ebbe a scrivere al prefetto di Grosseto un funzionario di pubblica sicurezza che in quei mesi riuscì ad infiltrarsi tra i Giurisdavidici, si trattava di una «società religioso-economica che, basandosi sulla comunione dei beni e facendo credere in specie alla classe dei contadini che in un tempo prossimo è destinata a rigenerare l'umanità, riesce al fine di formare una società nella società, svincolata da legami esterni di parentela e di patria».?
Tra millenarismo religioso e concrete pratiche di amministrazione cooperativa, Lazzaretti era riuscito a inserire la propria bizzarra parabola biografica sui binari del nascente socialismo italiano. Senza perseguire alcunché di propriamente politico che non fosse la creazione di un unico Regno messianico delle nazioni latine, eppure trovandosi di fatto a un passaggio storico nel quale l'anarchismo e il ribellismo internazionalista venivano insidiati dal diffondersi delle società di mutuo soccorso e da più evolute forme di organizzazione politica rivolte al socialismo.
E forse non fu un caso che quell'unica pallottola che il 18 agosto 1878 lo colpì in fronte fosse sparata da un bersagliere di Livorno, Antonio Pellegrini. Un livornese, certamente all'oscuro del destino di capitale del radicalismo che incombeva sulla sua città, che uccide un profeta del nuovo Regno di Dio finito a costruire una florida cooperativa riformista. Potrebbe esserci immagine più evocativa delle due anime della politica toscana??


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23 febbraio 2011
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Gheddafi e l'Italia sparita nel passato
«Sono un ministro europeo e mi riconosco pienamente nel documento approvato dal consiglio». In apparenza la dichiarazione di Franco Frattini sulla crisi libica, all'uscita della riunione dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea, dovrebbe suonare come una professione di allineamento perfetto con l'Europa. In realtà è da leggere piuttosto come un'ammissione d'impotenza della politica estera italiana. Perché nel momento in cui crolla l'equilibrio politico sul quale avevamo costruito gran parte del nostro rapporto con la sponda Sud del Mediterraneo, il nostro paese sembra avere poco o nulla da dire. O peggio, poco o nulla su cui far leva per orientare il corso degli eventi in una direzione compatibile con i nostri interessi economici e di sicurezza.
Si dirà che non siamo i soli, nella comunità internazionale, ad essere privi di strumenti o informazioni sufficienti per intervenire nella tragedia libica al di là dell'auspicio generico a fermare la violenza. Ma non è esattamente così. Perché l'Italia ha accumulato sulla Libia un capitale d'influenza incomparabile rispetto a quello di altri paesi europei: un capitale la cui inconsistenza si sta rivelando proprio in queste ore e che rischia di esporre la nostra diplomazia a una delle più imbarazzanti performance della sua storia recente.
D'altra parte la scelta d'investire tutta la nostra posta maghrebina su Gheddafi non è stata solo di Frattini o di Berlusconi, come dimostrano le infelicissime parole venute dal precedente inquilino della Farnesina nella sua intervista di domenica sul Sole 24 Ore: c'è da sperare che la benevolenza con cui D'Alema ha descritto «il solido rapporto di Gheddafi con una parte della società libica» si sia esposta nel frattempo a qualche dubbio, dinanzi alle immagini degli aerei da guerra con cui il despota libico ha (solidamente!) massacrato i propri concittadini scesi in piazza.
Quella sul regime libico è stata dunque una scommessa bipartisan, il cui fallimento espone una debolezza più generale della nostra politica estera dopo la fine della Guerra fredda. Dal 1989 in avanti l'Italia ha infatti scelto di coltivare alcuni appezzamenti internazionali in termini prevalentemente bilaterali, facendo affidamento più sulla forza delle relazioni dirette e personali tra capi di Stato che non sulla leva che il nostro paese poteva acquisire giocando bene e fino in fondo la sua parte all'interno delle istituzioni sovranazionali di cui era parte. È accaduto nei Balcani tanto quanto nel Mediterraneo meridionale, dove leader e ministri di centro-destra e di centro-sinistra hanno provato a rinverdire quella che nella storia della nostra diplomazia è stata la cosiddetta tradizione dell'andreottismo. Ovvero la convinzione italiana di poter giocare di sponda tra alleanze contrapposte, parlando con gli avversari della propria parte più facilmente di quanto non avrebbero potuto fare nazioni più ingombranti e meno disinibite della nostra.
È stata questa la storia del nostro peculiare atlantismo, sempre al confine tra rigore e trasgressione. E sempre indebolito dal sospetto d'infedeltà che veniva dagli alleati, anche se il prezzo di quel sospetto era nei vantaggi relativi di qualche consistenza che l'Italia incassava grazie alle sue relazioni privilegiate con questo o quel "nemico".
Ma se l'andreottismo funzionava (e non sempre) nelle condizioni bloccate della Guerra fredda, quando l'Italia poteva muoversi negli interstizi delle parti in conflitto, funziona assai meno nel campo aperto e privo di un ordine disciplinato che è diventata la comunità internazionale nell'ultimo ventennio. Qui ogni nazione vale per quanto conta nelle istituzioni che contano, ovvero per il rigore con cui persegue i propri obiettivi ma anche per lo spazio che conquista nelle sedi multilaterali di cui è parte svolgendo coerentemente la propria parte di alleato.
Difficile dire che questo sia stato fatto dall'Italia in Libia, e non solo negli ultimi anni. Qui l'investimento esclusivo che l'Italia berlusconiana e quella dell'Ulivo hanno realizzato sul regime di Gheddafi, in deroga parziale agli orientamenti dei propri alleati, si sta rilevando per quello che è: una perdita netta di capitale economico e di influenza, con conseguenze molto serie sulla nostra credibilità internazionale.

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15 febbraio 2011
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Democrazia, la medicina dimenticata
Si intravede un timore nel modo in cui leggiamo le rivoluzioni in corso nel mondo arabo. Di più, una diffidenza a credere che il destino inevitabile di questi popoli sia la democrazia: parola assai poco usata da commentatori e leader politici, se è vero che in questi giorni nelle cancellerie europee è stato solo il britannico David Cameron a salutare l'uscita di scena di Hosni Mubarak con l'auspicio che «coloro che oggi guidano l'Egitto comprendano il dovere di rendere giustizia ai desideri del popolo e di giungere con decisione a un governo civile e democratico». Altri, come Nicolas Sarkozy o Angela Merkel, si sono limitati a riconoscere come «coraggiose e indispensabili» le dimissioni del raìs o a festeggiarle come «un giorno di grande gioia».E' una cautela che non riguarda solo gli esiti ancora incerti dei passaggi di potere, né la specificità di quei regimi autoritari, e che comunque non si limita agli ambienti della diplomazia occidentale. Si tratta anche dell'esaurirsi forse definitivo dello schema interpretativo che i nostri radar avevano assorbito dalle rivoluzioni del 1989: quello che voleva che dalle dittature (in quel caso comuniste) si uscisse sempre e soltanto per approdare alla democrazia.L'impronta dell'89 ha funzionato per quasi un ventennio, adattandosi con difficoltà crescente agli eventi che nel frattempo hanno scosso la comunità internazionale. La si è utilizzata con abbondante buona volontà nel corso dei conflitti balcanici, riconoscendo nella democrazia il fattore decisivo di stabilizzazione dei nuovi stati etnicamente omogenei emersi dal disastro jugoslavo. La si è conservata tenacemente, ma con forza e convinzione sempre più flebili, anche dinanzi alla minaccia del nuovo terrorismo fondamentalista. Non solo nel perimetro neocon, comunque lo si voglia delimitare, ma anche bene in profondità nel mondo liberale e democratico dove era altrettanto diffusa la convinzione che la democrazia fosse l'antidoto più autentico contro la diffusione del qaedismo.
Non erano illusioni allora, non lo sono oggi. Ma certo è che l'impronta dell'89 si alimentava a quella che allora era una condizione di grazia per la democrazia occidentale. Sistemi di welfare funzionanti e in equilibrio, flussi migratori sostanzialmente sotto controllo, partiti di massa ben rappresentativi, un capitalismo appena rivitalizzato dalla stagione reaganiana e un'Europa comunitaria che faceva il proprio mestiere fino in fondo. Non certo l'età dell'oro ma una democrazia in buona salute, e riconosciuta come tale dai propri cittadini, che si vedeva trionfare nelle "rivoluzioni della libertà" del 1989.
Oggi possiamo vantare quello stesso orgoglio? Possiamo ancora definirci senza esitazione il modello di riferimento a cui approderanno naturalmente le nazioni arabe in uscita dai regimi autoritari? Difficile rispondere positivamente, e non certo perché nel frattempo la democrazia abbia cessato di essere (secondo Churchill) «la peggiore forma di governo possibile, fatta eccezione per tutte le altre». Il punto riguarda piuttosto la percezione che abbiamo della nostra democrazia, questa sì indebolita dall'interno da un logoramento che ha a che fare sia con gli strumenti della nostra cittadinanza sia con la nostra "autostima democratica".
Il caso italiano parla per tutti, anche se è fin troppo facile guardare in casa nostra per trovarvi i sintomi di una democrazia che non funziona come dovrebbe. Perché, con tutto il suo carico di eccezioni, il berlusconismo non è che la punta di una patologia che affligge più generalmente le democrazie occidentali strette tra forme nuove di populismo e personalismo non ancora metabolizzate né istituzionalizzate. E allora non è un caso se l'unico leader europeo che non ha temuto d'indicare apertamente la via democratica per la transizione egiziana sia residente in Gran Bretagna. Ovvero laddove la democrazia, pur con tutte le sue magagne, ha mostrato di saper sopravvivere meglio e con la maggiore dose di autostima.

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13 febbraio 2011
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Apocalisse per reduci e criceti
Di questi tempi mi capita di ricordare con nostalgia una conversazione avuta nella primavera del 2006 con un amico editore. Si erano appena svolte le elezioni politiche, quelle vinte per pochi voti da Prodi e perse da Berlusconi, ed eravamo entrambi di ottimo umore. Due elettori di centrosinistra raggianti per il ritorno dell’Ulivo al governo dell’Italia? Non esattamente. Il nostro sollievo era nella sensazione di poter finalmente ricominciare a proporre e discutere libri che non fossero più stretti dalla tenaglia berlusconismo-antiberlusconismo. “Pensa un po’ che disastro se avesse vinto il Cavaliere”, disse quell’amico, “chissà per quanto tempo ancora avremmo dovuto pubblicare solo e soltanto libri su di lui o contro di lui”.
Le cose sono poi andate diversamente. E oggi siamo di nuovo qui, con qualche anno in più sulle spalle, fermi a girare come criceti sulla doppia ruota di berlusconismo e antiberlusconismo. La congiura delle procure, lasciatemi lavorare, il popolo ultimo giudice, il governo del fare, le barzellette al potere e la rivoluzione liberale che prima o poi verrà. E che schifo che vergogna, le adunate dell’Italia pulita, l’indignazione, l’attesa del riscatto e le donne in quanto donne. Per sovrannumero non ci siamo fatti mancare neanche la polemica sulla funzione dell’azionismo in Italia: quella del 2011, non del 1947. Perché se un dibattito pubblico deve ripetersi ogni volta uguale, com’è accaduto nei nostri ultimi quindici anni, è bene che percorra tutto il suo repertorio.
Ma gli anni passano e le mamme imbiancano. E se le mamme affinano con il tempo una loro tenerezza, non migliora invece la nostra capacità di innovare il dizionario di un discorso pubblico sempre identico. Forse gli italiani nati dopo il 1980 sono meno criceti degli altri e stanno ancora scoprendo qualcosa di interessante sulla giostra dove si sono affacciati da poco. Ma quelli che hanno appena sopra i trent’anni, comunque la pensino, non possono fare a meno di coltivare un opprimente senso di deja vu.
Gli effetti della grande stagnazione italiana sono i più diversi. E si notano anche nelle librerie, che al solito rappresentano un buon termometro delle rappresentazioni di maggior presa sull’opinione colta e informata. È qui che si è diffusa una retorica dell’apocalisse che accomuna libri e autori di diversa specializzazione e tendenza, ma tutti costretti ad alzare la voce per farsi ascoltare in una piazza stanca e affollata di reduci. Piero Bevilacqua, ad esempio, è stato e rimane uno degli studiosi più innovativi nella storiografia sull’Italia agricola e del Sud. Autore tra l’altro di una fortunata “Breve storia dell’Italia meridionale” (Donzelli 1993), ha animato una rivista vivace come “Meridiana” e formato generazioni di ottimi storici. Oggi ha pubblicato per Laterza un libro sull’economia globale (“Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo”, pp.217, €16) che si apre così: “Il capitalismo è entrato in un’epoca di distruttività radicale. Ci trascina in un vortice che dissolve le strutture della società, decompone lo Stato, cannibalizza gli strumenti della rappresentanza politica e della democrazia, desertifica il senso della vita”. Naturalmente c’è molto altro in queste pagine e non sempre sulla stessa tonalità, tra la denuncia di “potenze infernali scatenate con la deregolamentazione dei capitali dagli apprendisti stregoni neoliberali a partire dagli anni Ottanta” e l’auspicio che “l’antica leva dell’emancipazione popolare: la lotta” sia finalmente utilizzata per “riportare buona parte dell’immensa ricchezza accumulata in mani private sotto il dominio pubblico”. Eppure resta il dubbio che in un’altra Italia, forse meno prigioniera di una ripetizione infinita della medesima rappresentazione, Bevilacqua avrebbe declinato la sua legittima diffidenza verso il capitalismo globale in una chiave diversa e meno incline alla catastrofe.
Ma un accento simile è quello che troviamo nell’ultimo pamphlet di Ida Magli, già collaboratrice di Noi Donne e poi tarda epigona della Fallaci, che aggiorna il suo sanguigno antieuropeismo con “La dittatura europea” (Bur Rizzoli, pp.206, €10,50). E per farlo se la prende ora con la Costituzione italiana (“un testo scritto da comuni mortali, per giunta accecati dalle ideologie imperanti alla fine della guerra: il marxismo e l’europeismo”), ora con i sempiterni banchieri che avrebbero tramato sulla pelle dei popoli per imporre i loro interessi travestiti da progetto europeo. Sarebbe forse troppa grazia immaginare un’Ida Magli non rumorosa, persino in un’Italia libera dal conflitto tra berlusconiani e non berlusconiani. Ma l’impressione che la retorica dell’apocalisse sia una valvola di sfogo di questo nostro tempo ripetitivo resiste tenacemente. Soprattutto se le vittime sono anche tra coloro che quella retorica dovrebbero scomporre e analizzare. Come il filosofo Andrea Tagliapietra, che alle mitologie della catastrofe nel cinema contemporaneo ha dedicato “Icone della fine. Immagini apocalittiche, filmografie, miti” (il Mulino, pp.218, €16). Un libro intelligente e originale, che tuttavia non resiste alla tentazione di mirare in alto contro “la ragione sociale delle multinazionali, come la Novartis e la Monsanto, che cercano di imporre senza possibilità di scelta e senza principio di precauzione le loro politiche industriali e affaristiche sugli organismi geneticamente modificati ai consumatori di tutto il mondo”. Cosa c’entrino gli OGM con Titanic o Apocalypse Now non è dato sapere. Ma nel tempo italiano dell’apocalisse senza redenzione non guasta mai spararla grossa. Anche quando vi sarebbero argomenti di merito da discutere e difendere.

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6 febbraio 2011
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Cameron Gran Bretagna Blair Tory multiculturalismo
Cameron chiude l'era multiculturale e rilancia
Impantanati come siamo in un dibattito pubblico non proprio edificante, rischiamo di dimenticare che fuori dai confini italiani si continua a discutere dei temi che definiscono il profilo delle nostre comunità civili di fronte ai mutamenti globali. È quanto ci ricorda il discorso tenuto ieri a Monaco di Baviera da David Cameron. Una riflessione solo formalmente dedicata alla minaccia del terrorismo, ma in realtà un passo politico molto impegnativo sui diritti e i doveri di coloro che condividono le istituzioni di una società aperta. E insieme l’annuncio del possibile ritorno di Londra ad una fase di forte attivismo democratico in campo internazionale.
Sarebbe facile riconoscere nelle affermazioni di Cameron contro “l’ideologia dell’estremismo islamico” e a favore di “un più attivo liberalismo muscolare” l’eco delle parole usate subito dopo l’11 settembre da Tony Blair. Facile ma inevitabile, soprattutto se ricordiamo con quanto impegno Cameron ha voluto distanziarsi dal predecessore soprattutto sui temi della politica estera e del contenimento del fondamentalismo. Nel suo percorso verso Downing Street il giovane leader conservatore ha insistito a più riprese sulla necessità di adottare in campo internazionale un approccio finalmente pragmatico, e dunque libero dal peso e dai condizionamenti dell’interventismo morale che il New Labour aveva impresso (secondo i suoi critici) alla politica estera di Londra. Così come lo stesso Cameron ha spesso offerto una lettura ottimistica, quasi irenica, della capacità della società britannica di accogliere e valorizzare al proprio interno le diverse identità etniche e religiose: “Siamo così fortunati, noi britannici, a poter professare le nostre diverse fedi religiose in pace, armonia e tolleranza. Poche nazioni sono più attrezzate a diventare una società multietnica, perché il nostro essere britannici si è sviluppato sulla nostra capacità di unire le diverse etnie di queste isole in una comune identità civile”. Sono parole del 2006, Cameron era ancora lontano dalle responsabilità di governo e in quell’occasione il suo interlocutore era l’induista Morari Bapu, eppure la distanza tra quelle parole e il discorso di Monaco non potrebbe essere più evidente. Ma se è vero che l’esperienza di governo indurisce anche gli animi più teneri, il mutamento di rotta impresso da Cameron non ha a che fare solo con le asprezze quotidiane di Downing Street. C’è anche la presa d’atto della persistenza di un’agenda politica che non era stata inventata né da Blair né da Bush e che dunque non è tramontata con l’uscita di scena dei protagonisti della fase più drammatica della vicenda irachena. Un’agenda di “diritti umani universali”, secondo la definizione dello stesso Cameron, che confligge con le fascinazioni perbeniste del relativismo e che il Primo Ministro britannico ha affidato ieri a quattro domande con cui verificare la compatibilità democratica di qualsiasi organizzazione a sfondo religioso che voglia operare in Gran Bretagna: “Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per coloro che professano religioni diverse? Credono nell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano l’integrazione o il separatismo?”.
Un test innocuo solo all’apparenza, che non sarà semplice tradurre nella griglia normativa che in Gran Bretagna disciplina l’accesso delle organizzazioni non governative al sostegno pubblico. Ma è chiaro che la partita che Cameron ha deciso di giocare va oltre quest’angolo, guardando anche al ruolo che Londra può svolgere in un quadro mediorientale che torna a muoversi. Perché se in questi mesi la svolta pragmatica impressa alla politica estera britannica aveva fatto immaginare (o temere) un suo profilo più defilato nel mondo, Cameron ha scelto di tornare all’attivismo internazionale scommettendo sulle carte della democrazia e dei diritti universali. Un messaggio inequivocabile rivolto tanto alla società britannica quanto  alle piazze e ai prossimi governanti di Tunisi e del Cairo, ma soprattutto una promessa che in queste settimane nessun altro leader europeo si era sentito di assumere con tanta chiarezza.


16 gennaio 2011
Tags: Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Marchionne Fiat politica industriale Sacconi
Su Mirafiori una politica di commenti a margine

Il risultato di Mirafiori è destinato ad avere un impatto molto limitato sul frenetico immobilismo della politica italiana. Così come molto limitato, d’altra parte, è stato il ruolo che la politica ha svolto sulla trattativa e sulle sue possibili implicazioni per il mondo economico e le relazioni industriali. Molto rumore di fondo, nessuna funzione autentica di interpretazione e indirizzo su quanto stava accadendo nella fabbrica simbolo del sistema industriale italiano. Forse non era possibile attendersi molto di più da una politica in piena crisi da stagnazione strategica, sia nella maggioranza che nell’opposizione. Eppure colpisce il contrasto tra la grande massa di prese di posizione che sono venute in queste settimane da ogni parte del mondo politico e l’irrilevanza che la politica ha mostrato in tutta la vicenda. La ragione è nella natura stessa di quelle prese di posizione. Tutte ben racchiuse dentro la dimensione del commento a margine, dal sapore quasi giornalistico (absit iniuria verbis) quando non apertamente rivolte a schiacciare la trattativa di Mirafiori dentro una scatola ideologica del tutto inadatta alla partita che si svolgeva a Torino.

Se si esclude l’utile intervento sulla detassazione degli straordinari, il governo ha deciso al contempo di schierarsi e di non svolgere alcun ruolo di indirizzo o mediazione. La scelta di parte è stata muscolare nel caso del ministro Sacconi o apertamente provocatoria nel caso di un Presidente del Consiglio che per un tratto è sembrato auspicare la delocalizzazione della produzione di Mirafiori. Un’intenzione evidentemente paradossale, e quindi non del tutto estranea alla tradizione retorica berlusconiana, con la quale il Cavaliere ha inteso esprimere un auspicio personale tanto forte quanto abrasivo nei confronti di un mondo di piccoli e medi produttori che ogni giorno lotta con le unghie e con i denti per rimanere in Italia.

Dall’opposizione sarebbe stato del tutto velleitario attendersi più di quanto è concretamente venuto dal Partito Democratico, che ha espresso un’ampia varietà di posizionamenti personali ma nessuna linea propriamente politica che non fosse l’invito a rispettare l’esito del referendum. Un comune denominatore davvero minimo, per un partito che in teoria dovrebbe formulare la propria futura proposta di governo guardando con la massima attenzione alle trasformazioni micro e macro di un mondo del lavoro alle quali spesso reagiscono con maggiore prontezza attori politici di dimensione più ridotta (come la Lega o Vendola). Ma davvero non si vede come questa stagione particolarmente confusa nella vita del PD avrebbe potuto produrre una lettura più articolata di quanto è avvenuto a Mirafiori.

Molti commentatori e nessun politico, dunque, in un conflitto che si è rivelato ad alto contenuto ideologico anche perché sia il governo che l’opposizione hanno rinunciato ad usare le leve di merito di cui disponevano. Oggi il risultato del referendum fornisce materiale sufficiente a ciascuna parte del parlamento per considerarsi soddisfatta. Ma certo è che la condizione di bagnomaria nella quale è costretta da mesi la politica italiana ha contribuito a renderla tanto rumorosa quanto irrilevante nella partita di Mirafiori, mentre Sergio Marchionne da un lato e la Fiom dall’altro si trovavano a svolgere una funzione di supplenza ad ampio raggio anche nei confronti dell’opinione pubblica.


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16 gennaio 2011
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Il voto degli italiani e il liderismo occidentale: due libri

Credere che l’Italia sia un paese normale è particolarmente difficile, anche armandosi della volontà più tenace. Eppure il pessimismo della ragione viene talvolta sconfitto non già dall’ottimismo della volontà, come avrebbe voluto Gramsci, ma più semplicemente dalle scienze sociali. Le quali descrivono un’Italia attraversata da fenomeni molto simili a quelli che in questi stessi anni hanno cambiato volto all’Occidente. Persino nel caso della politica, dove la nostra distanza dalla soglia della “normalità” appare più invalicabile per tutto il corredo di Cavalieri e post-comunisti che ci portiamo dietro, il nostro paese è meno insolito di quanto farebbe immaginare l’esperienza quotidiana. È la tesi convergente di due libri appena usciti, dove il meglio della scienza politologica italiana fotografa alcune tendenze di medio periodo che hanno coinvolto l’Italia alla pari di altri paesi occidentali. La tendenza al liderismo, innanzitutto. O meglio la presenza di singole personalità politiche che dominano la scena più di quanto non sia mai accaduto nella storia novecentesca delle democrazie. È inevitabile che in tema di leader e liderismo il pensiero vada a Silvio Berlusconi e al suo profilo di "eccezione permanente", rivendicato dallo stesso Cavaliere come la chiave del suo successo o stigmatizzato dagli avversari come la malattia principale che affligge il nostro spazio pubblico. La tesi ben argomentata in "Addomesticare il Principe (Marsilio, pp.206, €15) da Sergio Fabbrini, per molti anni docente a Trento e a Berkeley e oggi direttore della nuova School of Government della Luiss, è che il berlusconismo sia in realtà meno eccezionale di quanto non sia dato pensare, e non certo perché l'autore sia animato da particolari simpatie verso il centrodestra. Al contrario, secondo Fabbrini "Berlusconi ha portato il processo di personalizzazione dell'esecutivo a livelli mai raggiunti in nessuna democrazia europea" anche per il suo "non essere vincolato da una significativa legge sul conflitto di interessi". Eppure la personalizzazione berlusconiana della politica è "l'esito di un processo storico che ha attraversato anche altri paesi" sulla spinta di trasformazioni strutturali dello spazio politico, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. In primo luogo l'indebolimento dei partiti, modellati nel Novecento lungo linee di rappresentanza sostanzialmente stabili (su temi di classe, fede o etnia) e oggi in difficoltà nell’interpretare nuove appartenenze collettive estremamente frammentate. Poi il ruolo della televisione, che se pure "non ha abolito la politica" ne ha modificato la logica, promuovendo figure nelle quali il pubblico si identifica con sempre minore intermediazione pedagogica: "la teledemocrazia tende a premiare il leader che asseconda, non quello che educa. Il leader che assomiglia a 'Noi', non quello che è diverso da 'Noi'." E infine il contesto internazionale, che sia nel caso americano che in quello europeo hanno chiesto al potere politico di accentuare la funzione decisionale a scapito di quella legislativa o di opposizione. Tutto questo, secondo Fabbrini, ha fatto emergere nella politica occidentale il dominio di leader che condividono alcune caratteristiche di fondo, tra cui l'avere percorso strade da outsider fuori dai partiti o contro l'opinione prevalente al loro interno. Non è un fenomeno transitorio né pregiudizialmente negativo, a condizione che la democrazia si doti di strumenti in grado di equilibrare e controllare il valore della decisione politica. Strumenti capaci di "addomesticare il principe", per l'appunto, equilibrando forza e controllo. Ma soprattutto lavorando sulla formazione di quelle classi dirigenti da cui continueranno a uscire leader sempre più forti. Perché "quando in un paese si affermano leader che non dispongono delle qualità del comando", è l'ammonimento conclusivo di Fabbrini, "la prima responsabilità è delle élites che li hanno fatti emergere e non dei cittadini che li hanno votati".

Se i cittadini non possono essere colpevolizzati, è altrettanto vero che gli elettori italiani "non sono animali con tre gambe e otto braccia" secondo l'efficace immagine con cui Paolo Segatti e Paolo Bellucci introducono "Votare in Italia 1968-2008. Dall'appartenenza alla scelta" (il Mulino, pp.440, €33). Ovvero "non rappresentano un caso speciale nel panorama degli elettori europei" mentre "le teorie che spiegano i comportamenti elettorali in altre democrazie spiegano anche il comportamento di voto degli italiani". Il volume curato da Segatti e Bellucci è prezioso non solo perché testimonia la qualità del lungo lavoro di osservazione dei nostri comportamenti elettorali svolto negli anni da Itanes (Italian National Election Studies, associazione promossa dall’Istituto Cattaneo di Bologna) ma anche perché concorre in molti suoi saggi a consolidare l'idea di una compatibilità della politica italiana (pur con le sue anomalie) con alcuni processi europei. Ad esempio nella comparsa anche dalle nostre parti degli "astenuti intermittenti", come li definisce Dario Tuorto: cittadini non marginali, liberi dai vincoli dei partiti e mobili nelle scelte, che esprimono una protesta politica decidendo di votare solo se convinti dall'offerta. Ma soprattutto nel modo in cui gli italiani scelgono di votare Berlusconi. Che non è determinato, secondo Segatti e Bellucci, solo "dalle emozioni che suscita in loro la ricomparsa di qualcosa di simile al Mago Cipolla di Thomas Mann (l’Uomo di Arcore)" ma dall'effetto di "predisposizioni politiche molto strutturate" a cui il Cavaliere ha dato una rappresentazione finora convincente. Detta altrimenti: non è una maledizione quella che spinge la maggioranza degli italiani a votare per Berlusconi, ma l'assenza fino ad oggi di un'offerta politica più competitiva. E dunque una causa da paese normale, nonostante tutto.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 16/1/2011 alle 16:39 | Versione per la stampa

2 gennaio 2011
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Le tre ondate e il doppio registro della Lega
Anche se poco o niente sembra cambiare sulla superficie della politica italiana, con un piccolo gruppo di protagonisti che tiene tenacemente la scena dalla metà degli anni Novanta, il mutamento in realtà scava e trasforma. Persino dentro quei partiti che appaiono più stabili di altri, perché hanno saputo resistere alla pulsione che ha cambiato di continuo nomi e sigle di quasi tutte le organizzazioni politiche o perché hanno conservato un nucleo ideologico forte e riconoscibile. È il caso della Lega, ormai il partito più antico tra quelli rappresentati in Parlamento. E insieme quello che esibisce la coerenza più granitica rispetto ai concorrenti, ai quali imputa piroette e opportunismi dai quali sarebbe invece del tutto immune. In realtà anche il Carroccio ha cambiato più volte profilo e strategia, come ben racconta Roberto Biorcio in una monografia appena pubblicata da Laterza (“La rivincita del Nord. La Lega dalla contestazione al governo”, pp.177, euro 18,00). Un libro particolarmente utile, in una linea di ricerca che ha già visto l’autore indagare i contorni del leghismo, perché storicizza la parabola ormai più che ventennale del partito di Bossi e aiuta il lettore ad orientarsi in una letteratura abbondante.
La trasformazione dell’offerta politica della Lega, spiega Biorcio, è avvenuta nella successione di “tre ondate”. La prima, dai primi anni Ottanta sino al trionfo nel voto politico del 1992, si è svolta con il passaggio dal regionalismo “semplice” e fino ad allora frammentato in vari localismi alla protesta unitaria contro la partitocrazia romana. Fu quello il primo e più autentico capolavoro tattico realizzato da Umberto Bossi, con il quale la Lega Lombarda ottiene in un colpo solo di imporsi sulle altre leghe regionali e di intercettare il crollo della prima repubblica: il Carroccio riesce così ad offrire “ad ampi settori dell’elettorato la possibilità di esprimere istanze ed esigenze diverse, anche parzialmente contraddittorie, e ad attrarre elettori provenienti da tutti i settori dello schieramento politico”. La seconda ondata, successiva all’alleanza del 1994 con Forza Italia e alla sua rapida rottura, vede la Lega affacciarsi al potere nazionale per poi ritirarsene sotto la minaccia del saccheggio del proprio capitale elettorale per mano del berlusconismo nascente. Fu questa la fase più difficile nella vicenda leghista, segnata dopo il 1996 dalla drastica riduzione dei consensi e da una nuova strategia politica fondata sull’invenzione della “Nazione Padana”. Una strategia diretta contro il bipolarismo destra-sinistra e riempita dei contenuti dell’indipendentismo sul piano interno e dell’antiglobalismo su quello internazionale, mentre il Carroccio pagava il prezzo di un isolamento dal quale sarebbe uscito solo tornando ad allearsi nel 2001 con Silvio Berlusconi. È qui l’avvio della terza e ultima ondata della vicenda leghista, di cui le cronache di queste settimane sono parte, nel corso della quale il partito di Bossi abbandona il traguardo della secessione e torna a crescere nelle urne come componente fondamentale della coalizione di centrodestra e come imprenditore politico dei temi del federalismo e della reazione all’immigrazione.
Fasi diverse di una storia politica attraversata da poche costanti, tra cui Biorcio identifica con precisione quella del rapporto con Silvio Berlusconi. Ovvero con colui che è stato al contempo “concorrente per la conquista dell’elettorato del Nord” e “risorsa strategica decisiva per consentire al partito di Bossi l’accesso a posizioni di potere politico a livello sia locale che nazionale”. E proprio su questo punto è inevitabile domandarsi cosa sarà della Lega e del suo capitale elettorale dopo la conclusione del ciclo berlusconiano. Perché se è ormai senso comune ipotizzare che l’insediamento leghista riuscirà a sopravvivere integro o persino più forte nel centrodestra post-berlusconiano, la lettura di Biorcio spinge invece a nutrire più di un dubbio sulla tenuta di una forza politica che ha cambiato più volte rotta e strategia secondo le opportunità e il vento del momento. Un partito che negli ultimi anni è cresciuto anche per effetto dell’esperimento fallito del Popolo della Libertà, ma che nel frattempo continua a giocare il doppio registro della critica alla politica romana mentre delle scelte di quella stessa politica è ormai da molti anni corresponsabile. Un registro doppio e scivoloso, che non è scontato possa essere percorso ancora a lungo senza pagare alcun prezzo elettorale.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 2/1/2011 alle 15:52 | Versione per la stampa

19 dicembre 2010
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Tedeschi egoismi modello Angela
Si dice che la Germania sia diventata egoista, che non abbia più a cuore le sorti dell’Europa e che abbia dimenticato i doveri di riconoscenza verso quei paesi che contribuirono alla sua rinascita dopo il 1945. Forse è tutto vero. Ma è altrettanto vero che per il 2010 la Germania può vantare uno spettacolare tasso di crescita del 3,6%, unico tra le grande economie europee, e che tra il 2005 e il 2010 il numero dei suoi disoccupati è passato dai cinque milioni ai poco meno di tre milioni. Sono cifre che, confrontate con quelle assai più aride di altre economie continentali, potrebbero giustificare qualsiasi legittima forma di tutela degli interessi nei confronti di chi pretende che siano soprattutto i contribuenti tedeschi a finanziare la messa in sicurezza dell’Europa dal ritorno della crisi finanziaria. E tuttavia lo spauracchio del cosiddetto “egoismo tedesco” non è una novità degli ultimi mesi, ma deve essere collocato sullo sfondo di una storia recente che ha visto la Germania recuperare il senso pieno dell’interesse nazionale dopo decenni nei quali la consapevolezza della propria forza politica ed economica era stata frenata dal peso della colpa storica. Berlino è arrivata gradualmente a questa nuova e più emancipata coscienza di sé, libera da inibizioni che venivano ancora dal trauma bellico. Vi si era avvicinata già negli anni Novanta, quando dinanzi alle sfide per la sicurezza europea seppe assumersi responsabilità militari del tutto inedite. Ma l’ha raggiunta pienamente con Angela Merkel, già negli anni della cosiddetta “grande coalizione” che uscì dalle elezioni del 2005 e che vide la signora di Amburgo guidare un’alleanza CDU-SPD. Ci aiuta a capire meglio questa fase recente della vicenda tedesca un libro appena pubblicato dal Mulino e prodotto dall’Istituto Cattaneo di Bologna (“La Germania di Angela Merkel”, a cura di Silvia Bolgherini e Florian Grotz, pp.286, euro 23,00), nel quale analisi molto puntuali ricostruiscono le dinamiche politiche, elettorali ed economiche dell’immediata vigilia di quest’ultimo cancellierato. Vi si legge ad esempio che già in quegli anni, e dunque ben prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale, nella politica europea di Berlino fosse riconoscibile un orientamento di “pragmatizzazione” incentrato sul “netto rifiuto tedesco di continuare ad essere l’ufficiale pagatore dell’Europa”. Dalla Germania niente di particolarmente nuovo, dunque. Se non una determinazione ancora maggiore a difendere i propri interessi nazionali, a fronte di risultati economici ancora più spettacolari.

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permalink | inviato da Andrea Romano il 19/12/2010 alle 15:49 | Versione per la stampa

15 dicembre 2010
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Se tutti perdono, elezioni più vicine
Se il tentativo di disarcionare Berlusconi è fallito, una tra le più vaste maggioranze della storia repubblicana si riduce ad un piccolo margine di tre parlamentari. È questa la fotografia finale di una battaglia popolata solo da perdenti. Naturalmente perde Fini, e male, pagando il prezzo della differenza che corre tra un progetto coraggioso (radicare in Italia una destra europea e non berlusconiana) e il materiale concreto con cui dovrebbe essere costruito (essenzialmente ex-Msi di ascendenza rautiana). Perde anche il Partito democratico, che si è rintanato nella propria metà campo sperando che la resa dei conti nel PdL gli restituisse come per miracolo un ruolo politico. Quel ruolo perduto da tempo e non ritrovato neanche con la manifestazione dell’11 dicembre che ha visto, come ha scritto Lina Palmerini sul Sole, “l’inedito di una piazza che invoca la sua riscossa in un governo tecnico”. Perde la Lega, o quanto meno la sua anima di governo incarnata da Roberto Maroni, perché da domani la corte di un Bossi sempre più iconico e sempre meno capace di guidare la macchina del partito troverà irresistibile la tentazione di incassare direttamente nelle urne il vantaggio accumulato grazie alle difficoltà del PdL. Infine, nonostante tutte le apparenze, Silvio Berlusconi rischia di perdere la guerra dopo avere vinto questa battaglia. Ieri il Cavaliere ha trovato una riserva di ossigeno in un parlamento di nominati con una pessima legge elettorale, grazie ad una contrattazione dai contorni imbarazzanti e profittando soprattutto della debolezza degli avversari. Ma la sua esperienza a Palazzo Chigi potrà continuare solo se riuscirà ad imbarcare qua e là un transfuga di ritorno da Futuro e Libertà e qualche più consistente pezzo dell’UdC, restando comunque ostaggio della Lega e della sua voglia di voto. All’ennesima linea di galleggiamento verrà forse dato il nome di “nuovo patto di legislatura”. Ma è difficile immaginare qualcosa di diverso da un supplemento di agonia per un governo che avrebbe dovuto realizzare riforme di impronta storica e che invece si è rapidamente trovato prigioniero del declino di quello che un tempo fu l’alfiere della “rivoluzione liberale”. Sullo sfondo rimane un paese che attende stordito elezioni ormai più che probabili, e dove la dimensione della crisi di consenso della politica e delle istituzioni è molto maggiore di quella che può essere misurata su tre voti di scarto.


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permalink | inviato da Andrea Romano il 15/12/2010 alle 15:46 | Versione per la stampa

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